In occasione dell’asta di dipinti antichi oggi a Firenze nella storica Casa d’Aste Pandolfini, verrà presentato un dipinto di cui si erano perse le tracce da oltre cinquant’anni. Si tratta della Tebaide, una tavola quattrocentesca dalla storia molto controversa, ispirata alle vite dei Santi Padri nel deserto di Tebe, in Egitto, con buona probabilità influenzata dal testo di Teodoreto, Historia religiosa seu ascetica vivendi ratio (IV-V secolo), sebbene non si possa escludere come fonte ispiratrice la tardo-duecentesca Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Il dipinto presenta scene di vita eremitica in un contesto paesaggistico roccioso e allo stesso tempo verdeggiante, desertico, ma attraversato da un fiume. I monaci convivono armoniosamente con gli animali selvatici e resistono alle tentazioni aiutandosi vicendevolmente.

Oltre a questa esistono altre versioni frammentarie, ma una delle tavole considerate originali alla quale si può fare riferimento per un confronto è quella che fino a poco tempo fa era conservata alla Galleria degli Uffizi e che da pochi anni è stata trasferita al Museo di San Marco, sempre a Firenze.
Nel corso del tempo, i dubbi degli studiosi hanno riguardato principalmente l’attribuzione: da Gherardo Starnina a Pietro Lorenzetti, da Maso di Banco fino a Paolo Uccello, ma è ormai opinione prevalente che a realizzarla sia stato Giovanni da Fiesole detto Beato Angelico.
Roberto Longhi riconobbe nella definizione delle linee prospettiche una datazione riconducibile al primo Quattrocento e ad avvalorare la sua ipotesi attributiva a Fra’ Angelico ci sarebbe anche un’indicazione contenuta nel testamento di Lorenzo il Magnifico (1492): “nell’andito che va alla chamera di Piero di sulla saletta una tavoletta di legname di braccia 4 incircha, di mano di fra Giovanni, dipintovi più storie di santi padri”.
Una storia tutta fiorentina, assai intricata per ragioni attributive, per le fonti e i modelli che ispirarono l’artista, per la questione delle copie, della loro autenticità e delle committenze.
Lasciando agli studiosi e alle studiose l’arduo compito di districarsi tra le criticità rimaste in sospeso, resta la riscoperta di un’opera che, con un nuovo linguaggio compositivo, sintetizza le virtù della vita ascetica in un giardino spirituale; testimoniando al contempo il grande fascino che questa particolare iconografia esercitò nella Firenze del XV secolo.
Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).











