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Gli elefanti nella stanza. Francesca Astrei dà voce a chi cresce accanto e impara presto cosa significa restare

Una madre, una sorella e un’altra sorella. Una che ha bisogno di cure, l’altra che impara troppo presto a darle. Nel mezzo, quello che in famiglia non si dice e che pesa come un elefante in salotto, ingombrante e sempre lì, di cui tutti conoscono la forma e nessuno pronuncia il nome.
È da qui che parte Gli elefanti nella stanza, di e con Francesca Astrei, con scenografia di Alessandra Solimene, disegno luci di Camilla Piccioni e musiche composte da Giorgio Astrei.

In scena al Teatro India di Roma fino al 1° novembre, in prima nazionale, per la produzione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale.

Lo spettacolo è inserito nel progetto Roma Theatrum Mundi con il sostegno di Fondazione Roma.

immagine per Gli elefanti nella stanza, di e con Francesca Astrei
Gli elefanti nella stanza, di e con Francesca Astrei. Ph Claudia Pajewski

Attraverso la storia di una madre e due sorelle, lo spettacolo racconta l’esperienza dei siblings: i fratelli e le sorelle di persone con disabilità, quasi sempre invisibili.

Il termine inglese, entrato da poco nel nostro lessico, indica una condizione molto più antica della parola che la nomina e che in Italia fatica ancora, soprattutto, a trovare uno spazio.

Crescere accanto a una sorella o a un fratello che richiede attenzioni e cure costanti significa imparare presto la parola «responsabilità», fare i conti con bisogni che finiscono in secondo piano e ritagliarsi un proprio spazio dentro un equilibrio familiare complesso.

Non si è il figlio «problematico», ma non si è nemmeno soltanto un figlio: si è, spesso senza che nessuno lo dica ad alta voce, quello o quella che dovrà esserci.

È su questo «dovrà» che lo spettacolo punta lo sguardo. Mentre il tempo scorre – e il tempo, scandito in anni, giorni, ore ed elefanti (quelli della nota canzoncina), in questa storia è il vero antagonista – affiorano le domande che non hanno risposte facili: il futuro, la solitudine, il significato stesso del prendersi cura.

Fino alla consapevolezza, lenta e inesorabile, che una delle due diventerà un giorno il principale punto di riferimento affettivo dell’altra, quando i genitori non ci saranno più.

Nella società dei caregiver, dove il carico di cura grava quasi sempre sulla famiglia e, dentro la famiglia, spesso su una persona sola, il tema è tutt’altro che privato. È il dopo di noi, quello che ogni famiglia con una persona disabile conosce a memoria e che le istituzioni affrontano ancora a fatica.

Qui però non diventa un convegno: resta un fatto di carne, di rapporti, di domande mai fatte, che l’autrice e interprete porta in scena senza slogan e senza il tono del dossier.

C’è la difficoltà, in un Paese che sulla carta si dice attento alle famiglie e alla disabilità, per una madre sola di trovare lavoro, a maggior ragione se ha una figlia con problemi di salute. Ci sono le corse in ospedale, le corsie, i ricoveri.

C’è la cura, medica e umana, che pesa interamente sulla famiglia. E c’è una società che alla disabilità riconosce un’aura di sacralità e di pietismo, ma che nella pratica si rivela disabilitante. Lo fa nei gesti più ordinari e irrispettosi, dai parcheggi selvaggi sui posti riservati e sugli scivoli alle barriere architettoniche, riducendo mobilità e autonomia a una gentile concessione invece che a un diritto.

Lo fa con un’ipocrisia quotidiana che finisce per negare la concretezza dei diritti fondamentali e trasforma l’ordinarietà dell’esistenza in una lotta solitaria. È una narrazione che da un lato infantilizza le persone con disabilità e dall’altro spinge verso un’adultizzazione precoce dei siblings.

Non ci sono «eroi» o «martiri» nel racconto, ma la concretezza quotidiana di una madre e di due sorelle i cui ruoli e bisogni si ridisegnano costantemente attorno alle esigenze di assistenza. La drammaturgia è asciutta e priva di pietismo, e la scrittura è il frutto di un attento lavoro d’ascolto e di testimonianze dirette sul campo.

Lo spettacolo nasce, infatti, da una residenza creativa a Tuttoteatro.com ed è stato accompagnato dal confronto con realtà che sul campo si occupano di disabilità e famiglie: tra i ringraziamenti compaiono SuperAbile APS, Carrozzerie n.o.t. e NidOramai. Lo si nota nel rispetto con cui il tema viene trattato, senza la fretta di ridurlo a slogan.

A portare tutto questo in scena è una sola attrice, e dentro di lei una famiglia intera.

Astrei attraversa lo spazio scenico e a ogni spostamento cambia interlocutore: la sibling, la madre, la nonna che prega insieme alla nipote (per tutti, inclusi medici e bambini malati di tutto il mondo, tranne che la nipote che è lì con lei, scelta che come il non darle un nome proprio a differenza della sorellina disabile ne sottolinea l’invisibilità), la nipote, ma anche la dottoressa, l’estetista e l’automobilista che parcheggia sul posto riservato.

Di volta in volta diventando la madre, la figlia o la nonna, l’insegnante di pianoforte o la madre del ragazzino in piscina. È una scelta che è già un’idea sul tema: chi sta accanto fa tutte le parti insieme, e qui lo fa un corpo solo.

Le scene fuori dalle mura di casa, con la dottoressa, l’estetista e l’automobilista, spostano lo sguardo dalla famiglia al mondo e ricordano che l’invisibilità di cui si parla è anche una questione di sguardi: chi vede, chi non vede, chi fa finta di non vedere. Non è un tema comodo, quello scelto da Francesca Astrei. Sullo sfondo restano le domande che di solito non si fanno ad alta voce.

Cosa significa prendersi cura quando non l’hai scelto? Dov’è il confine tra affetto e responsabilità? E quanto spazio resta per sé, per i propri desideri, per la propria vita?

Lo spettacolo dura sessanta minuti ed è una scelta più che sensata dal punto di vista della narrazione scenica: una forma breve, essenziale, lontana da qualunque tentazione di spiegare più del necessario. Del resto il materiale è delicato, e la delicatezza si misura anche in sottrazione.

Intorno all’interpretazione di Astrei lavora una squadra che dà forma a uno spazio che è insieme casa, vita e memoria. La scenografia di Alessandra Solimene è giustamente essenziale: una fila di sedie e pochi altri oggetti di scena sparsi nello spazio scenico in cui l’attrice nei panni dei vari personaggi si muove animandoli.

Tutto è scolpito e ritagliato dal disegno luci di Camilla Piccioni — con tagli netti e cromaticità studiate capaci di separare la dimensione intima e soggettiva della protagonista dal coro delle testimonianze esterne — mentre le musiche di Giorgio Astrei completano una partitura acustica dove nulla è in più.

Astrei scrive ciò che interpreta, e si sente. Perché per raccontare l’ambivalenza dei sentimenti serve il coraggio di non scegliere tra l’amore e la stanchezza.

È il rischio più grande di un testo come questo, e il suo punto di forza: evitare la retorica dell’eroismo e quella del sacrificio, restare nella zona grigia in cui si può amare profondamente una persona e, nello stesso momento, desiderare di essere altrove.

Nel legame che unisce le due protagoniste convivono amore, complicità, fragilità e fatica. Tutto insieme, senza gerarchie, come accade nella vita

Andando in teatro per Gli elefanti nella stanza si entra in sala pensando di andare a «vedere uno spettacolo sulla disabilità», con quella leggera apprensione civile che ci porta a sedere un po’ più dritti, e si esce con la sensazione di aver passato un’ora in casa di qualcuno.

Qualcuno che conosciamo, che forse siamo, o che abbiamo incrociato mille volte senza guardarlo davvero. Francesca Astrei – insignita del Premio Ubu 2025 come migliore attrice under 35 – compie, infatti, un atto drammaturgico di rara trasparenza e coraggio: trasforma la rimozione collettiva in una responsabilità condivisa.

Non è uno spettacolo che si chiude con l’applauso. Il Teatro di Roma lo accompagna con incontri e momenti pensati per le scuole. C’è il talk a ingresso libero con l’autrice, in collaborazione con lo Young Board del Teatro di Roma, Dominio Pubblico e Biblioteche di Roma.

In alcuni giorni le repliche sono alle 10 del mattino, orario che fa pensare a un pubblico di studenti, scelta tutt’altro che banale perché tra i banchi, di elefanti nelle stanze, ce ne sono più di quanti si pensi.

Perché è questo, alla fine, il dato che resta. Non si tratta di una storia «su» qualcuno ma di una storia che restituisce voce a chi, per un’intera vita, ha fatto da sponda e da ombra.

Una voce che il teatro, con il suo tempo lento e la sua pretesa di guardare in faccia ciò che la quotidianità evita, è il luogo giusto per ascoltare. Un’ora intima e delicata che non chiede lacrime ma attenzione, e che trasforma l’elefante da ingombro in parola.

Perché un elefante, in una stanza, pesa finché nessuno lo nomina. Dargli un nome non lo fa sparire, ma permette almeno di fargli spazio.

immagine per Valentina Ersilia Matrascia
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Classe 1987. Romana di nascita, siciliana d’origine e napoletana d’adozione. Giornalista professionista, comunicatrice e redattrice freelance. Da sempre appassionata di (inter)culture, musica, web, lingue, linguaggi e parole. Dopo gli studi classici si laurea in Lingue e comunicazione internazionale e in seguito, presso l’università “La Sapienza” di Roma, si specializza in giornalismo laureandosi con una tesi d’inchiesta sul giornalismo in terra di camorra. Ha poi conseguito un master in Giornalismo (biennio 2017 – 2019) presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Giornalista per caso e per passione, ufficio stampa e social media manager per festival, eventi ed associazioni in particolare in ambito culturale e teatrale oltre che per Europride 2011, Trame – Festival dei libri sulle mafie e per Save the Children Italia (2022). Collabora con diverse testate occupandosi in particolare di tematiche sociali, culturali e politiche (dalle tematiche di genere all’antimafia sociale passando per l’immigrazione, il mondo Lgbtqia+ e quello dei diritti civili). Vincitrice della borsa di studio del premio “Giancarlo Siani” per l’anno 2019.
Fotografa, spesso e (molto) volentieri.

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