Rio de Janeiro, Los Angeles e Napoli, tre città molto distanti, ma accomunate da una creatività incessante, in cui ogni singolo quartiere offre spunti interessanti per scoprirne la vera essenza. Luoghi dove si sono trasferiti sognatori, avventurieri ed artisti. Metropoli multiculturali e poliglotte, piene di contraddizioni, che conservano un certo fascino per il lifestyle diurno e notturno, restituendo a chi le vive una immagine molto esotica. Rio de Janeiro è il luogo di origine di Thai Mainhard (1990), artista che ha esposto a livello internazionale in Italia, in Germania, a New York, Boston e a San Francisco, ed ha partecipato a fiere d’arte negli Stati Uniti e in Cina. Los Angeles è, invece, la città dove si è trasferita nel 2010. Qui assorbe la cultura del posto e rielabora in chiave espressionista il proprio stile. Infine, Napoli, che accoglie la prima mostra personale dal titolo Things come together when they do, allestita nelle sale della Shazar Gallery, in via Pasquale Scura 7, curata da Valeria Schaefer, fino al 7 luglio 2023.
Varcando l’ingresso della galleria, dalle pareti bianche emergono a primo impatto le sue opere. Mainhard proietta su di esse l’ambiente in cui ha vissuto e i suoi colori, il verde lussureggiante, le sfumature del blu e il candore delle spiagge di sabbia bianca.
Questo universo vivace si accosta ai ricordi, non sempre sereni, e ai sentimenti che confluiscono in uno spazio, terreno di battaglie, in cui si intravede il nero assoluto che ingloba e contemporaneamente mostra la molteplicità dell’Essere.
È ricorrente nei suoi lavori una serie di narrazioni distinte visibili attraverso la separazione dei piani, in cui l’osservatore è coinvolto psicologicamente, cercando nei singoli dettagli lo stato emotivo dell’artista. È l’esperienza del caos delle città che la proietta verso la quiete della natura, come due forze opposte che fanno parte della nostra vita.
Il suo astrattismo produce una tensione, giusta o sbagliata, ed è per certi aspetti attraente e arriva fino al cuore. Una indagine intuitiva, dove l’artista osserva la tela grezza bianca e si sente intimorita, spingendo sé stessa a guardarsi dentro, nella propria mente.
L’arte è sempre stata una via di fuga dove ritrovarsi, un microcosmo accessibile soltanto a noi, in cui siamo sempre e solo noi a decidere se condividerlo o meno con gli altri.
Thai Mainhard lavora con differenti mezzi, tra cui pittura ad olio, vernice spray e carboncino, creando immagini intuitive tra segni espressivi e densi blocchi di colore, tra forme astratte e precise aree che definiscono lo spazio della tela.
È un luogo denso di emozioni, le immagini emergono in superficie, sono visioni quasi smarrite che non trovano la strada per delinearsi e conciliarsi con il dissidio interiore.
Le sue opere traggono ispirazione dall’Espressionismo astratto, e se inizialmente sembrano ispirarsi ai lavori di Willem de Kooning (1904-1997), da cui riprende le pennellate poderose e una lotta incessante con i colori, dall’altro, la accomuna il costante scontro con sé stessa, una esistenza e resistenza al caos della vita moderna.
Un concetto che si esprime nella gestualità libera e spontanea e nella totale assenza di premeditazione, nel suo fare e disfare continuamente l’immagine sulla spinta dell’impulso.
Questo linguaggio riprende in alcuni elementi figurativi le opere di Cy Twombly (1928-2011), di sfuocare la linea tra disegno e pittura, evidenziando la linea con la sua propria storia, come soggetto a sé.
I suoi dipinti sono carichi di poesia, ciò che non riesce ad essere verbalizzato, vive attraverso i colori e le screziature che definiscono un sentimento.
Il cromatismo assume un significato psicoanaltico che rimanda alle opere di Joan Mitchell (1925-1992), caratterizzate da un lirismo robusto e tumultuoso, dove applicava la vernice in modo energico, costruendo immagini lentamente e deliberatamente.
Mainhard, come la Mitchell, ricerca “un sentimento di un verso di poesia che lo rende diverso da un verso di prosa”.
Tra i sette dipinti presenti in mostra, soltanto uno, rispetto agli altri, presenta una stratificazione sulla tela. Si assiste ad una narrazione multipla dove l’artista trasferisce la propria creatività attraverso dei flashback emotivi.
Se alle due estremità la composizione è dinamica e lineare, dall’altro, nella parte centrale uno spazio bianco e delle macchie blu lasciano pensare ad una ferita ancora aperta.
L’astrattismo di Mainhard mostra che l’arte non è soltanto un esercizio di stile, ma è la voglia di far emergere le proprie emozioni in superficie, dove ognuno può riconoscersi o riflettere, cercando man mano, di eliminare quella tensione (il colore nero dei dipinti) che caratterizza l’attuale società.
fino al 7 luglio 2023
Luca Del Core, vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, per alcune delle quali è ancora redattore, e attualmente collabora con art a part of cult(ure). La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.
















