È in corso presso il Padiglione 9A del Mattatoio di Roma Esercizi per essere come gli altri, una mostra bipersonale di Federica Luzzi e Naoya Takahara a cura di Giuseppe Garrera.

Attivi sulla scena artistica internazionale da diversi anni, i due artisti, pur condividendo spazi e riflessioni, mantengono proprie e distinguibilissime le modalità espressive dell’uno e dell’altra.
Il curatore Garrera ha selezionato le opere che abbracciano una lunga produzione, con un allestimento rigorosamente simmetrico che fa emergere le rispettive individualità.
La poetica di Federica Luzzi, a partire dal ciclo Shell e il suo significato plurivalente (di cui abbiamo parlato qui), esplora avidamente tutte le potenzialità della materia che adotta: legno, ceramica, metallo, ma è con la tessitura a telaio che riesce a realizzare le sue opere più sorprendenti.


Una disciplina che padroneggia con sapienza e che trasmette attraverso l’attività didattica. Come spesso accade in casi di artiste che utilizzano tecniche legate a filati e tessiture, il pensiero corre subito a Maria Lai.
Ma l’autentica esperienza di vero confronto con la grande artista sarda si colloca in una fase ben definita del suo percorso artistico, Luzzi ormai è andata ben oltre.
Dal suo telaio non prendono vita semplici forme bidimensionali: i suoi lavori, avendo più a che fare con la scultura a tutto tondo, sviluppano morfologie complesse, con addentellati di trame differenti, ponderose o leggerissime, che si sommano per poi richiudersi oppure spalancarsi, ma sempre attraverso una raffinatissima elaborazione.
Commoventi e intensi i lavori dedicati al padre Mario, grande conoscitore e punto di riferimento internazionale della musica jazz al quale l’artista deve incontri con personaggi formidabili, uno su tutti, Alvin Curran, coinvolto da Federica Luzzi in alcuni progetti recenti.

Molto suggestivo anche il recentissimo omaggio a Pisani con l’opera Blue Shell – Blu di Vettor Pisani, con un lavoro inedito di annodatura dalla forma raccolta, realizzato utilizzando del pigmento blu proveniente dallo studio del poliedrico artista scomparso quindici anni fa.

L’opera è sospesa nello spazio del Mattatoio che quasi si fa sacro; è accompagnata dalla frase di Cristina Campo: “Un solo, gran desiderio sopravvive: quello del luogo dove si riceve la Vita”.
Se è vero che le ricerche di Federica Luzzi hanno trovato riscontro in terra nipponica con mostre personali molto apprezzate (la più recente, nel 2024 alla LADS Gallery di Osaka), una certa ironia “romana” potrebbe aver contagiato nel tempo Naoya Takahara.
Alcune sue opere meravigliano e incuriosiscono, pur contenendo riflessioni profonde e pur avendo radici e suggestioni legate sia alla sua formazione in patria che all’Arte povera con la quale entrò in stretto contatto al suo arrivo in Italia negli anni Settanta.
Takahara esplora e fa uso di molteplici strumenti espressivi, alcuni, dall’apparente semplicità, aprono a una gamma di inedite possibilità interpretative per chi osserva.
Una volontà, quella dell’artista, di non offrire una visione univoca, ma lasciar spazio a diverse chiavi di lettura. La rappresentazione di un’identità come quella contenuta nell’opera Paraculo, nella quale è sottesa la possibile e multipla riproducibilità dello stesso ritratto, possiede nel suo messaggio una connotazione ironica e tuttavia potente.

Ma uno degli elementi più affascinanti della sua produzione sta nell’esercizio esecutivo estremamente rigoroso che sfiora, senza toccarlo, il virtuosismo: lo evita sottraendogli il banale autocompiacimento e facendo viceversa di quella precisione una sorta di disciplina meditativa.
È per questo che ci piace addentrarci nella sua mappa dei Continenti intagliata sapientemente nei volumi di un’enciclopedia, e ci facciamo catturare dal concetto che vi è custodito; il pensiero che vi soggiace deve essere stato un punto di riferimento che, in tutta probabilità, non ha mai abbandonato l’artista durante l’intero processo esecutivo.


Il rapporto con la natura trova spazio totalizzante in alcune opere, il Picchio per esempio, attraverso la quale vogliamo rammentare il lavoro eseguito al Macro Asilo nel 2019.

Anche lì c’erano pochi elementi: un picchio impagliato, una casetta per uccelli, uno strumento per realizzare piccoli fori su fogli di carta e una sedia di legno che progressivamente si andava consumando. Takahara, utilizzando quella sorta di piccone appuntito, si era in sostanza munito di un ‘becco’ e per una settimana ebbe modo di compiere una performance quotidiana davanti ai visitatori.
Ma la natura è evocata anche nell’opera in mostra Piante acquatiche e rana, con delle lenticchie d’acqua che germogliano davanti a noi e con una rana assolutamente artificiale che galleggia sulla superficie.

Difficile non pensarla in dialogo con la splendida, traslucida ed elaboratissima Ala di libellula di Federica Luzzi nello spazio di fronte, un punto di contatto forse nemmeno voluto dagli artisti, ma diverte pensare a un occasionale orizzonte comune ‘acquatico’, magari solo onirico, tra i due.

Nel loro sodalizio divergente, Takahara e Luzzi mettono in luce le proprie individualità creative, che l’allestimento fa bene a separare, misurandosi peraltro con uno spazio che si presenta sempre come una sfida per chi espone, ma in questo caso è stata vinta da entrambi.
I frammenti letterari che il curatore Garrera propone fanno da contrappunto e suggerendo altre possibili chiavi interpretative delle opere, obbligano a una sosta. Notevole anche l’idea dell’apparato documentale di cataloghi, brochure, locandine e “memorabilia” appartenenti agli artisti.
Due originali ritratti fotografici sono il biglietto da visita della mostra, due fermo immagine in bianco e nero che separano e uniscono i due protagonisti, marcando la preziosità del rispetto reciproco negli spazi condivisi.
E cos’è questa se non una risposta al titolo della mostra? All’esercizio per essere come gli altri si contrappone quello della convivenza nella diversità, che Luzzi e Takahara hanno saputo compiutamente apprendere e declinare nelle loro vite di artisti. Per noi, una lezione preziosa nella sua apparente semplicità, in una mostra da non perdere.
Informazioni: Federica Luzzi e Naoya Takahara | Esercizi per essere come gli altri
- a cura di Giuseppe Garrera
- Fino al 2 agosto 2026
- Mattatoio di Roma, Padiglione 9A – Piazza Orazio Giustiniani 4 – Roma
- Ingresso gratuito Dal martedì alla domenica – h. 11:00 – 20:00 (ultimo ingresso 19:30) – lunedì chiuso
- Info: www.mattatoioroma.it
Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).











