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Ægyptus. Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana

Ægyptus. Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana è il titolo della mostra in corso fino al 15 novembre 2026 al Museo Nazionale Romano, nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano.

Il progetto, ideato da Elisabetta Bruscolini, è a cura di Alfonsina Russo, Angelo Piero Cappello, Federica Rinaldi e Alessio De Cristofaro.

La mostra si propone di raccontare un Egitto diverso da quello che immediatamente e per consuetudine siamo portati a visualizzare, ovvero quello dei faraoni e delle piramidi, ma abbraccia un territorio rimasto ai margini di quel grande racconto, in un’area sepolta dalla sabbia; ci porta in un tempo diverso, iniziando dalla conquista romana da parte di Ottaviano, che sconfisse Cleopatra ponendo fine alla dinastia tolemaica, giungendo fino al V secolo d. C. inglobando anche l’arrivo del cristianesimo e le testimonianze dell’Egitto copto.

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Ægyptus. Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana. Allestimento

Il fascino di questo territorio, sconfitto dopo millenni di autonomia nel Mediterraneo, ebbe il suo riscatto riuscendo a conquistare gli imperatori che si avvicendarono al potere dopo Augusto.

La mostra, nel suo percorso iniziale sottolinea l’attrazione che questa terra remota e ricca di grano esercitò su Roma, che in parte conosceva già dall’età repubblicana le divinità e i rituali destinati poi a radicarsi ancora più profondamente nelle consuetudini religiose dei romani.

Tra le divinità ‘importate’, Iside primeggia per diffusione a Roma, così come a Pompei e nelle province dell’impero; nelle località toccate dai percorsi carovanieri sono emersi dei templi a lei dedicati, spesso su iniziativa degli stessi imperatori, come quelli della dinastia flavia.

Associati a Iside ci sono Osiride, suo sposo e fratello e Serapide che, pur essendo in origine una divinità ctonia, venne iconograficamente associato a Zeus; resta tuttavia distinguibile per la presenza del modio, un copricapo sacro di forma cilindrica atto a contenere il grano, che gli attribuiva anche il ruolo di portatore di fertilità e abbondanza.

Ampio spazio è dedicato al culto funerario, si segnala in particolare un’opera del Museo Nazionale Romano: una stele funeraria in calcare, piuttosto antica (prima metà del III millennio a.C.) e di provenienza sconosciuta, che mostra su due registri due coppie di defunti seduti davanti a un tavolo con delle offerte.

Le figure femminili a destra avvicinano al volto un fiore di loto, mentre i caratteri geroglifici sono d’invocazione a Osiride per i defunti di sesso maschile e al dio Anubi per le defunte: la formula di offerta avrebbe garantito per l’eternità cibo, birra, buoi e abiti.

Sempre ascrivibili al mondo ultraterreno sono alcuni ushabti datati tra il VII e il III secolo a.C; si tratta di statuette in faïence (un materiale siliceo coperto da una invetriatura color turchese) che nell’aldilà assolvevano ai compiti di natura prevalentemente agricola al posto del defunto.

In mostra anche degli scarabei apotropaici che per il loro far rotolare e seppellire una sfera di terra e sterco, con la successiva nascita dal sottosuolo di altri scarabei, venivano associati al ciclo del sole che tramonta “sotto terra” per poi rinascere ogni giorno.

Questi amuleti, databili in diverse epoche faraoniche assieme agli ushabti, a lucerne di età tolemaica, a una splendida urna in alabastro e ad altre opere in mostra, provengono dai recuperi effettuati dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Va sottolineato che lo spazio espositivo ha assunto nel 2022 la denominazione di Museo dell’Arte Salvata, perché ospita a rotazione opere e reperti recuperati dal Comando Carabinieri TPC. In questa circostanza, il noto reparto investigativo, che è partner dell’iniziativa, a differenza del consueto e apprezzabile recupero di beni trafugati nel territorio italiano e finiti in Paesi terzi, opera una restituzione di opere appartenenti ad altri Paesi, spesso sottratte in contesti di colonialismo, conflitti o traffici illeciti.

I depositi del Museo Nazionale Romano sono l’altra fonte di provenienza di alcuni dei reperti esposti: un’altra forma di recupero alla pubblica fruizione di opere per lungo tempo nascoste.

Il percorso espositivo si conclude con lo spazio dedicato alle testimonianze d’ambito copto, la maggior parte delle quali frutto di recuperi del Comando Carabinieri TPC. In particolare si segnala l’ampolla di San Mena del VII secolo d.C. una fiaschetta globulare appiattita dove veniva raccolta dai pellegrini l’acqua benedetta o l’olio delle lampade che ardevano attorno ai sepolcri dei martiri.

Oggetto diffusissimo i cui ritrovamenti si ramificano fino al nord Europa, rappresenta anche un elemento di continuità tra la cultura egizia e quella cristiana, perché ricorda le antiche fiaschette del “Buon Anno” un dono che in età faraonica veniva scambiato a luglio, nel periodo della piena del Nilo, momento beneaugurante di abbondanza che corrisponde al nostro Capodanno.

Nella sua vocazione di presidio didattico-divulgativo, il Museo integra la sezione espositiva tradizionale proponendone una multimediale: su uno schermo curvo e avvolgente, una proiezione immersiva dell’opera video Aegyptus, realizzata dallo studio Convertino.

Immagini in movimento con dettagli ravvicinati di apparati decorativi ed aree monumentali situate nel cuore del deserto e delle oasi egiziane, accompagnate nella seconda parte da riprese effettuate nei cantieri di scavo, molti dei quali sono diretti da atenei italiani.

Si tratta di Soknopaiou Nesos nel Fayum, diretto dalla Prof. Paola Davoli della Università del Salento; dello scavo di Umm el-Dabadib a Kharga, diretto dalla Prof. Corinna Rossi dell’Università il Politecnico di Milano; dello scavo della Necropoli romana di Assuan, diretto dalla Prof. Patrizia Piacentini della Università La Statale di Milano e dello scavo di Kom al-Ahmer, diretto dalla Prof. Cristina Mondin della Università degli Studi di Padova.

Le ricostruzioni digitali sono state seguite passo dopo passo dagli studiosi e una volta tanto si può dire che l’effetto risulti sufficientemente ipnotico, perché riesce a catturare l’attenzione anche del pubblico più refrattario a questo tipo di contenuti.

Il secondo filmato, I Doni della Grande Oasi, si avvale di immagini interamente elaborate da Riccardo Boccuzzi con l’intelligenza artificiale, impostata anche qui seguendo le indicazioni scientifiche, in questo caso delle archeologhe Paola Davoli e Corinna Rossi. Il risultato è senz’altro suggestivo e forse, data la presenza di una bambina del tempo come protagonista, sembrerebbe destinato a raccogliere l’interesse dei piccoli visitatori.

L’allestimento, misurandosi con uno spazio difficile dal punto di vista architettonico, in quanto concepito per interagire con la luce naturale proveniente dall’oculo ottagonale sulla sommità della cupola, è stato tuttavia progettato adeguandosi alla pianta centrale attraverso una conformazione a spirale che guida il visitatore dagli oggetti antichi ai contenuti audiovisivi.

A completare la mostra, un programma di appuntamenti di approfondimento con aperture speciali notturne fino al 9 luglio e un ricco catalogo con testi di studiosi, tra i quali, oltre a quelli già citati: Sebastiano Maria Antoci, Michele Asolati, Paolo Befera, Carlotta Caruso, Emanuele Ciampini, Sara Colantonio, Mohamed Kenawi, Walaa Moustafa, Massimiliana Pozzi.

Ægyptus. Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana
Videoarte, archeologia e intelligenza artificiale per raccontare il deserto romano

  • Museo Nazionale Romano
  • Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano – Museo dell’Arte Salvata
  • Fino al 9 luglio: dalle 09.00 alle 23.00
  • Dal 10 luglio al 15 novembre: dalle ore 09.00 alle 19.00 – Ultimo ingresso ore 18.00
  • Per informazioni sul programma di appuntamenti e aperture serali (fino al 9 luglio) consultare il sito: www.museonazionaleromano.it
immagine per Maria Arcidiacono
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Archeologa e storica dell'arte, collabora con autori e case editrici per ricerche iconografiche, editing e coordinamento redazionale. Dal 2010 scrive su artapartofculture.net e, occasionalmente, elabora testi critici e cura progetti espositivi. Nel 2023 ha pubblicato C'era una volta il bar di Vezio (Iacobelli).

2 risposte

  1. E’ sempre un buon segno della qualità di un articolo quando la lettura ti fa venire il desiderio di visitare la mostra di cui parla.
    Alfredo Baldi

  2. Gentile Alfredo Baldi, la ringrazio molto, anche per conto della redazione di artapartofculture.
    I riscontri dei nostri lettori sono sempre preziosi.
    Maria Arcidiacono

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