Inaugurata il 12 giugno scorso, presso il Parco archeologico del Colosseo, la mostra Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico si propone di raccontare le due grandi città del mondo antico a partire dal mito e dalle testimonianze storico-archeologiche che le legano.
Grande spazio è stato dato anche alle vicende dei grandi protagonisti epici del racconto omerico dell’Iliade, dell’Ilioupersis, di parte dell’Odissea e dell’Eneide di Virgilio.
Un programma ambizioso voluto dal Ministero della Cultura nel quadro dell’accordo bilaterale tra il Ministro Giuli e il suo omologo della Repubblica di Turchia, Mehmet Nuri Ersoy.
Il progetto espositivo si inserisce nelle iniziative di diplomazia culturale che si lega a quelle di natura più strettamente economica del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo promosso dall’attuale governo.
Con oltre 300 reperti in mostra, molti dei quali provenienti dai musei turchi, il percorso prende avvio dalle testimonianze del mondo ittita e delle popolazioni che si stanziarono nella penisola anatolica a partire dal III millennio a.C. con particolare attenzione alla città di Troia; in questa sezione si possono segnalare alcuni oggetti ceramici conservati nei musei turchi di Ankara, Izmir (l’antica Smirne) e di Istanbul.
Numerose le testimonianze archeologiche riferibili all’Età del Bronzo e distribuite nell’area geografica circostante che dimostrano la fitta rete di scambi commerciali di tutte quelle realtà culturali che si affacciavano sull’Egeo: corredi funerari, monili in oro finemente lavorati, come una coppia di orecchini provenienti da Troia (conservati nel museo locale di Çanakkale).
Il mito offre vari riferimenti alle ragioni del conflitto che insanguinò la città di Troia, ad esse è dedicata la successiva sezione della mostra, dove vediamo sfilare i vari protagonisti: Afrodite che premiò Paride con la donna più bella, Elena, il cui rapimento scatenò la celebre guerra.
Figlia di Zeus trasformatosi in cigno e di Leda, Elena è rappresentata mentre viene alla luce, uscendo da un uovo posto in cima ad un pilastro in un cratere a figure rosse (un vaso per mescolare il vino con l’acqua) della metà del IV secolo a.C. attribuito al Pittore di Caivano (il comune a nord di Napoli dove è stato rinvenuto).
La propagazione del mito investì l’area magnogreca grazie alla diffusione nel mediterraneo della ceramica attica.
In mostra è presente un’hydria (anfora usata prevalentemente per trasportare l’acqua) del ceramografo Kleophrades (fine del VI – inizi del V secolo a.C.) con la rappresentazione della caduta di Troia (Ilioupersis) in diverse scene altamente drammatiche, tra le quali: l’uccisione del re di Troia, Priamo, su un altare sporco di sangue, dove siede con il piccolo nipote Astianatte, figlio di Ettore, che giace morto sulle sue ginocchia; a sinistra la profetessa inascoltata Cassandra, nuda, si aggrappa disperatamente al simulacro che protegge la città, il Palladio, mentre Aiace di Locride la sta già afferrando con violenza.
Il furto del Palladio ispirò la produzione magnogreca coeva e quella successiva romana con due testimonianze in mostra provenienti la prima anch’essa dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli come i vasi precedenti: una pelike (vaso usato per contenere liquidi) di produzione apula, proveniente da Ruvo e databile a metà del IV secolo a.C.
Ci sono Odisseo e Diomede che con aria circospetta s’impossessano della sacra statua di Atena; l’altra opera è parte di quel che resta di un gruppo scultoreo del I secolo d.C. rinvenuto a Sperlonga e conservato nel Parco archeologico della Villa di Tiberio, raffigurante simbolicamente la violenza sacrilega di Ulisse e del suo compagno Diomede la cui mano è resa magnificamente dallo scultore nell’atto di afferrare la statua, mentre lo sguardo di Atena pare abbia impedito al guerriero di Itaca di dare atto al suo intento di uccidere Diomede per prendersi da solo il merito dell’impresa.
L’ultima sezione riguarda invece la fuga di Enea e il mito fondativo di Roma con numerose opere che ritraggono l’eroe nella consueta iconografia con il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio tenuto per mano.
Come il bellissimo rilievo proveniente dal Museo di Afrodisia (odierna Geyre) famosa per le sue cave di marmo.
L’opera celebra proprio l’ascendenza divina della dinastia giulio-claudia alla quale era dedicato un santuario, il Sebasteion e infatti nella scena compare la dea che sorride benevola a protezione dell’amante Anchise, del figlio Enea e del piccolo Ascanio, detto anche Iulo, che diede vita alla Gens Iulia dalla quale discenderà Giulio Cesare e la dinastia imperiale augustea cantata da Virgilio nell’Eneide.
Fin qui parrebbe di illustrare un progetto espositivo ben riuscito e in buona parte certamente lo è, ma alcuni errori insostenibili segnalati dalla stampa all’inaugurazione e con grande imbarazzo successivamente corretti (Iliade scritta con due elle, il cui noto Proemio era stato spostato al libro XXII); svariate didascalie prive di datazione per i singoli oggetti, alcune scelte poco coraggiose, come quella della versione ottocentesca dell’Iliade di Vincenzo Monti in italiano – sì, d’accordo, la più diffusa – e di quella addirittura settecentesca di Pope in inglese, riconducibili entrambe a un lessico per alcuni familiare e apprezzato, ma che con quei segni diacritici come accenti circonflessi e terminologie veramente desuete, rischia di essere più che mai ostico alla maggior parte dei visitatori.
È mancata l’audacia di proporre accanto ad essa traduzioni più moderne e vicine al testo greco.
È stato “anche” grazie alle conoscenze acquisite negli ultimi duecento anni di ricerche archeologiche e antropologiche, che il poema può essere meglio apprezzato sia nella sua aderenza all’originale greco delle nuove versioni, che attraverso un lessico più diffusamente comprensibile.
Resta tuttavia una mostra che, con i limiti che abbiamo visto, offre pur sempre una panoramica su reperti che difficilmente può capitare di rivedere in un unico contesto espositivo.
L’accesso alla mostra resta un problema concreto, legato all’annoso nodo del Colosseo come sito tra i più visitati al mondo. Il sistema delle prenotazioni ha a lungo favorito l’accaparramento di pacchetti da parte di operatori e piattaforme internazionali, con biglietti rivenduti a prezzi gonfiati grazie anche all’uso di bot informatici.
Per una famiglia di quattro persone – due adulti a 18 euro e due minori a 2 euro ciascuno – il costo ufficiale si aggira intorno ai 40 euro; tramite agenzie e piattaforme terze può lievitare fino a 100-180 euro. Nelle ultime settimane il Parco ha avviato procedure contro gli operatori scorretti, con risultati ancora parziali.
Da una parte il Cavallo di Troia all’ingresso, i video realizzati con l’AI con il clangore delle spade e il crepitio delle fiamme; dall’altra i versi ottocenteschi di Monti con i loro accenti circonflessi, senza mediazione né nota critica.
Una mostra che sembra strizzare l’occhio ai visitatori meno preparati per poi abbandonarli a un apparato testuale ostico. Se la cultura è soltanto uno strumento per abbellire un progetto fondamentalmente geopolitico ed economico, allora tutto torna: si può tralasciare il controllo dei refusi e soprassedere sullo sforzo di rendere le letture accessibili.
Prima che la mostra chiuda i battenti, auguriamoci almeno che il problema dei biglietti sia risolto. Altrimenti verrebbe da pensare che rendere così complicato visitarla sia dovuto al perdurare dell’imbarazzo per una disattenzione ancora oggi incomprensibile.
Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico
Parco archeologico del Colosseo
fino al 18 ottobre 2026

Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).
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