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Ritratto, vai e mostrati!

di Roberto Civetta

Mi guardi? Ti guardo.
Se volgiamo lo sguardo al trascorrere del tempo possiamo comprendere il significato della parola ritratto.

Certamente sappiamo che si tratta di un’opera d’arte che ritrae un individuo, che lo rappresenta per come è, mostrandone la figura e la fisionomia in un preciso momento della sua esistenza. Se è ben fatto, il ritratto, realizzato attraverso il disegno, il bozzetto, grazie al maggior dinamismo del tratto riusciva a trasmettere l’intenzione del pensiero, lo stato d’animo, la potenza immobile del “movimento” interiore del soggetto. (foto 1).

Il ritratto è un modo di raccontare la storia, di fermare un’immagine nel tempo. È questa forse la pratica più antica del mondo, strada intrapresa dagli esseri umani di qualsiasi società e periodo storico: se penso che da bambino, prima ancora di saper usare le parole, già disegnavo, non posso non rifarmi all’uomo preistorico e ai suoi graffiti che, ancora oggi, sono capaci di raccontarci un mondo lontanissimo, visto attraverso i loro occhi e le loro intenzioni. (foto 2)

Può trattarsi di un dipinto, come è spesso accaduto nei secoli scorsi – prima eseguito su tavola e, già dal Trecento e Quattrocento, su supporto tessile, come ci racconta Cennino Cennini nel Libro dell’arte –, quando i nobili esibivano nei loro palazzi riproduzioni rappresentanti se stessi o i loro familiari e antenati, l’amata o l’amato, commissionando le opere ai migliori pittori del tempo. (foto 3 e 4).

Era questo un modo per celebrare, attraverso la bellezza, l’importanza della propria casata e le gesta compiute, o un evento particolare. Così, ai pittori era affidato il compito di “ingentilire” l’immagine dei loro committenti, esaltandone le virtù – per esempio ritraendoli in modo che fosse ben chiara la carica raggiunta o rivestita – così da lasciare agli spettatori un’immagine che raccontasse la loro raffinatezza, la loro ricchezza e potenza, da tramandare nel tempo.

Allo stesso modo era chiesto agli scultori di ricreare, con la plasticità tridimensionale, un’opera iconica tattile, manufatto che conquistava lo spazio, anche abitato e frequentato dai committenti. Oppure erano eseguite in modo che la presenza fisica dell’imperatore romano trovasse una collocazione in ogni Foro del dominio di Roma, che il Granduca di Toscana fosse visibile in ogni città sotto il dominio Mediceo, che le città papali avessero il proprio triregno in ogni piazza. (foto 5,  6 e 7)

Erano l’olio, la tempera, il pastello o la matita a mostrare intere famiglie e generazioni, ponendone l’immagine appesa alle pareti nei saloni dei castelli e nelle case nobiliari, racchiusa in cornici o preziosi arazzi. Qualora si trattasse di una scultura in marmo, gesso o bronzo, esse adornavano le nicchie dei palazzi, delle logge, i lati degli ingressi ai saloni e i giardini, con i loro ninfei. Così veniva dato lustro sia al committente che all’artista, clienti soddisfatti dall’idea di vedersi tanto belli e potenti. (foto 8)

Non solo i signori, però, subivano il fascino della propria immagine: nemmeno gli artisti si privarono della soddisfazione di vedersi ritratti – o di autoritrarsi – in un bel quadro. (foto 9)

Andando avanti nella storia e avvicinandoci al secolo scorso, e con il finire di quello prima ancora, è l’arrivo della fotografia, regina indiscussa nel catturare l’istante, l’attimo, a fare uno “sgambetto” allo scorrere del tempo.

È il più fedele ritratto che possa esserci della realtà; una foto ci mostra tutto per come è, senza trucchi, e ad oggi è proprio il ritratto fotografico quello che prevale nell’immaginario comune, e che ha letteralmente sfondato lo schermo, prima ancora dell’arrivo della tv. (foto 10, foto 11)

Ma davvero la fotografia immortala la realtà nuda e cruda? Il ritocco fotografico ha permesso di migliorare la qualità dello scatto e sempre più vicino a noi l’arte s’è vinta, in parte, del fai-da-te. Già i fotografi di fine Ottocento solevano ritoccare gli scatti, ingentilendo i volti delle dame. Svolgiamo così da soli quello che era il compito di pittori e scultori: il tempo della vanità umana non è ancora finito. Anzi! Social media, social network e simili… tutti insieme, appassionatamente, tutti simili nelle diversità. E siamo tutti belli.

Ma è proprio così?

La Storia della bellezza e la Storia della bruttezza di Umberto Eco ci raccontano e mostrano come nel tempo il gusto si sia modificato, cambiando anche la percezione del canone estetico e, di conseguenza, possiamo dire anche quella della bellezza del ritratto.

E oggi?

Ognuno di noi ha continuamente a che fare con il proprio personale ideale di bellezza, che deriva dalle certezze e insieme dalle insicurezze dovute al nostro vissuto, ma che è anche influenzato dal mondo che ci circonda e da quello che ci si racconta. Forse bisognerebbe prima di tutto chiedersi se ciò che ci circonda è davvero quello che vogliamo avere intorno a noi.
La libertà di mostrarsi quello che si è oppure, ugualmente, di mostrarsi per come vogliamo che gli altri ci vedano è una scelta personale, non sempre libera dal giudizio – o pregiudizio– di chi ci circonda. (foto 12)

In un modo o nell’altro, questa scelta rimarrà sempre il fondamento del libero arbitrio. Di ogni apparenza, di ogni realtà rappresentata, fotografata, disegnata. Raccontata.

Dunque, ritratto vai e mostrati!

 

immagine per Roberto Civetta
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Maestro d’arte, si diploma all’Istituto d’Arte Silvio D’Amico di Roma - è qualificato Restauratore di Beni Culturali e si occupa della conservazione di opere d’arte per mostre Nazionali e Internazionali. Cura costantemente progetti, consulenze, per la manutenzione e la conservazione e restauro di Beni Culturali, in Italia e all’estero, sia per Enti Pubblici che privati e collabora con alcune Università. Nel 2012 al Campidoglio, è stato insignito dell’onorificenza, “Premio Personalità Europea dell’Anno”, dal Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo. Presenta Convegni e ha pubblicato diversi suoi lavori in volumi scientifici d’arte. Scrive e realizza video per i Social Network sui temi: arte, ambiente e umanità. Già Consulente di Governo per la Struttura di Missione degli Anniversari Nazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nomina da conservatore-restauratore: del Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo, Roma; del Comitato Scientifico del MUGA - Museo Garibaldino di Mentana e del MUCAM - Museo Civico Archeologico di Mentana e dell'Agro Nomentano.

4 risposte

  1. Il ritratto come immagine di se e fuori di se. Descrizione chiara di un mondo passato ma rapportato al presente. ..

  2. Il ritratto del passato….ovvero quello dipinto mi ha sempre dato più emozione rispetto a quello attuale se vogliamo intenderlo come scatto fotografico…..forse perché amo il passato, la storia….e i costumi
    Nei dipinti di buona fattura possiamo cogliere emozione e godere della maestosità e opulenza che le famiglie abbienti volevano tramandare allo spettatore…..per me anche sinonimo di studio del costume.
    Il ritratto attuale lo trovo troppo omologato…tutti vogliamo apparire belli….tutti vogliamo essere ritoccati….alla fine tutto risulta molto fasullo
    …….ma questo è un mio pensiero

  3. il ritratto del costume scorre nei secoli e si modifica a seconda del gusto del tempo. Le epoche segnano il cambiamento negli ambiti socio culturali nei quali rivedo il ritratto.
    grazie Giampaolo.

  4. grazie Vito, il tempo è con noi e ci fa vivere anche nel ricordo della memoria con lo sguardo immerso all’oggi, facendoci immaginare il domani.

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