Può il restauro aiutare una città a rinascere?|
L’esplosione del 4 agosto 2020 avvenuta al porto di Beirut ha distrutto e danneggiato un numero enorme di opere e reperti artistici. Ne avevamo accennato parlando della mostra Le Signore dell’arte (Palazzo Reale, Milano), in cui è stato scelto di esporre la Maria Maddalena di Artemisia Gentileschi – parte della collezione Sursock, nobile famiglia libanese – senza sottoporla a restauro e lasciando, quindi, che portasse su di sé i segni visibili dell’accaduto.

Maria Maddalena, 1630-1631. Olio su tela, 102×118 cm. Beirut, Sursock Palace Collection
Le perdite sono state enormi e, a un anno di distanza, ancora la strada del recupero appare lunga.
C’è però una buona notizia: il British Museum si occuperà del restauro di otto antichi contenitori in vetro danneggiati durante l’esplosione. Il lavoro sarà possibile grazie al supporto di TEFAF (The European Fine Art Foundation), e al suo Museum Restoration Fund, fondato nel 2012 allo scopo di supportare grandi opere di restauro, fornendo importanti fondi a un paio di musei ogni anno.

La distruzione del Patrimonio d’arte di una civiltà annienta la memoria e l’identità di un popolo. È per questo principale motivo che va salvaguardato, difeso, tutelato e valorizzato, partendo dall’insegnamento fondamentale che la cultura è affatto necessaria e un indispensabile diritto per ogni essere umano.
Afferma Hidde van Seggelen, Presidente di TEFAF:
“La distruzione di queste opere è stata una conseguenza terribile di una tragedia più ampia che ha colpito la popolazione di Beirut. Siamo orgogliosi di supportare il restauro dei reperti in vetro attraverso il Museum Restoration Fund di TEFAF perché si tratta di opere di immenso valore storico, artistico e culturale. Il ripristino della loro forma è un potente simbolo di guarigione e resilienza in seguito al disastro”.
La teca in cui erano contenuti i reperti in questione ne conteneva, in realtà, settantadue, ed era conservata nel Museo Archeologico dell’Università Americana di Beirut, distante appena 3,2 km dal luogo dell’esplosione. Si trattava di contenitori di vetro risalenti a diversi periodi antichi (romano, bizantino e islamico), che rappresentavano una importante testimonianza degli sviluppi delle tecniche di lavorazione del vetro soffiato nel I sec. a. C.
Dopo l’esplosione, dei settantadue reperti ne erano sopravvissuti soltanto quindici in stato di conservazione idoneo a poter sostenere un eventuale restauro e, di questi, solo otto sono nelle condizioni di poter essere trasferiti nei laboratori del British Museum.
Così, grazie a un restauratore francese dell’Institut National du Patrimoine, che ha isolato i frammenti di ciascun reperto, e al supporto del Dipartimento Friends of the Middle East Department del British Museum, adesso il restauro potrà finalmente avere inizio.

Afferma Hartwig Fisher, direttore del British Museum:
“Come il resto del mondo, abbiamo guardato con terrore le immagini devastanti che ritraevano Beirut lo scorso anno. Abbiamo immediatamente offerto l’aiuto del British Museum ai nostri colleghi in Libano. Ora che ci avviciniamo al primo anniversario della tragedia, siamo fieri di mettere a disposizione le competenze e le risorse del British Museum per salvare degli oggetti antichi così importanti, affinché possano essere apprezzati in Libano e nel mondo per molti anni a venire”.

Degli otto reperti, sei furono realizzati con la tecnica del vetro soffiato, grazie alla quale il materiale iniziò ad essere alla portata di tutti, entrando nell’uso quotidiano e domestico. In questi, infatti, è possibile notare il segno di una sperimentazione, sia per forma che per funzione.
Gli altri due, invece, appartengono al periodo tardo bizantino o al primo periodo islamico e potrebbero provenire dalla Siria o dall’Egitto. Fanno riflettere le parole di Jamie Fraser, curatore della sezione Ancient Levant and Anatolia del British Museum, supportata da HENI, che si dice onorato di collaborare a questo progetto e aggiunge:
“I reperti sono sopravvissuti a vari disastri e conflitti nel corso di 2000 anni, per poi essere distrutti nell’esplosione del porto del 2020. Il loro restauro riflette la resilienza dello staff del Museo Archeologico, nonché l’importanza per il Libano del proprio ricco patrimonio culturale”.

Una volta che i lavori di restauro saranno completati, gli oggetti non faranno immediato ritorno a Beirut, ma si tratterranno ancora a Londra, per essere temporaneamente esposti al British Museum.

Indubbiamente, il numero di quel che si è salvato fa impressione, se paragonato a quello di quanto è andato distrutto.
Come spesso accade, però, la quantità adesso non è importante: quello che conta è ripartire, ricominciare. E questi otto reperti, incredibilmente danneggiati, potranno essere in tutto e per tutto per Beirut e l’immenso patrimonio del Libano il simbolo di una rinascita.
Non finisce qui, vero?
Per maggiori informazioni:
Maestro d’arte, si diploma all’Istituto d’Arte Silvio D’Amico di Roma - è qualificato Restauratore di Beni Culturali e si occupa della conservazione di opere d’arte per mostre Nazionali e Internazionali. Cura costantemente progetti, consulenze, per la manutenzione e la conservazione e restauro di Beni Culturali, in Italia e all’estero, sia per Enti Pubblici che privati e collabora con alcune Università. Nel 2012 al Campidoglio, è stato insignito dell’onorificenza, “Premio Personalità Europea dell’Anno”, dal Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo. Presenta Convegni e ha pubblicato diversi suoi lavori in volumi scientifici d’arte. Scrive e realizza video per i Social Network sui temi: arte, ambiente e umanità. Già Consulente di Governo per la Struttura di Missione degli Anniversari Nazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nomina da conservatore-restauratore: del Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo, Roma; del Comitato Scientifico del MUGA - Museo Garibaldino di Mentana e del MUCAM - Museo Civico Archeologico di Mentana e dell'Agro Nomentano.










5 risposte
Un articolo toccante che fa riflettere non solo noi amanti dell’arte. Le opere d’arte distrutte per mano dell’uomo a volte si possono recuperare le persone il più delle volte no… L’amore per l’Arte, le persone (noi stessi inclusi) e la natura credo vadano di pari passo in quanto denotano sensibilità… A me piace pensare questo e vedere nell’arte un mezzo utile, anche, a rendere le persone più sensibili.
Detto questo mi sembra un ulteriore buon motivo per tornare a visitare il British.
Grazie Barbara. La speranza è che la situazione per la popolazione migliori. Questa notizia del recupero delle opere d’arte è solo l’inizio e che possa contribuire a stimolare gli organi di tutela internazionali a fare di più, è una speranza.
Sono molto commossa dalla descrizione di questo recupero, dalla perizia degli addetti e degli studenti volontari. Come pure dal precedente commento. Se delle opere si disgregano con fatale rapidità, c’è chi, minuto per minuto, ricostruisce e ci fa dire “mi ricordo” con ineffabile piacere…
Grazie Iolanda, il nostro è un mestiere che puoi fare solo se spinti da un’immensa passione e dedizione nei confronti del Patrimonio culturale.
E proprio il ricordo, cioè la memoria, è ciò che proteggiamo!
Bravissimo!