L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD con sede a Roma, dagli anni Settanta rappresenta il luogo della conoscenza del patrimonio culturale italiano.
Si tratta di una risorsa di primaria importanza per l’impegno che porta avanti nella sua attività di documentazione e catalogazione, sia attraverso l’elaborazione di strategie e metodologie – non ultima, la digitalizzazione – volte a rendere sempre più accessibili i materiali dei suoi archivi, sia attraverso l’incremento delle sue memorabili raccolte di fotografia, tanto vaste e complete da rappresentare il più grande archivio fotografico sul patrimonio culturale, etnoantropologico e del territorio del nostro Paese.
Alla conoscenza di tale patrimonio, l’ICCD contribuisce a garantire l’accesso pubblico e a facilitare il suo utilizzo e riutilizzo da parte degli studiosi, degli operatori culturali e, assolutamente non ultimi, dei cittadini.
Questa breve presentazione non basta a rendere l’idea della ricchezza e della vastità dei prestigiosi materiali che ho avuto modo di osservare da vicino grazie alla disponibilità del direttore dell’istituto, Carlo Birrozzi, e dei preparatissimi specialisti che si occupano delle diverse sezioni e che hanno accompagnato con grande competenza me e la mia assistente, Lucrezia Cirri, alla scoperta di un vero e proprio universo da cui sono rimasto profondamente affascinato.
L’istituto, nato nel 1975 in seguito all’istituzione del Ministero dei Beni Culturali, riunisce in un unico ente il Gabinetto Fotografico Nazionale, l’Ufficio Catalogo e l’Aerofototeca Nazionale.
Con sede, oggi, nel monumentale Complesso di San Michele a Ripa Grande – nato per volontà di Innocenzo XI nella seconda metà del Seicento e poi divenuto un centro polifunzionale, volto ad accogliere chiunque non fosse in grado di provvedere autonomamente a se stesso – l’ICCD opera su due filoni principali, quello della catalogazione e quello della fotografia.
Entrambi perseguono una comune missione da sempre: prendersi cura e conservare la memoria del patrimonio culturale e valorizzarla.
Seguire la storia delle collezioni dell’istituto significa praticamente seguire quella della tutela dei beni culturali in Italia, poiché le due si intrecciano e corrono lungo lo stesso binario. E, come afferma il direttore:
“È una bella storia. È interessante soprattutto perché non si è mai fermata e ha sempre avuto continuità. Il catalogo nacque dalla necessità di comprendere che cosa ci fosse nel nostro territorio.
Ancora, nel 1860, era diffusissima la vendita di interi patrimoni ad antiquari stranieri e per fermare questa emorragia si avviò la schedatura. Quello che è importante sottolineare è il fatto che, sebbene talvolta la schedatura e la fotografia non abbiano avuto un percorso sincrono, si è sempre avuto consapevolezza dell’importanza di quest’ultima come strumento di documentazione”. (foto 1, foto 2, foto 2, foto 4)
La nostra visita è iniziata dal Museo degli Strumenti Fotografici che raccoglie ed espone – al momento solo parzialmente – attrezzature da importanti donazioni, il cui maggior nucleo è costituito da quello del GFN – Gabinetto Fotografico Nazionale, fondato nel 1892 da Giovanni Gargiolli, che ne fu anche primo direttore.
Il responsabile, Rodolfo Felici, ci ha guidato lungo un percorso di scoperta che parte dalla metà dell’Ottocento, dalle camere oscure – lo strumento da cui derivano tutte le fotocamere, usato dai pittori per secoli – e arriva fino ai più moderni modelli degli anni Cinquanta, passando attraverso i primi esempi di macchine fotografiche da studio, di grandi dimensioni e con cavalletto fisso, e da campagna, sicuramente più trasportabili.
Ho poi potuto osservare varie tipologie di flash e otturatori, una macchina fotografica a nove obiettivi – capace quindi di stampare sulla stessa lastra nove foto a formato timbro-post, molto diffuso all’epoca delle carte de visite -, quelle da fotogiornalismo del primo Novecento, torchi, ingranditori e addirittura lo strumento che venne utilizzato per immortalare la costruzione dell’Altare della Patria nel 1909.
Il Museo, con i suoi oltre 1400 pezzi, è fra i più notevoli del suo genere in italia ed è volontà dell’Istituto ampliarlo non appena possibile, quando si libereranno gli spazi che adesso sono occupati dalle lastre in via di digitalizzazione: un’operazione a cui l’ICCD si sta dedicando moltissimo, nell’importante ottica di rendere sempre più accessibili i suoi materiali.
Per scoprire il Museo e restare affascinati dai suoi strumenti è possibile partecipare alle visite guidate che vengono organizzate una volta al mese. (foto 5, foto 6, foto 7)
Abbiamo poi incontrato nell’Aerofototeca Nazionale Gianluca Cantoro (archeologo paesaggista, ricercatore presso l’Istituto di Scienza del Patrimonio Culturale del CNR) che, in forza di un accordo tra Istituti pubblici, condivide la direzione della stessa con Daniela Simonetta Palazzi, funzionario chimico dell’ICCD.
La storia di quest’ufficio è piuttosto antica. Si tratta di una sezione nata in seno al GFN, per l’intuizione dapprima dei militari e poi dell’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu, che aveva compreso l’importanza della fotografia per i suoi studi e, addirittura, aveva commissionato proprio all’Aeronautica Militare delle campagne aerofotografiche per riprendere i siti archeologici di interesse.
Col tempo, l’Aerofototeca ha raccolto moltissimi materiali, provenienti dagli enti più differenti. In particolare, restano di enorme interesse le raccolte dette impropriamente RAF e USAAF, costituenti il fondo MAPRW (Mediterranean Allied Photographic Reconnaissance Wing) risalenti alla Seconda Guerra Mondiale.
Le prime sono proprietà della Corona Britannica, della quale riportano il timbro sul retro, e sono state date in deposito dalla British School at Rome; le seconde sono del tutto inedite e sono state donate dall’Accademia Americana a Roma nel 1964.
Quest’ultima sezione consta di 600mila scatti del territorio italiano, in particolare del Nord Italia, salendo da Pisa in su, e sono particolarmente interessanti perché lo rappresentano prima o in seguito ai bombardamenti, riportando anche vari commenti riguardo al volo o a dove fossero state rilasciate le bombe rimaste prima dell’atterraggio.
Da quanto abbiamo detto, risulta evidente che, poiché le fotografie aeree del nostro territorio si possono prestare davvero ai più disparati usi e studi, è sempre stato necessario un rigido controllo sulla loro consultazione.
In passato si doveva passare attraverso l’autorizzazione dello Stato Maggiore dell’Aeronautica che ne autorizzava volta per volta l’utilizzo a fini di studio o personali, a volte occultando parti di edifici o aree ritenute di importanza militare.
Adesso la pratica è meno complessa, ma bisogna comunque tenere in considerazione moltissimi fattori quando si studiano questi materiali, non ultimo, banalmente, la privacy o la lettura di un territorio profondamente modificato nel tempo; può quindi risultare quantomai complesso, per esempio, riuscire ad identificare un singolo casolare un tempo isolato ed oggi al centro di un complesso urbano.
È impossibile dare una stima totale delle foto di questa sezione, ma si parla sicuramente nell’ordine dei milioni.
Visitando l’Aerofototeca Nazionale ho anche avuto la possibilità di osservarne l’archivio – attualmente non aperto al pubblico, è però possibile fare richiesta di consultazione – e soprattutto di approcciarmi alla stereoscopia.
La maggior parte delle fotografie aeree verticali sono infatti scattate in sovrapposizione ed è stato affascinante usare lo strumento che ne permette lo studio, funzionando, alla fine, con lo stesso principio della vista umana. (foto 8, foto 9, foto 10, foto 11)
Con la dottoressa Simona Turco, responsabile del Gabinetto Fotografico Nazionale, abbiamo poi scoperto i fondi storici conservati in ICCD. Con grande cura, ci ha raccontato la storia della collezione e mostrato alcuni preziosi pezzi, fra cui vari unicum, ossia oggetti come dagherrotipi, ambrotipi e ferrotipi, che non sono riproducibili.
Uno dei primi utilizzi della fotografia fu, come abbiamo accennato, proprio quello di immortalare il paesaggio e i beni culturali, con fini di catalogazione, tutela e ricognizione.
Questo approccio fu adottato da molti paesi appena pochi anni dopo l’invenzione del nuovo mezzo e in Italia si concretizzò nel 1895 con l’istituzione del Gabinetto Fotografico, poi confluito nell’ICCD nel 1975.
L’attività di questa istituzione da allora non si è mai fermata e all’Archivio del Gabinetto – nucleo fondante delle attuali collezioni, con i suoi oltre 320 mila fototipi, tra negativi e positivi – si sono aggiunte nel tempo altre raccolte, frutto di una lungimirante politica di acquisizioni.
Fra queste, la Collezione Piero Becchetti, la Collezione Carlo Beccarini, il Fondo Henri Le Lieure, il Fondo Nunes Vais, il Fondo Chigi e molti altri.
Negli anni Settanta confluirà poi nel GFN anche l’importante Fondo Antichità e Belle Arti-MPI, generato a partire dal 1870 come Archivio fotografico della direzione generale antichità e belle arti del Ministero della Pubblica Istruzione.
Oltre alla documentazione del territorio, fra le cose più interessanti da consultare troviamo anche gli allestimenti museali: questi sono risorse di fondamentale importanza per ogni storico dell’arte, in quanto testimonianze preziosissime dei cambiamenti avvenuti nel tempo.
Fra queste e il territorio, però, ad oggi si è deciso di dare precedenza al secondo, per quanto riguarda la digitalizzazione e dunque, al momento, l’Istituto si sta occupando dell’archivio dei negativi su vetro.
Si tratta di un lavoro immenso, di cui la dottoressa Turco ha ricordato alcuni numeri: ben 400mila lastre, fra vetri e pellicole, a cui si devono aggiungere i relativi positivi, i 200mila del fondo del Ministero della Pubblica Istruzione e tutti gli altri fondi – quello di Becchetti, per esempio, consta di 50mila positivi, compresi anche di unicum.
In questa sezione mi sono poi lasciato affascinare da cartoline, album fotografici, alcuni anche colorati a mano, e una meravigliosa carta salata di Roger Fenton, mondialmente riconosciuto come il primo fotografo di guerra. (foto 12, foto 13, foto 14)
Con la stessa cura, la restauratrice dell’Istituto, Silvia Checchi ci ha poi guidato attraverso il suo laboratorio, di nuova istituzione, che ha un compito davvero delicato e di grande responsabilità: per la maggior parte, infatti, quanto abbiamo detto fino ad ora rappresenta un patrimonio che non è mai stato trattato prima in modo così sistematico, ed è necessario pensare al modo migliore di proteggere e conservare ogni singolo oggetto.
Per farlo, è dunque necessario un lavoro di costante sistemazione e razionalizzazione che includa anche il pensare a quale sia il modo migliore per rendere fruibili i materiali, anche in vista di mostre esterne all’Istituto.
Ci siamo poi diretti nell’Archivio del catalogo, che conta la bellezza di circa 4 milioni di schede, che coprono un periodo storico davvero enorme che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Duemila, quando poi si è lasciato spazio all’informatizzazione – l’ultimo esemplare è datato 2004.
Monumenti, opere d’arte, oggetti di pregio storico-artistico e archeologico sono tutti catalogati grazie all’attività che l’Istituto svolge in stretta collaborazione con le Soprintendenze, Istituzioni Museali, Regioni, Comuni e altri enti accreditati, nell’ambito delle attività di catalogazione dei beni culturali di propria competenza.
Iulia Fioravanti ci ha mostrato dei campioni esemplari delle varie tipologie di schede, dai quali non solo ho potuto comprendere come la pratica si sia evoluta nel corso del tempo, ma soprattutto l’importanza di un tale lavoro: in quei documenti, infatti, viene descritto l’intero territorio nazionale e quello che colpisce, in particolare, è la cura con cui venivano realizzati, attenti ad ogni minimo dettaglio.
Talvolta, a supporto dello scritto, troviamo dei disegni o delle foto – alcune di queste, addirittura incollate – a testimonianza dell’impegno documentario, per il quale la catalogazione si è rivelata uno strumento fondamentale, anche nel caso di bombardamenti, terremoti o di edifici storici demoliti e, ad oggi, non più esistenti.
Dagli anni Settanta del Novecento vengono adottati dei modelli schedografici specifici per una descrizione più dettagliata delle varie tipologie di beni.
Nel 1969, infatti, con l’istituzione dell’Ufficio Centrale del Catalogo, vennero predisposte delle schede di formato più grande, contraddistinte dal numero di catalogo generale progressivo per Regione che rappresenta l’identificativo univoco del bene descritto. (foto 16, foto 17, foto 18)
Ultima ma non ultima, la visita si è conclusa con uno sguardo alla sezione della Fotografia contemporanea, protagonista delle principali attività espositive dell’ICCD e di cui è responsabile e curatrice Francesca Fabiani.
Tutte le attività di questa sezione sono votate a rispettare la storia e la vocazione dell’Istituto, cercando comunque di introdurre un nuovo approccio alla fotografia e alla documentazione del patrimonio.
Un impegno che si realizza prima di tutto attraverso committenze e bandi che coinvolgano fotografi le cui ricerche si concentrino su temi di interesse per l’istituzione, proponendo un ragionamento non solo sul paesaggio, ma anche sulla fotografia stessa – ormai riconosciuta a tutti gli effetti come un linguaggio artistico – e sviluppando lavori di tipo autoriale, capaci di dialogare con le collezioni storiche e arricchire, dunque, il patrimonio dello stato.
Bisogna sottolineare che a questi progetti è sempre associato un output divulgativo e di valorizzazione che si concretizza con mostre sia in sede che fuori, al fine di dare maggiore visibilità all’Istituto e renderlo parte della rete del contemporaneo del nostro paese a tutti gli effetti.
Un altro modo attraverso il quale si incrementano le collezioni sono le residenze d’artista.
In questo caso, lo sguardo è interno: è lo stesso Istituto a chiamare importanti autori, affascinati dalla fotografia come sistema linguistico – e quindi non necessariamente che abbiano fatto della fotografia documentaria il loro mezzo espressivo -, per sviluppare un progetto collegato alle collezioni.
Fra questi, in passato figurano i nomi di Mario Cresci, Paolo Ventura, Joan Fontcuberta, Nicola Nunziata e, adesso, Olivo Barbieri.
Quanto abbiamo detto fino ad ora non è che un piccolo assaggio, del tutto insufficiente a spiegare la grandezza e la bellezza di tutte le sezioni dell’ICCD, ciascuna delle quali meriterebbe di essere trattata singolarmente, per la quantità di storie che racchiude.
Del resto, non poteva essere altrimenti: l’Istituto si occupa del patrimonio culturale italiano in modo del tutto completo, prendendosi cura della conservazione della sua memoria, valorizzandolo e divulgandolo in tutte le sue possibili declinazioni.
Si tratta di un’attività svolta con ferme radici nel passato e nella tradizione, ma con uno sguardo sempre volto al futuro.
Il lavoro di digitalizzazione in cui è impegnato adesso non è che la prova esemplare di tutto questo. Non ci resta altro da fare che incoraggiare e diffondere l’operato di questa importantissima istituzione, nell’attesa dell’uscita prossima dei suoi archivi. (foto 19, foto 20)
Ringrazio ancora una volta per la gentilezza, la disponibilità e l’occasione di vivere questa meravigliosa esperienza l’Ufficio Stampa, Roberta Cristallo, tutto lo staff dell’ICCD e il suo Direttore, Carlo Birrozzi, a cui ho voluto chiedere che cosa significhi gestire un complesso monumentale così importante e che cosa crede sia necessario fare e si auguri per il futuro:
CB.: Ringrazio Roberto Civetta per l’attenzione dimostrata per il nostro Istituto e per la domanda particolarmente pregnante. Nell’ultimo incontro del ciclo Ordinare le cose del 13 giugno ci siamo occupati proprio di transgenerazionalità.
Lavoriamo con la fotografia e con le nuove tecnologie per aggiornare la missione dell’istituto. Abbiamo messo in campo una serie di iniziative con le accademie per coinvolgere gli studenti, con le università per pubblicare le loro ricerche e con eventi espositivi in Italia e all’estero, grazie anche alla collaborazione con altre istituzioni pubbliche, aziende e professionisti.
Abbiamo sfruttato la rete capillare che opera nel campo dei beni culturali per condividere online archivi e dati sui beni culturali, grazie al rinnovato portale del Catalogo generale dei beni culturali e al Portale della Fotografia del Ministero della Cultura da noi realizzati in questi anni. Attraverso Scenedaunpatrimonio sollecitiamo le famiglie a condividere immagini della loro storia particolare.
Il grande senso di responsabilità che ci anima ci ha condotto a studiare, ordinare e rendere accessibile al pubblico questa straordinaria conoscenza e le collezioni. C’è da dire che ci troviamo in un momento molto importante di gestione del patrimonio culturale come pochi nella storia, un cambiamento epocale.
La tecnologia ha mutato l’approccio alle cose e la globalizzazione sta cambiando profondamente le prospettive. Dall’altra parte assistiamo allo scollamento delle comunità dal loro territorio, e il gap tra una generazione e l’altra si fa sempre più profondo.
La domanda che ci poniamo è dunque: come trasferire il patrimonio che gestiamo alle nuove generazioni?
Non è un tema semplice, noi lo stiamo affrontando, mettendo a disposizione le informazioni che abbiamo e cercando di coinvolgere più pubblici a lavorare con noi. Siamo aperti a tutte le sollecitazioni possibili, anche da coloro i quali ci leggono attraverso la stampa.
Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD
- Via di San Michele, 18 – 00153 Roma
- Tel.: 06 67235220 – fax 06 58332313
- Email: ic-cd@cultura.gov.it | ic-cd@pec.cultura.gov.it
- Sito web: https://iccd.beniculturali.it/
Maestro d’arte, si diploma all’Istituto d’Arte Silvio D’Amico di Roma - è qualificato Restauratore di Beni Culturali e si occupa della conservazione di opere d’arte per mostre Nazionali e Internazionali. Cura costantemente progetti, consulenze, per la manutenzione e la conservazione e restauro di Beni Culturali, in Italia e all’estero, sia per Enti Pubblici che privati e collabora con alcune Università. Nel 2012 al Campidoglio, è stato insignito dell’onorificenza, “Premio Personalità Europea dell’Anno”, dal Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo. Presenta Convegni e ha pubblicato diversi suoi lavori in volumi scientifici d’arte. Scrive e realizza video per i Social Network sui temi: arte, ambiente e umanità. Già Consulente di Governo per la Struttura di Missione degli Anniversari Nazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nomina da conservatore-restauratore: del Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo, Roma; del Comitato Scientifico del MUGA - Museo Garibaldino di Mentana e del MUCAM - Museo Civico Archeologico di Mentana e dell'Agro Nomentano.






























Una risposta
Articolo molto affascinante e ben scritto. È meraviglioso sapere che esiste un’entità del genere che non solo preserva ma cataloga anche così tanti importanti artefatti della cultura italiana. Grazie per aver condiviso questo con noi.