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Toscana archeologica. La difesa della bellezza

di Roberto Civetta

Con la nostra rubrica oggi iniziamo a parlare di una regione molto importante dal punto di vista archeologico, ovvero la Toscana, che fu la culla della civiltà etrusca, una delle più misteriose e affascinanti che abbiano mai popolato la nostra penisola durante l’antichità.

L’amore per l’arte potrebbe esser nato ammirando quella che per noi oggi è l’archeologia? È sempre questa la domanda che accompagna I parchi della bellezza alla scoperta delle meraviglie archeologiche del nostro paese, attraversando l’Italia e viaggiando a ritroso nei secoli fino quasi all’infinito, per immergerci nell’immenso patrimonio artistico e culturale che possiede.

Con il trascorrere dei secoli è andata formandosi quella che potremmo definire la ricerca di una conoscenza nella quale poterci riconoscere. Scrutando e assaporando la bellezza dei luoghi, dei territori antichi ancora racchiusi in attesa di esser compresi, svelati e raccontati, in questo scritto vi accompagno nella Preistoria, pensando a millenni di evoluzione sociale, ambientale, tecnologica e anche ai grandi artisti.

Passeggiando

Le testimonianze che gli Etruschi hanno lasciato sul territorio sono davvero moltissime e sparse lungo tutta la regione. Grazie a queste, sappiamo che si trattasse di un popolo molto evoluto, che aveva ottenuto il controllo sul Tirreno e aveva imparato a sfruttare risorse e materie prime della zona; si pensa che abbia avuto stretti contatti con il mondo greco, da cui era stato in parte influenzato nello stile di vita. Con l’arrivo dei Romani, poi, nonostante il territorio fosse rientrato sotto la loro egemonia, gli Etruschi comunque restarono saldi nelle loro tradizioni e non furono offuscati dai loro conquistatori.

La Toscana si mostra quindi una terra preziosa per la conoscenza dell’antica Etruria, ed è possibile vistare ancora oggi importanti centri del tempo, come le celebri Vetulonia e Roselle nel grossetano, Fiesole, adiacente a Firenze, il recente Parco Archeologico “La Rocca” di Santa Maria a Monte vicino Pisa, oppure i rinvenimenti nella zona di Arezzo e Cortona. Non solo: a questi appena citati – che sono solo alcuni esempi – vanno ad aggiungersi anche testimonianze di importanti insediamenti del periodo romano, che rendono quindi la regione davvero ricca dal punto di vista archeologico.

In particolare, oggi faremo una prima tappa in Val di Cornia, dove si estende il Parco Archeologico di Baratti e Populonia (LI), la sola cittadella etrusca costruita sul mare.

Situato fra il promontorio di Piombino e il Golfo di Baratti, il Parco intreccia archeologia, natura e storia, dando ai suoi visitatori l’opportunità di vivere un’esperienza mozzafiato, godendo di meravigliosi punti panoramici. (foto 1)

L’antica Populonia sorgeva proprio dove adesso si estende il Parco, in un punto strategico per le rotte etrusche con Corsica e Sardegna, e si era affermata durante l’Età del Ferro (IX sec. a.C.) grazie alla sua intensa attività siderurgica, che le garantì ricchezza commerciale e sviluppo culturale. Aveva infatti il controllo sui giacimenti minerari del campigliese e si era contraddistinta per la lavorazione dell’ematite, un minerale di ferro di cui l’Isola d’Elba, situata di fronte alla città, era ricchissima.

A questo si lega anche la sua scoperta: i suoi resti furono infatti riportati alla luce durante operazioni di recupero delle scorie del ferro che si erano accumulate nel golfo, coprendo le antiche necropoli che, tutt’oggi, restano fra le testimonianze più importanti di tutto il Parco. L’arrivo dei Romani portò a una ristrutturazione urbanistica dell’Acropoli di Populonia, con la costruzione di templi e edifici monumentali, e se poco sappiamo di come la città etrusca venne conquistata, quasi sicuramente possiamo dire che il suo declino ebbe inizio in seguito alla guerra fra Mario e Silla: Populonia si schierò con il primo, e il secondo, ottenuta la vittoria, volle punirla reprimendola. Continuò comunque a essere abitata, ma Strobone, nel I sec. a.C., la descrisse come un centro in rovina.

Il Parco si divide in due aree di visita, che ricalcano la struttura della città. Nella parte bassa si trovano cave di calcarenite e tracce di quartieri industriali, ma la grande attrazione sono soprattutto le due necropoli.

La prima è quella di San Cerbone, che ci permette di osservare da vicino lo sviluppo della tradizione funeraria etrusca, grazie alle molte tombe di diversa tipologia che vi si trovano: dai tumoli principeschi – per esempio la Tomba dei Carri – a quelle a edicolaTomba del Bronzetto di Offerente – o a cassone o sarcofago. La seconda è invece la Necropoli delle Grotte, sviluppatasi in seguito alla precedente, quando l’area di San Cerbone divenne più industriale. La si raggiunge a piedi, attraverso un percorso trekking che dura circa una quarantina di minuti, e vi si possono osservare tombe a camera, scavate nella roccia, alternate, nella zona, a cave per l’estrazione della pietra panchina – un tipo di arenaria locale –, molto usata come materiale di costruzione. (foto 2, foto 3, foto 4)

Nella parte alta del Parco si trova invece l’Acropoli, che ci mostra soprattutto l’intervento romano a Populonia. Si possono visitare i resti di tre grandi templi che anticamente si affacciavano sul foro e poi, attraverso una strada in basoli di pietra, che si pensa fosse di solo uso pedonale – lo lasciano intuire sia la sua forte pendenza, sia il fatto che non presenta profondi segni di passaggi di ruote – arriviamo a un edificio monumentale di carattere sacro, probabilmente dedicato alla dea Venere, indicato come Edificio delle Logge.

Si tratta di un grande terrazzamento, con una vista spettacolare sui templi, che serviva come base per altri ricchi ambienti, fra cui un ninfeo – ben conservato –, dotato di due spazi ipogei e un impianto termale con vasca in terracotta per il bagno freddo e pavimento a mosaico policromo e a mattoncini di terracotta disposti a spina di pesce.

Come la maggior parte dei reperti rinvenuti a Populonia, anche alcuni dei bellissimi mosaici di questo edificio, come per esempio quello noto come il Mosaico dei Pesci, che mostra un naufragio, sono oggi conservati al Museo Archeologico del Territorio di Populonia, a Piombino. (foto 5, foto 6)

Questo luogo magnifico mi riporta indietro nel tempo ad alcuni anni or sono, quando ebbi occasione di occuparmi del restauro conservativo della superficie musiva dell’ambiente 6 del Balneum e degli intonaci ancora in situ.

L’intervento permise di comprendere, attraverso l’osservazione ravvicinata, il contatto diretto con la materia e lo studio analitico, la tecnica esecutiva, lo stato di conservazione e gli interventi che si sono susseguiti nel corso del tempo sull’opera, al fine di ricostruirne le vicende storiche e ristabilirne l’unità di lettura necessaria alla conservazione e al recupero del manufatto.

Ricordo perfino i materiali costitutivi: pietra calcarea con tessere bianche, nere e rossastre, per il mosaico a suspensurae – termine che indica ciascuno dei pilastrini a sezione quadrata o circolare, di mattoni o di pietra, alti circa mezzo metro, che sorreggevano il pavimento rialzato delle sale termali romane destinate ai bagni caldi, intorno a quali circolava l’aria calda che veniva dai forni. Ampio poco meno di 14 mq, mi ha appassionato molto, così come i lacerti parietali d’intonaco, costituito da impasto ceramico tritato rossastro, con inserite tessere bianche in pietra calcarea; che dire una meraviglia. (foto 7, foto 8, foto 9, foto 10, foto 11)

Proseguendo ancora oltre all’Acropoli, arrivando sulla sommità del promontorio che ospita il Parco, troveremo le antiche mura della città e le tracce del primissimo insediamento etrusco, costituito da capanne, fra cui la Casa del Re, che restituisce anche i materiali da cui erano composte, così da permetterci di immergerci nella storia.

Se questo è possibile, lo si deve al restauro che ha interessato tutta l’area della parte alta di Populonia e che quindi, grazie a tecniche di archeologia sperimentale, ci ha permesso di ricostruire pavimenti, basamenti e addirittura le stesse antiche capanne.

All’interno del parco è anche interessante segnalare la presenza sia del Monastero di San Quirico, che ci apre le porte della Populonia medievale, sia quella del Centro di Archeologia Sperimentale “Davide Mancini”, dove i visitatori possono cimentarsi, con l’aiuto degli esperti, in tecniche antiche quali la ceramica, l’intreccio, la tessitura, la scrittura etrusca e il mosaico.

In questo modo, dunque, la visita al Parco Archeologico di Baratti e Populonia rappresenterà una vera e propria esperienza di immersione a 360° nell’antichità.

Info

immagine per Roberto Civetta
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Maestro d’arte, si diploma all’Istituto d’Arte Silvio D’Amico di Roma - è qualificato Restauratore di Beni Culturali e si occupa della conservazione di opere d’arte per mostre Nazionali e Internazionali. Cura costantemente progetti, consulenze, per la manutenzione e la conservazione e restauro di Beni Culturali, in Italia e all’estero, sia per Enti Pubblici che privati e collabora con alcune Università. Nel 2012 al Campidoglio, è stato insignito dell’onorificenza, “Premio Personalità Europea dell’Anno”, dal Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo. Presenta Convegni e ha pubblicato diversi suoi lavori in volumi scientifici d’arte. Scrive e realizza video per i Social Network sui temi: arte, ambiente e umanità. Già Consulente di Governo per la Struttura di Missione degli Anniversari Nazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nomina da conservatore-restauratore: del Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo, Roma; del Comitato Scientifico del MUGA - Museo Garibaldino di Mentana e del MUCAM - Museo Civico Archeologico di Mentana e dell'Agro Nomentano.

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