La Japan Art Association ha recentemente assegnato i cinque importanti riconoscimenti della trentasettesima edizione del Praemium Imperiale, l’appuntamento annuale – definito il “Nobel per le Arti” – che premia le figure più rappresentative nel campo della pittura, della scultura, dell’architettura, della musica e del teatro/cinema.

È intitolato al patrono onorario della Japan Art Association, il Principe Takamatsu, che ricoprì quel ruolo per circa sessant’anni, mentre il premio vero e proprio fu assegnato per la prima volta nel 1988 per celebrare il centenario dell’associazione. L’annuncio dei vincitori ha avuto luogo l’8 settembre a Tokyo e in contemporanea nelle città di Parigi, Roma, Berlino e New York.
Va sottolineato che alcune categorie sconfinano dagli ambiti letteralmente intesi, abbracciando altre modalità espressive, come nel caso della pittura che premia sia la fotografia – con premi assegnati in passato a Cindy Sherman (2016) e a Sebastião Salgado (2021) – che la videoarte (Bill Viola, premiato nel 2011).
Questa edizione ha visto vincitrice nella sezione pittura l’artista Jenny Holzer (Stati Uniti) le cui opere (proiezioni luminose, manifesti, incisioni, ma anche tradizionali serie pittoriche su lino) mettono al centro dello spazio pubblico la parola, spesso di denuncia, su tematiche femministe e dei diritti umani, sulla violenza del potere, sulla guerra, sulla memoria e sulla censura.
L’artista è conosciuta in Italia a partire dalla sua partecipazione in rappresentanza degli Stati Uniti (e assegnazione del Leone d’Oro) alla 44esima Biennale di Venezia nel 1990, e per le mostre in sedi istituzionali (Castello di Rivoli nel 1996, Museo Correr a Venezia nel 2015, GAMeC di Bergamo nel 2019), gallerie private (Studio Trisorio a Napoli, 2013 e 2024) e spazi pubblici, con le proiezioni effettuate a Roma (Colosseo, Muraglioni del Tevere, Castel Sant’Angelo, 2005 e 2007) e a Milano (Palazzo Reale e piazza Duomo, 2015).
Tra i premiati per l’ambito della scultura nelle edizioni precedenti figura Marina Abramović (2025) per l’uso performativo del proprio corpo come scultura vivente, avendolo talvolta reso perfino ‘monumentale’ nella sua immobilità, così come è stata considerata scultura anche la poetica Land Art di Richard Long (premiato nel 2009).
Proprio nel quadro di quest’ultimo ‘sconfinamento’ si colloca Andy Goldsworthy (Regno Unito) a cui è andato quest’anno il riconoscimento per la scultura.
La sua ricerca si svolge prevalentemente negli spazi aperti, attraverso opere spesso effimere, realizzate manualmente su fogliame, ramoscelli, ghiaccio e altri elementi.
Se nella maggior parte dei casi la natura viene lasciata seguire i propri processi di trasformazione senza alcun intervento tecnico, non mancano eccezioni nelle quali Goldsworthy si avvale anche di strumenti e tecniche più elaborate per le sue opere monumentali permanenti, come accadde nel 2003 nel caso del Garden of Stones presso il Museum of Jewish Heritage a New York.
Un progetto la cui esecuzione comportò il trasporto di 18 enormi blocchi di granito (oltre dieci tonnellate ciascuno); le pietre furono poi scavate con l’ausilio di scalpelli meccanici e strumenti termici ad altissima temperatura, riempite internamente di terra e argilla, per ospitare infine delle piante di quercia nana, scelte per la loro resilienza nei terreni rocciosi e messe simbolicamente a dimora nelle piccole cavità del granito dai sopravvissuti alla Shoah, assieme ai loro familiari e allo stesso artista.
Da Frank Gehry (1992) a Renzo Piano (1995), da Oscar Niemeyer (2004) a Zaha Hadid (2009): sono solo alcuni tra i più celebri vincitori del premio assegnato in passato per l’architettura ai quali si aggiunge quest’anno Daniel Libeskind, considerato uno dei maestri del decostruttivismo.
Una biografia da vero cosmopolita: nato in Polonia, approdato adolescente negli Stati Uniti dopo qualche anno trascorso a Tel Aviv, inizialmente si dedica alla musica, poi sceglie la sua vera vocazione e si iscrive alla facoltà di architettura della Cooper Union di Manhattan; dopo la laurea si stabilisce a Londra per specializzarsi e inizia la sua carriera di docente che lo porterà in vari atenei europei e in Giappone.
Negli anni Ottanta stringe rapporti con l’Italia, un legame che oscilla tra apprezzamenti e polemiche per via delle sue opere dal forte impatto visivo che tendono volutamente a interferire dialetticamente sia sull’equilibrio naturale (The Life Electric, Lago di Como, 2015) che su quello di uno skyline consolidato (Torre Libeskind, Milano, 2020).
Tra i suoi capolavori, il Jewish Museum di Berlino: spazi interni dalle linee spezzate e claustrofobiche nei quali l’architetto rende omaggio alla memoria (anche personale: i genitori scamparono alla Shoah) senza rinunciare all’originalità del proprio linguaggio.
Deve essere stato arduo decidere a chi assegnare il riconoscimento per la musica, considerato l’alto spessore dei vincitori delle edizioni passate: da Bernstein (1990) a Berio (1996), da Barenboim (2007) a Muti (2018), fino al jazz di Wynton Marsalis (2023).
La scelta è caduta su Herbert Blomstedt, un vero gigante del podio, prossimo al traguardo dei cento anni (è nato a Springfield, Massachusetts, l’11 luglio 1927). Tornato giovanissimo in Svezia, suo paese d’origine, ebbe tra i suoi maestri Igor Markevitch e Leonard Bernstein.
Figura dallo stile di vita rigorosissimo e quasi ascetico, ha collezionato molti titoli di direttore onorario con orchestre internazionali a partire da quelle scandinave (Danish National Symphony Orchestra, Swedish Radio Symphony e Oslo Philharmonic), quelle tedesche di Dresda e Lipsia, la NHK Symphony Orchestra di Tokyo e altre; è anche membro d’onore dei Wiener Philarmoniker.
Nel maggio 2023 ha diretto l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma in un concerto memorabile con musiche di Schubert e Bruckner (i suoi autori prediletti, accanto a Brahms, Beethoven e Sibelius).
Anche la sezione teatro/cinema, nel tempo, ha saputo accogliere linguaggi diversi, includendo la danza: da Pina Bausch (1999) e Merce Cunningham (2005) ad Anne Teresa De Keersmaeker che ha ricevuto il riconoscimento lo scorso anno.
Ma è nel solco di grandi interpreti come Sophia Loren (2010), Judi Dench (2011) e Catherine Deneuve (2018) che si inserisce quest’anno Cate Blanchett, con il suo curriculum denso di successi e di sfide.
Australiana, ma con la cittadinanza statunitense, ha conosciuto il primo vero successo internazionale e la prima candidatura agli Oscar interpretando la regina Elisabetta I d’Inghilterra (Elizabeth, di S. Kapur, 1998) a cui è seguita la partecipazione alla trilogia del Signore degli Anelli (di P. Jackson, 2001, 2002, 2003) nel ruolo di Galadriel.
Ha inoltre lavorato con registi – per citarne solo alcuni – del calibro di Jim Jarmush, Ron Howard, Wes Anderson, Martin Scorsese, Alejandro Iñárritu, Steven Spielberg, Ridley Scott, Woody Allen, Kenneth Branagh e, più di recente, Steven Soderbergh (Black Bag, 2025).
Alla recitazione cinematografica ha alternato quella teatrale e al mestiere di attrice ha affiancato quello di produttrice; ha ottenuto due Oscar e altri importanti riconoscimenti.
Lavorare ad Hollywood, ma vivere nella campagna inglese con il marito sposato trent’anni fa e i loro quattro figli fa di lei una diva e un’antidiva contemporaneamente, senza contraddizioni: magnetica e regale sul red carpet e sensibile alle tematiche migratorie in qualità di Ambasciatrice Onu per i rifugiati (UNHCR) combattendo contro le retoriche sovraniste e denunciando i costi ‘umani’ delle decisioni restrittive nei confronti dei migranti.
Blanchett ha inoltre fondato il Displacement Film Fund, un programma di sostegno a registi rifugiati e sfollati, ed è stata di recente nominata Cameron Mackintosh Visiting Professor of Contemporary Theatre a Oxford per l’anno accademico 2026-2027.
Un cenno merita infine la Borsa di Studio del Praemium Imperiale per Giovani Artisti, assegnata quest’anno a La Source Garouste (Francia): l’associazione, fondata nel 1991 da Gérard ed Élizabeth Garouste, sostiene bambini e adolescenti in difficoltà attraverso laboratori artistici gratuiti, oggi attivi in dieci centri francesi e capaci di raggiungere ogni anno quasi diecimila ragazzi.
Un’edizione che conferma la vocazione del Praemium Imperiale a intrecciare geografie, generazioni e linguaggi diversi, riconoscendo in ciascuno una propria, insostituibile misura espressiva.
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Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).





















