Intervista a Paolo Sabbatini, direttore Istituto Italiano di Cultura a Bruxelles

A distanza di qualche anno torniamo ad intervistare Paolo Sabbatini, che fino al 2011 è stato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Shanghai, dove fu peraltro tra gli ideatori dell’omonimo Premio per giovani artisti contemporanei. Dopo aver ricoperto identico ruolo a capo delle sedi di Praga e del Cairo, da poche settimane, si trova a dirigere l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, con supplementare incarico di Coordinatore d’Area e Consigliere Culturale dell’Ambasciata Italiana in Belgio.

La sua esperienza di direttore nelle varie sedi istituzionali, promotrici della Cultura Italiana all’estero, da quella in Cina alla recentissima in Egitto, le ha consentito di dar vita a numerosi progetti, confrontandosi di volta in volta con realtà diversissime: un ricco bagaglio con il quale approda nella prestigiosa sede europea, c’è stato in questi anni, un denominatore comune a caratterizzare questi avamposti della cultura italiana all’estero, o ciascun istituto è un’isola con peculiarità proprie?

Gli Istituti Italiani di Cultura sono tutti diversi tra loro, perché corrispondono a realtà differenti, soprattutto trattandosi di luoghi distanti migliaia di chilometri l’uno dall’altro.

Il contesto cinese, che mi è rimasto nel cuore, è particolarissimo, il contesto mediorientale e quello europeo sono diversissimi. Questi esempi riguardano poi la mia seconda carriera, quella culturale, che segue quella di 22 anni alle Nazioni Unite. Non posso negare che l’identificazione avvenga sulla base dei continenti, Praga ha dei punti di contatto con Bruxelles, quindi Cina, Medioriente ed Europa sono realtà diverse con le quali gli Istituti di Cultura e i loro manager hanno approcci diversi.

In Cina, per esempio, c’è un enorme affetto per l’Italia e grande rispetto per una civiltà paragonabile alla loro, che è erede di una gigantesca tradizione; in Egitto condividiamo l’affetto ‘mediterraneo’ e l’Italia è inoltre considerata un Paese di sbocco e di prospettiva.

Su Bruxelles sarebbe azzardato da parte mia fare considerazioni, perché sono qui da poche settimane. In Europa e nel mondo l’Italia è sinonimo di moda, di opera lirica, di letteratura, di storia, di archeologia … spesso penso che siamo seduti sopra un barile di monete d’oro, in senso figurato, ovviamente; questa polvere di stelle si incontra anche nel continente europeo: l’italiano è una persona che porta buongusto, gioia di vivere, qualcosa che diventa sempre più difficile conservare, ma riguarda pur sempre il nostro mestiere.

Bruxelles è considerata una sede molto vivace dal punto di vista culturale, la politica belga negli ultimi anni ha investito assai in cultura e tecnologia e la comunità italiana è molto attiva nel fare rete tra le diverse realtà culturali e imprenditoriali. Ha già avuto modo di verificare questo stimolante stato di cose? 

Io sono salito su un treno in corsa, anzi su un TGV, un treno ad alta velocità, perché il programma dell’Istituto, che era già in corso, era un programma estremamente ricco; proprio nelle due ultime settimane abbiamo avuto la celebrazione della settimana della lingua italiana, un evento che il Ministero degli Esteri cerca di diffondere in tutti gli Istituti di Cultura nel mondo, nelle ambasciate, nei consolati. In programma ci sono stati ben quattro eventi teatrali di grande rilievo: da Ulysse Filò con Marco Paolini alla personale interpretazione del Mistero Buffo da parte di Matthias Martelli, erede straordinario della personalità bizzarra e multiforme di Dario Fo.

Il teatro dell’istituto è molto bello, ha circa 250 posti a sedere e nelle ultime repliche era gremito; una buona metà di aficionados, l’altra metà del pubblico era belga, in maggioranza italofono.

Compito dell’Istituto è anche quello di selezionare con attenzione le eccellenze italiane, cercando di ‘svecchiarsi’. Sono arrivato qui con un mandato ben preciso: rispettare e continuare a far sentire un senso di appartenenza alla comunità degli italiani e dei loro discendenti, però la promozione del nostro Paese, in un’ottica di sistema, è anche quella di avvicinare l’Italia agli stranieri.

Mi concentrerò sulla qualità degli eventi, uno o due al mese, che siano però, sperando che le circostanze mi aiutino, di grande visibilità, ai quali dovrebbe corrispondere un parterre che coinvolga le parti interessate: i vari direttori generali, i direttori degli enti del turismo, i tour operators, i rettori delle università, etc. Insomma, attenzione alla comunità italiana ma anche ai grandi stakeholders.

Nonostante la sua nomina sia davvero recente, nel calendario dell’Istituto sono già state inserite diverse attività e presumiamo ce ne possano essere altrettante in agenda; vorrebbe anticiparci qualcosa delle future iniziative, in particolare quelle riguardanti le arti visive?

Ho un grosso coniglio nel cappello: il Teatro Piccolo di Milano porterà nel marzo prossimo a Charleroi l’Arlecchino servitore di due padroni, nella classica organizzazione e regia di Giorgio Strehler, con gli allievi di Ferruccio Soleri, l’attore che nel 2007-2008 portai in Cina, all’Accademia del Teatro di Shanghai, di cui sono tuttora consigliere. Questo appuntamento corrisponderebbe alla mia intenzione di propagare l’attività dell’Istituto in altri contesti, anche fuori Bruxelles.

A Charleroi c’è una comunità molto italiana, sono in buona parte discendenti dei minatori, mi dicono che è una zona dove ci sono anche attenzioni sociali, ma è anche presente il palazzo grandioso di Bozar Charleroi, la cui sala teatrale, con una capienza di tremila posti, verrà messa a disposizione per lo spettacolo.

Con il direttore Pierre Bolle stiamo per lanciare insieme un grosso battage pubblicitario, mi piacerebbe coinvolgere tutto il pubblico belga, perché Arlecchino continua a parlare un linguaggio bizzarro, molto simile al grammelot di Dario Fo, per il quale non è indispensabile conoscere la lingua, tutto si gioca sulla mimica. Per quanto riguarda le arti visive, ho programmato una mostra al mese e il prossimo anno ci sarà subito un appuntamento importante, si celebreranno i cinquecento anni dalla morte di Raffaello.

Mi piacerebbe, con l’occasione, combinare questo evento con una mia grande passione: quella per l’incisione. In collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica – Calcografia Nazionale di Roma e con il Comune di Urbino vorremmo portare delle incisioni antiche e autentiche delle opere di Raffaello. Nel passato, come sappiamo, la diffusione dei capolavori artistici era legata all’arte moltiplicata delle incisioni, ossia copie di altissimo livello di opere particolarmente apprezzate.

Parlando di incisori novecenteschi, ecco, un sogno che mi piacerebbe realizzare sarebbe quello di portare qui a Bruxelles le incisioni di Adolfo De Carolis, magari quelle dedicate ai motti dannunziani.  

Maria Arcidiacono

Maria Arcidiacono

Maria Arcidiacono Archeologa e storica dell'arte, collabora con quotidiani e riviste. Attualmente si occupa, presso una casa editrice, di un progetto editoriale riguardante il patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell'Interno.

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