Eugenio Gilberti. L’albero, la Natura e Pitloo

A distanza di diversi mesi dalla fase critica del Coronavirus hanno riaperto le gallerie d’arte contemporanea, disponibili ad accogliere il pubblico osservando le misure di sicurezza previste dal Governo. Queste lunghe settimane di lockdown hanno generato interessanti spunti di riflessione sul recente passato e sulla quotidianità che appariva ormai lontana. Consapevoli che il futuro è incerto, non soltanto per il mondo dell’arte, ma anche per le altre categorie di professionisti, gli addetti al settore della cultura hanno cercato nuovi modi per continuare a fare il proprio lavoro.

Strumenti come le viewing rooms hanno sopperito all’impossibilità di mostrare le opere dal vero, ma un contatto tangibile con l’arte non può essere soltanto indiretto, le gallerie restano il luogo principale e insostituibile dove entrare, ammirare e contemplare le creazioni artistiche.

immagine per Eugenio Gilberti

In questa direzione si inserisce anche Intragallery che partecipa alla cordata di riapertura delle Gallerie di Napoli nel Contemporaneo, con l’esposizione L’albero di Pitlo di Eugenio Giliberti (Napoli, 1954), sita in via Cavallerizza a Chiaia 57, nel capoluogo campano, fino al 30 giugno 2020.

Artista versatile, una vita caratterizzata da una proficua ricerca artistica, nel 1987 con le prime superfici monocrome mette a punto i fondamenti di un edificio poetico autonomo dall’environment più prossimo. Dal 2006, trasferitosi in campagna, fonda Selve del Balzo, una piccola comunità produttiva che lavora il legname prodotto dai boschi del circondario e all’occorrenza lo coadiuva nella produzione delle sue opere. La sua arte trova in questo luogo un particolare impulso dall’osservazione della realtà culturale e ambientale del piccolo mondo che lo circonda. Ne scaturisce una nuova serie di lavori, presentati nelle mostre personali a lui dedicate. Nelle diverse esposizioni entrano a far parte per la prima volta opere appartenenti a un nuovo ciclo, Data Base, dedicato all’antico meleto nel quale è ubicato il suo studio–masseria del comune di Rotondi, in provincia di Avellino.

Giliberti riparte dalla natura, avendo come fonte di ispirazione gli alberi, in particolare quelli di mele, testimoni del progetto di arte partecipata Orto Civile, che focalizza l’attenzione intorno ai rapporti tra cura della terra e alimentazione, città e campagna, tradizione moderna e riscoperte innovative.

Da circa 10 anni questi alberi, situati nella Masseria Varco di Rotondi (AV), sono catalogati dall’artista attraverso fotografie e poi studiati attraverso disegni o dipinti. Un modus operandi che segue un approccio scientifico, documentario, da botanico o da archeologo da un lato e, romantico, sensibile e creativo dall’altro. Di ogni lavoro l’artista raccoglie la storia e la inserisce nei suoi data base.

All’interno della galleria sono presenti alcuni lavori di questo progetto. Le piante del meleto non sono rappresentate con il disegno o la pittura, ma con le fotografie, ritoccate manualmente con l’ausilio di una tavoletta digitale, una sorta di foto–disegni digitali, dove il paesaggio è scomparso e gli alberi, come nei disegni, si stagliano spogli sul fondo bianco.

Come afferma Giliberti:

“L’albero caduto, dipinto di scorcio da Gabriele Smargiassi, aveva attirato la mia attenzione. Mi sembrò di riconoscervi un particolare di un quadro di Pitloo, “Monaci nel bosco di Sant’Efremo”, un quadro che ho molto frequentato fin dall’infanzia.

Smargiassi, l’allievo. Cerco notizie di quel quadro da diversi anni, prima di tutto per confermare la mia intuizione, poi per riprodurre l’albero di Smargiassi che lì è il solo oggetto dell’immagine, come lo sono ì miei meli del “database”. Come il mio n. 5, caduto nella scorsa stagione.

Nell’ipotetica, per ora, mia grande mostra che si chiamerà “Orto Civile” e racchiuderà, tra l’altro, tutta l’esperienza della mia vita in campagna, questo quadro non potrà mancare.

Un cerchio che si chiude in una singolare coincidenza: Anton Pitlo, che al suo cognome aggiunse una o per non perdere il vantaggio dell’essere straniero, ché il semplice Pitlo aveva sonorità troppo italiana, muore nel giugno del 1837, un altro forestiero l’aveva preceduto solo di otto giorni, era il mio dirimpettaio Giacomo Leopardi. Tutti e due, oggi, miei fratelli minori”.

Ricorrente è nella Storia dell’Arte il tema della natura, scrutata e analizzata sotto tutti i punti di vista. Il virtuosismo artistico di Giliberti non si manifesta soltanto attraverso l’atto creativo, ma anche con la capacità di innescare nell’osservatore un “viaggio nel passato”, alla ricerca delle proprie radici, un “albero genealogico dell’esperienza”. Gli alberi di mele sono realizzati su un fondo bianco, neutro, in cui mancano delle coordinate spaziali e temporali. Queste foto-disegni digitali generano processi neurobiologici che sottendono alla memoria e ai ricordi. Se da un punto di vista estetico, gli alberi rimandano al dipinto di Gabriele Smargiassi (1798-1882) e a Monaci nel bosco di Sant’Efremo di Anton Sminck van Pitloo, i rami secchi rievocano i dipinti L’albero dei corvi (1822) di Caspar David Friedrich (1774-1840) e L’albero grigio (1912) di Piet Mondrian (1872-1944).

Questa creatività porta alla realizzazione di tre serie di immagini: la prima con foto rapidamente riprese in campagna e poi scontornate digitalmente; la seconda con l’immagine solarizzata e, una terza, dove per ogni pianta l’artista ingrandisce un dettaglio del groviglio dei rami. Si realizzano così per ogni pianta del meleto un trittico di immagini del data base 2019/2020.

In esposizione sono visibili i primi 9 trittici, per un totale di 27 foto-disegni digitali, editati nel numero di 100 copie, firmate e numerate. Sono opere destinate alla vendita, al prezzo politico di 50,00 euro, per diffondere, in particolare in questo difficile momento, quel pensiero di cura sotteso al lavoro di Eugenio Giliberti, e che potrebbe essere anche uno spunto per intraprendere una collezione di arte contemporanea su questo tema, offrendo a tutti la possibilità di acquisire il lavoro di un artista istituzionalmente riconosciuto. Da una delle immagini vecchie del data base, il disegno a matita di un albero caduto nella stagione 2018/2019, deriva il titolo della mostra.

Info

Luca Del Core

Luca Del Core

Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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