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Cesare Brandi e le frontiere del restauro.

di Maria Arcidiacono

L’Istituto Centrale per il Restauro ha organizzato alla fine del 2023 a Roma un importante convegno internazionale dal titolo Cesare Brandi e le frontiere del restauro. Molti i partecipanti tra studiosi e tecnici che si sono misurati e confrontati sull’attualità dell’eredità brandiana, sull’applicabilità dei suoi principi nei diversi settori del patrimonio culturale e sull’accoglienza che ebbe in altri ambiti e culture al di fuori del nostro Paese.

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Il pubblico nella sala dell’Auditorium – ph. Edoardo Loliva – ICR

Il riferimento alle frontiere nel titolo trova la sua ragione d’essere non soltanto in relazione all’ambito geografico, ma anche alle multidisciplinarietà professionali coinvolte a vario titolo nelle questioni riguardanti il restauro e la tutela.

Diviso per argomenti che seguono i capitoli della fondamentale pubblicazione di Brandi, la Teoria del restauro, il convegno ha visto un centinaio di interventi. Un’iniziativa di grande rilevanza scientifica, nata, come sottolinea la curatrice Alessandra Marino, in un momento di accelerazione vertiginosa – sotto il profilo ambientale, tecnologico, percettivo – che non ha precedenti rispetto agli anni in cui si è consolidata la cultura della conservazione.

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Copertina del volume – Cesare Brandi illustra al Presidente della Repubblica Gronchi il restauro dell’icona della Madonna del Pantheon 1960-61

E proprio per questo il suo proposito più radicale è stato forse il più semplice: fermarsi, e tornare a interrogarsi sui principi che orientano ogni scelta di restauro.

Tra gli interessanti interrogativi proposti nelle novecento pagine degli atti (Cesare Brandi e le frontiere del restauro, L’Erma di Bretschneider, Roma 2026), uno in particolare riguarda l’attualità del pensiero di Brandi in un’era che fa un largo utilizzo dell’intelligenza artificiale, non solo in ambito creativo.

Ad esempio, la studiosa Irene Bazán Ruiz segnala nel suo intervento le numerose proposte virtuali di ricostruzione della cattedrale di Notre Dame dopo l’incendio del 2019. Ma è sufficiente – e soprattutto attendibile – un restauro digitale senza considerare concretamente la materia, elemento che costituisce uno dei cardini della teoria brandiana, secondo la quale «solo la materia di un’opera d’arte viene restaurata»?

In relazione all’arte contemporanea, oltre al diritto alla scomparsa dell’opera (Massimo Carboni), si è posta anche la questione del ruolo dell’artista negli interventi di restauro: quanto è imprescindibile il suo punto di vista e quanto la sua partecipazione rischia di trasformarsi in atto creativo, alterando quella distinzione tra tempo dell’opera e tempo del restauro che per Cesare Brandi doveva restare netta?

Le relatrici dell’intervento, Alessandra Barbuto e Angelandreina Rorro, hanno cercato delle risposte interpellando tre artisti della scena contemporanea: Alfredo Pirri, Silvia Giambrone e Flavio Favelli i cui argomenti hanno portato ad un ulteriore ampliamento interpretativo.

Per Giambrone il confronto tra restauro e atto creativo è meno astratto di quanto sembri: nei suoi lavori in cera – ricordiamo quelli esposti a Versailles nell’installazione commissionata da Dior nel 2021, a cura di Paola Ugolini –quando è dovuta reintervenire, ha cercato di ripristinare l’ordine precedente o, dove non riusciva, un nuovo ordine che restasse comunque fedele all’originale, senza escludere che in futuro il restauro possa diventare, per lei, l’occasione di una vera e propria seconda vita dell’opera.

Buoni propositi anche sul fronte della sostenibilità ambientale, come le iniziative “PArCo Green” per la manutenzione del Parco Archeologico del Colosseo (Alfonsina Russo, Federica Rinaldi e altri), che puntano ad affiancare alle pratiche tradizionali soluzioni meno impattanti sull’ambiente e sull’uomo.

Un percorso non privo di ostacoli – costi, superfici estese, vincoli logistici – che ci si augura possa comunque proseguire. Un altro contributo, quello di un gruppo di tecnici, esperti scientifici e restauratori, affronta invece il tema della riconoscibilità della reintegrazione con una proposta innovativa: il pastello fluorescente, costituito da pigmenti naturali con l’aggiunta di piccole quantità di ossido di zinco, atossico e visibile solo sotto luce UV (Martina Massarelli e altri).

Nel ricostruire le origini dell’Istituto Centrale del Restauro è stato prezioso il contributo di Claudio Gamba e Stefania Ventra che hanno pubblicato e commentato un prezioso e inedito carteggio tra Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi tra ottobre e dicembre 1943.

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da sin. Palma Bucarelli, Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan ph. www.cesarebrandi.org

La grande tensione dovuta all’occupazione nazista di Roma e la necessità di preservare le opere d’arte e l’istituto stesso che aveva pochi anni di vita, fecero prendere ai due grandi studiosi delle decisioni strategiche diverse che si rivelarono entrambe giuste.

Dalle lettere scaturisce un intenso scambio intellettuale, un libero confronto talvolta senza condivisione delle stesse idee che testimoniano una grande amicizia destinata a durare negli anni a venire.

Impossibile sintetizzare qui tutti gli argomenti sviluppati nelle decine di contributi degli atti: dal restauro architettonico – come, tra gli altri, quello citato da Simona Salvo sulla controversa ‘coincidenza’ tra struttura e aspetto nel grattacielo Pirelli di Milano – a quello subacqueo, con i contributi sugli interventi reintegrativi effettuati sui mosaici nel Parco sommerso di Baia (Eva Laglia e altri) e il programma di conservazione programmata dell’intero Parco (Fabio Pagano e altri) che prevede anche apprezzatissime aperture di visita al pubblico tramite immersioni o su imbarcazioni dal fondo trasparente.

immagine per Mosaici sui fondali ph. sito web Parco Archeologico di Baia
Mosaici sui fondali ph. sito web Parco Archeologico di Baia

Per non parlare delle riflessioni di carattere filosofico, etico e sociologico che permeano buona parte dei contributi dimostrando quanto spirito critico e di discussione sia ancora in grado di stimolare la ricerca brandiana.

Non si può fare a meno di citare la testimonianza più toccante, quella di Licia Vlad Borrelli, della quale abbiamo parlato qui, per commemorarne la scomparsa. La studiosa, in videocollegamento con il convegno, ha riferito gli esordi e la fortuna dell’ICR nel secondo dopoguerra.

L’imponente opera di restauro nella ricostruzione postbellica si svolse sotto l’egida di Cesare Brandi ed ebbe come base la sua metodologia elaborata prima nei Dialoghi e poi nella Teoria del restauro, un nuovo verbo che, come abbiamo visto, ebbe una vasta eco non solo in Italia.

Vlad Borrelli rammenta le richieste giunte all’istituto dall’estero sia per delle consulenze di carattere tecnico che per interventi veri e propri, come quello per gli affreschi del villaggio minoico di Santorini o per le porte bronzee dorate della Santa Sofia di Costantinopoli, dove l’approccio scientifico del minimo intervento, dell’utilizzo di materiali compatibili e della reversibilità venne di fatto esportato, diventando, nei casi citati, scuola di riferimento e quadro operativo tuttora vigente.

Tuttavia vi furono anche alcuni Paesi che non accolsero favorevolmente la Teoria e questo tema è stato affrontato nell’ultima sezione del convegno interamente dedicata alla ricezione del pensiero brandiano all’estero (Brasile, Cina, Taiwan, Spagna, Germania, Svizzera, Ungheria, Francia, Repubblica Ceca, Regno Unito/Scozia, Belgio).

L’approccio iniziale con la Francia vide una stagione di scambi che culminarono con il trasferimento di alcune opere dal Louvre (come La Visitazione di Sebastiano del Piombo) all’ICR e l’invio di esperti restauratori per consulenze su altri capolavori non solo italiani presenti nel territorio francese. Permane viceversa scetticismo sul metodo brandiano applicato al restauro architettonico dove sopravvive, anche in tempi recenti, la tendenza alla ricostruzione ‘restitutiva’ basata sui principi di alcuni teorici di riferimento come Viollet-le-Duc (Rossana Mancini e Léo Cany Paris).

Anche in altre realtà geografiche la dottrina di Brandi ha suscitato perplessità, a Taiwan, per esempio, la riconoscibilità si scontra con il pensiero orientale che vede nel restauro un perfetto lavoro di ricostruzione, con l’utilizzo di materiali resistenti e compatibili con le difficili condizioni ambientali (Tang, Eva Yi-Fang).

Lo scopo del convegno era proprio quello di fermarsi a riflettere sul lascito prezioso di un insigne studioso, in grado di abbracciare e comprendere vasti campi del sapere e per il quale il dialogo, il confronto e l’approfondimento hanno sempre rivestito un ruolo essenziale nell’attività di ricerca.

Anche le criticità, spesso dovute all’assenza di discussione articolata sulla corretta traduzione e interpretazione – non solo linguistica – dei testi di Brandi, si possono superare facendo riferimento alle esperienze ben riuscite.

Un esempio in questo senso è la lenta costruzione di un rapporto di collaborazione, anche operativa, con la Cina. Un dialogo iniziato con il viaggio di Cesare Brandi nel 1980, molti anni prima che la Teoria venisse tradotta in cinese (2006). A questo hanno fatto seguito esperienze simmetriche ed esempi concreti di adattamento interpretativo delle questioni teoriche in un contesto diversissimo da quello occidentale, come nel restauro dei metalli cinesi antichi illustrato da Yijia Shen.

In questi casi, a rendere possibile questo dialogo e a favorire lo sviluppo di un pensiero critico non sono stati solo i rapporti personali, ma, per usare le parole della curatrice Alessandra Marino, «soprattutto un’operatività in cui restauratori italiani e restauratori stranieri hanno potuto accompagnare le riflessioni di natura teorica con un’attività condivisa in cantiere».

Pur scontrandosi dialetticamente con prassi diversissime e nuovi argomenti che vorrebbero metterla in discussione, la Teoria del restauro brandiana ha viaggiato e continua a viaggiare per il mondo, forte del proprio approccio critico e filosofico che si conferma tuttora attualissimo.

Informazioni Cesare Brandi e le frontiere del restauro

 

immagine per Maria Arcidiacono
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Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).

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