Provengono da circa trentaquattro siti archeologici giordani i novanta reperti esposti al Palazzo della Cancelleria di Roma per la mostra Giordania: Alba del Cristianesimo, prorogata fino al 23 marzo 2025.
L’evento espositivo, organizzato dal Ministero del Turismo e delle Antichità della Giordania in collaborazione con il Vaticano, non solo celebra i trent’anni di relazioni diplomatiche tra Amman e la Santa Sede, ma coincide con gli eventi giubilari dell’Anno Santo.
Il percorso si snoda in un allestimento immersivo, ricco di manufatti provenienti da siti colmi di storia, da Pella a Filadelfia (l’odierna Amman), dalla conosciutissima Petra a Macheronte (Mukawir) per citarne solo alcuni.
I monumenti e ritrovamenti archeologici sono talvolta riconducibili a episodi e protagonisti di passi biblici o evangelici mentre le loro trasformazioni documentano l’intrecciarsi delle civiltà che hanno attraversato questi luoghi.
Pur essendo un paese a maggioranza musulmana, la Giordania considera queste testimonianze parte integrante della propria storia, ed è proprio in quest’ottica di rispetto e accoglienza nei confronti dell’eredità di fede e cultura cristiana diffusa nel proprio territorio che si colloca la mostra.
La tipologia delle opere esposte è molteplice: suppellettili destinate all’arredo liturgico, come la colonna in marmo proconnesio del VI secolo, rinvenuta a Tall Ash Shaykh ‘Isa (Ghawr As Safi) e destinata al recinto presbiteriale di una chiesa bizantina; manufatti vitrei a forma di pesce che si ritengono pertinenti a una simbologia cristologica per via della parola ‘pesce’, in greco Ichthỳs, le cui lettere (ΙΧΘΥΣ) formano l’acrostico: ᾿Ιησοὸς Χριστὸς Θεοῦ υἱὸς Σωτήρ, “Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore”; un simbolo che si ritrovava già nelle catacombe romane, usato nelle epigrafi di alcune sepolture per indicare che il defunto apparteneva alla comunità cristiana.
Spiccano per la loro preziosità alcune monete d’età romana e bizantina e una selezione dei celebri mosaici pavimentali, che danno conto di quanto i siti giordani siano ricchi di questa tipologia decorativa rinvenuta attraverso le campagne di scavo. E, a proposito di indagini archeologiche, non si può non menzionare padre Michele Piccirillo, dell’Ordine dei Frati Francescani, grande storico e archeologo, scomparso nel 2008.
Agli scavi da lui diretti si devono importanti ritrovamenti in alcuni tra i più interessanti siti monumentali giordani: Madaba, dove è stata rinvenuta la celebre Mappa della Terra Santa, (presente in mostra una riproduzione), il Memoriale di Mosè sul Monte Nebo, la città di Um er-Rasas (l’antica Kastron Mefaa).

Nato nel 1944 a Casanova di Carinola, in provincia di Caserta, apparteneva alla congregazione cristiana della Custodia di Terrasanta, fondata nel 1217, la più antica e la più grande presente nel territorio.
Abbiamo rivolto due domande ciascuno all’archeologo Francesco Benedettucci, (specialista del Vicino Oriente Antico, direttore dal 1999 dello scavo di Tell al-Mashhad, in Giordania) e al restauratore Franco Sciorilli (lavora dal 1991 nel campo del restauro e della conservazione, in particolare dei mosaici ed è docente in corsi di formazione internazionale) entrambi lavorarono a lungo con Michele Piccirillo e tuttora operano in territorio giordano:
Prof. Benedettucci, qual è il primo ricordo che ha del suo arrivo in Giordania?
La prima visita in Giordania è del lontano 1988, quando arrivai, ventenne, come studente nella missione archeologica dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, diretta dal compianto p. Michele Piccirillo. Difficile scegliere tra i tanti ricordi di quell’esperienza, che mi ha segnato sia dal punto di vista professionale che umano.
Forse, però, la prima visita a Petra, già meta turistica trainante del paese, ma ancora priva del grande turismo di massa che l’ha caratterizzata nei decenni successivi, è quella che mi ha impressionato di più. All’epoca esistevano solo un paio di alberghi nel vicino villaggio di Wadi Musa e la situazione generale del sito non era molto differente da quella descritta dallo scopritore dell’antica città, lo svizzero Ludwig Burckhardt, nel 1812.
Niente percorsi prestabiliti, carrozzelle trainate da cavalli, o dromedari ansimanti cavalcati da corpulenti turisti occidentali: per entrare nel Siq, la stretta gola che conduce al monumento principale della città, dovevi camminare sui depositi alluvionali lasciati dal corso d’acqua che, con le grandi piogge, invadeva il sito e non su strade lastricate e illuminate…
Molti monumenti non erano stati ancora scavati o addirittura erano ancora sconosciuti, come la chiesa bizantina con pavimento a mosaico che sarebbe stata individuata solo nel 1990.
A distanza di anni il paese ha attraversato molti cambiamenti, ci sono aspetti particolari della Giordania di oggi che meritano di essere conosciuti?
La Giordania è un paese molto particolare, che ha conosciuto, negli ultimi decenni, uno sviluppo vertiginoso, nonostante le grandi difficoltà dovute alle guerre che hanno colpito i paesi vicini, dall’Iraq, alla Siria e alla stessa Palestina.
L’altissimo numero di profughi che il paese ha accolto poteva creare una deflagrazione sociale che la monarchia e i governi che si sono succeduti negli anni hanno saputo tenere sotto controllo.
Tutto questo ha influito anche sul turismo, i cui numeri, negli ultimi anni, hanno conosciuto molti alti e bassi. Ed è un peccato, perché si tratta di un paese i cui abitanti sono sempre stati estremamente accoglienti verso gli stranieri.
A me piace segnalare, oltre ai siti archeologici e storici, le bellezze naturali, con i panorami mozzafiato che si aprono sulla valle del Giordano da località come Umm Qais (l’antica Gadara, patria di poeti come Meleagro e filosofi come Filodemo) o il monte Nebo, la cui grandiosità era nota sin dai tempi antichi, se si pensa che proprio qui i testi biblici ambientano la morte di Mosé mentre contempla la Terra Promessa ove il Signore gli impedisce di entrare.
Di grandissimo effetto i canyons di Wadi Mujib e Wadi el-Hasa, ma, soprattutto, lo splendido deserto meridionale di Wadi Rum, dai colori quasi irreali che hanno fatto da sfondo a diversi film, qui girati, addirittura ambientati su Marte. Ma forse lo spettacolo naturale di maggiore bellezza è il cielo notturno sopra il deserto.

La mancanza di forti sorgenti luminose artificiali consente di osservare, come in pochi posti al mondo, la Via Lattea e migliaia di stelle, pianeti e stelle cadenti. Insomma, qualcosa di difficilmente descrivibile, ma, soprattutto, impossibile da dimenticare.
Franco Sciorilli, qual è il primo ricordo del suo arrivo in Giordania?
Alla fine della primavera del 1994 con il mio amico Francesco Benedettucci incontrai presso la Delegazione di Terrasanta a Roma, il compianto Padre Michele Piccirillo, che mi propose di partecipare alla campagna estiva sul Monte Nebo, per i corsi di formazione presso l’appena nata Scuola del Mosaico di Madaba finanziata dalla Cooperazione Italiana.
Il progetto prevedeva la formazione degli studenti locali, sul modello scuola-cantiere, sia per il restauro del mosaico, che per le sue varie tecniche esecutive.
L’arrivo in Giordania, il 27 luglio, fu per me una sorpresa, arrivavo da Roma, dove l’idea di come potessero essere gli arabi era completamente diversa dalla realtà che poi trovai: non persone con le spade pronte a tagliare teste e a seminare terrore dietro ogni angolo, ma un amore fraterno, ed è quello che tutt’oggi, dopo oltre trent’anni, continuo ad avere e a condividere con tutti i miei conoscenti.
Il primo impatto con il Monte Nebo e il Memoriale dove Mosè, prima di morire, poté vedere la Terra Promessa, fu indimenticabile, la valle ti impressiona, uno spettacolo della natura che cambia tutti i giorni, soprattutto a impressionarti è il vento, che nel pomeriggio sembra parlarti.
I mosaici, anche questi furono una scoperta, non erano famosi come la celebre Mappa di Madaba, (che peraltro, in questi giorni con il mio team di collaboratori stiamo restaurando), ma avevano uno stile proprio di questa regione, pochi colori reperiti in loco, con casi rarissimi di riutilizzo di pietre prelevate da strutture di epoca precedente, mosaici dal disegno semplice, ma pieno di espressione.
La Scuola del Restauro di Madaba, era nata una decina d’anni prima, nel 1986, da un’idea di Padre Michele Piccirillo e alcuni suoi collaboratori, quando si stava progettando la prima mostra dei mosaici di Giordania che inaugurò a Roma, a Palazzo Venezia, nel giugno di quell’anno.
Quando giunsi in Giordania, la scuola era nella fase di organizzazione dei laboratori e degli interventi in situ, qui l’impatto con i 18 studenti mi è rimasto nella memoria, come se fosse avvenuto ieri, fortunatamente quasi tutti parlavano già un buon italiano, e questo mi fu di grande aiuto, in quanto allora ero padrone solo della mia lingua madre.
Ricordo anche i primi interventi sul sito, nel Parco Archeologico che era in fase di costruzione e, non essendoci ancora la possibilità di creare un’area protetta, si dovette provvedere a strappare il mosaico della chiesa di Massuh, una pratica usuale in quel periodo perché era l’unico modo per salvarlo dal degrado. Il primo periodo mi trattenni circa 4 mesi, poi, dall’estate del 1996, mi trasferii definitivamente a Madaba.
A distanza di anni il paese ha attraversato molti cambiamenti, ci sono aspetti particolari della Giordania di oggi che meritano di essere conosciuti?
A questa domanda, che spesso mi viene posta da visitatori e amici, rispondo sempre che la Giordania non è solo Petra, e poi dico sempre, i Mosaici di Giordania sono qualcosa di unico.
I mosaici romani sono quelli più noti, facendo una ricerca ne troviamo a profusione, non solo in Italia, ma anche in Tunisia, Algeria, Turchia e in quasi tutti i paesi mediterranei; per quanto riguarda la Giordania, solo recentemente si trovano informazioni, che vertono principalmente sulla famosa Mappa e poco sulle oltre 280 chiese mosaicate e sui palazzi Oamyyadi presenti nel territorio.
Su un foglio bianco i mosaicisti bizantini della scuola di Madaba, disegnavano con semplicità, animali, pastori, soldati, città e un’immensità di decorazioni geometriche, con pochi colori, non più di 15-16 complessivi, dando espressioni, volumi e, soprattutto, prospettiva, con figure senza ombre, ma ben salde sui loro piedi, sempre sul foglio bianco.
Da mosaicista, paragonando la tecnica romana, costituita da 30-40 colori, da dettagli minuti, da colpi di luce e prospettive, con quella bizantina di Madaba, al primo impatto la semplicità dei bizantini può trarre in inganno: può far pensare ad una semplicità anche nell’esecuzione.
Invece la resa espressiva, attraverso poche linee ed elementi, costituisce la vera grandezza di questi mosaicisti dell’estremo dell’impero: dietro la semplicità di quelle scene si nasconde una difficoltà sia nell’elaborarle che nell’eseguirle. La Giordania è qualcosa di più di ciò che viene offerto nei classici programmi turistici: Amman, Jerash, Madaba, e poi Petra, il deserto di Wadi Rum e poco altro; è un paese arido, un altopiano caratterizzato da clima secco dove si vive splendidamente in tutte le stagioni, escludendo ovviamente quei pochi fastidiosissimi giorni di pioggia.
Viene visitata solo una parte del suo immenso patrimonio culturale artistico e religioso, ma c’è anche la Giordania romana con le Decapolis e la Città di Jerash (l’antica Gerasa); quella cristiana, sviluppatosi a partire dal IV secolo; quella islamica, con i primi passi del Profeta al di fuori della penisola arabica: i Castelli della Rotta Omayyade e il Famoso Palazzo di Hisham a Jericho, e poi ci sono le bellezze naturali con i deserti e i Wadi con fonti di acqua calda…
Nel ringraziare i nostri gentili interlocutori, è difficile concludere senza sottolineare che la bella terra di Giordania si trova in un’area vicinissima a quella di un conflitto che insanguina da decenni il Medio Oriente.
Ammirando i paesaggi e la ricchezza del patrimonio storico-culturale dei luoghi dove si svilupparono le tre grandi religioni monoteistiche, si fa fatica a credere che l’idea – davvero semplice – di una convivenza pacifica, si stia trasformando sempre più in un’ipotesi irrealizzabile.
La mostra, pur con qualche limite nella traduzione di alcune didascalie e nell’uso forse un po’ disinvolto dell’AI nel video proiettato a conclusione del percorso, merita sicuramente una visita, perché documenta come la conoscenza di altre culture non tolga nulla alla propria.
La storia millenaria della Giordania ci insegna che il sapere condiviso non umilia nessuno, è un dono che chiunque dovrebbe poter liberamente offrire e ricevere in un contesto che possa finalmente dirsi di pace e di accoglienza.
Giordania: l’Alba del Cristianesimo
- Roma – Palazzo della Cancelleria
- piazza della Cancelleria, 1
- prorogata fino al 23 marzo 2025
fino al 28 febbraio 2025 - Ingresso libero con prenotazione sul sito: mostragiordania.com
Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).















