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Edgardo Mannucci. Fuoco e genesi nella sua Fabriano

di Maria Arcidiacono

Si intitola Mannucci. Fuoco e genesi ed è a cura di Fabio Marcelli la mostra che verrà inaugurata il 19 settembre presso il Polo museale di Zona Conce a Fabriano. Un omaggio al grande scultore Edgardo Mannucci (Fabriano, 10 giugno 1904 – Arcevia, 21 novembre 1986) a quarant’anni dalla sua scomparsa nella città marchigiana dove nacque nel 1904.

Fu grazie al celebre critico Enrico Crispolti che Fabriano ospitò già nel 2005 un primo progetto espositivo – Mannucci e il Novecento. L’immaginario atomico e cosmico – del quale la prossima mostra intende raccogliere l’eredità arricchendolo di nuovi contenuti e di opere acquisite nel corso degli anni dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana che presenta e promuove la mostra stessa.

immagine per Spazio espositivo Zona Conce a Fabriano. Sullo sfondo Idea 1984
Spazio espositivo Zona Conce a Fabriano. Sullo sfondo Idea 1984

 

immagine per Edgardo Mannuccinel suo studio nella chiesa di San Francesco di Paola ad Arcevia, 1979 PH Roberto Ruberti
Edgardo Mannucci nel suo studio nella chiesa di San Francesco di Paola ad Arcevia, 1979 Ph. Roberto Ruberti

Un percorso, quello dell’artista, che lo vide affrancarsi dal debito figurativo degli esordi nei confronti di artisti come Arturo Martini, e assistette alla sua progressiva trasformazione in uno dei più alti interpreti della scultura informale nel secondo dopoguerra.

Questa scelta radicale di abbandono della figura non fu meramente stilistica, ma si legò strettamente alle proprie vicende personali e alla necessità di individuare una prassi e un linguaggio che fossero confacenti a quel tempo di passaggio, tra disillusione e denuncia.

Mannucci era stato chiamato a combattere nel 1940, tre anni dopo si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di schierarsi con i nazisti che lo catturarono; scampò miracolosamente a un terribile naufragio presso l’isola di Creta, su un piroscafo diretto ad Atene che affondò assieme a centinaia di militari italiani, prigionieri come lui, che erano stati ammassati nella stiva.

Di quell’esperienza drammatica non parlò esplicitamente se non attraverso le proprie opere, dalle quali la figura umana si eclissò e scomparvero anche materie come il marmo e la creta, parte integrante della prima esperienza formativa di Mannucci a Fabriano nella bottega del padre, artigiano marmista.

La cancellazione della pratica di modellare e levigare la materia tradizionale lasciò spazio a un’impronta di carattere sperimentale su metalli e leghe come il ferro, il rame e l’ottone, resi filanti o ridotti ad agglomerati attraverso la fusione e la saldatura.

Gli avvolgimenti elicoidali nello spazio di queste forme sottili avevano una stretta relazione con la grande eco drammatica della tragedia di Hiroshima che attraversò la ricerca poetica dell’artista e lo portò a una definizione spaziale della materia disintegrata.

La serie delle Idee, presente in mostra con una decina di esemplari, racchiude la sintesi dell’intento espressivo di Mannucci: nell’avvitarsi di strutture filiformi, interrotte da lacerti di fusione e anneriti dall’uso della fiamma ossidrica, troviamo spesso la luminosità del vetro, dello smalto, del cristallo, di dorature o di vere e proprie pietre preziose.

Un messaggio vitale, di sopravvivenza alla distruzione, altamente evocativo sia del proprio essere scampato a quella carneficina nelle acque dell’Egeo, che dell’auspicio di pace dopo il terrore atomico. Concetti e pratiche artistiche che nella profondità del pensiero espresso da Mannucci e nella resa visiva non hanno perso attualità né forza vitale, mantenendo fino in fondo coerenza e concretezza anche sul ruolo dell’artista in generale:

“Oggi l’artista rischia di diventare un ingranaggio dello stesso sistema che contesta. Ci chiedono forme che arredino i salotti, che rassicurino, o che diventino un investimento economico sicuro. Ma la vera arte deve rimanere un atto di insubordinazione, una testimonianza anche scomoda della nostra epoca lacerata”.
(da Edgardo Mannucci, Lettere a un amico, a cura di Leo Strozzieri, Ribichini editore, Castelplanio 1977).

In mostra anche opere degli anni Trenta (come il Ritratto di Franco Gentilini del 1933) e, in omaggio anche al critico Enrico Crispolti, saranno esposte opere di svariati artisti (tra i quali Basaldella, Burri, Cagli, Ceroli, Consagra, Dorazio, Giacomelli, Guttuso, Leoncillo, Marotta, Arnaldo Pomodoro, Prampolini, Spoerri, Turcato, Uncini, Vedova e altri) che dialogheranno con le sculture di Mannucci.

immagine per Edgardo Mannucci Ritratto di Franco Gentilini 1933
Edgardo Mannucci Ritratto di Franco Gentilini 1933

Sarà inoltre proposto un percorso audio tattile di alcune sculture di Mannucci promosso dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona in occasione della mostra. Un’esplorazione aperta a tutti: chi ha già provato la fruizione tattile di una scultura sa quanto possa restituire una percezione della materia e della forma che l’esperienza visiva da sola non dà.

Infine, la Fondazione promuoverà ad Arcevia un nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna Ruggeri-Mannucci-Bruno d’Arcevia, nella città marchigiana dove l’artista visse e lavorò negli ultimi anni della sua vita, nell’ex chiesa di San Francesco di Paola.

Informazioni Mannucci Fuoco e genesi

  • a cura di Fabio Marcelli
  • 19 settembre 2026 – 10 gennaio 2027
  • Zona Conce, Fabriano (AN)
  • dal lunedì al venerdì: 15:00-18:00; sabato, domenica e festivi: 10:00-13:00, 15:00-18:00
  • Per informazioni: www.zonaconce.it – tel. 0732 880883 / 328 1030132
  • mariachiara@salvanelli.it
  • info@carifacarte.it
immagine per Maria Arcidiacono
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Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).

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