Questo appuntamento con Italia a Palazzo, la rubrica che si occupa di raccontare le più belle dimore storiche del nostro paese, si distingue dagli altri e leggendolo scoprirete perché.
Protagonista è Villa Bonaparte, che dal 1950 ospita l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, ma è da sempre luogo di grande interesse culturale. Addirittura, è stata teatro di un evento fondamentale per la storia italiana, quale la Breccia di Porta Pia: il 20 settembre 1870, infatti, le truppe del Regno d’Italia entrarono a Roma proprio attraverso il grande giardino della Villa.

Il cardinale Silvio Valenti Gonzaga, segretario di Stato di Papa Benedetto XIV, ne desiderò la costruzione nel 1750, trasformandola in un vero e proprio centro culturale, frequentato dai migliori artisti e intellettuali dell’epoca. Alla sua morte, la Villa fu acquistata dalla famiglia Sciarra Colonna e poi, a partire dal 1816, divenne la residenza di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone e moglie del principe Camillo Borghese.
Le meravigliose sale che, ancora oggi, possiamo ammirare all’interno della Villa sono frutto del restauro voluto dalla stessa Paolina, che ne rinnovò le decorazioni in stile Impero. (foto 1, foto 2)
In questo splendido luogo, ho avuto l’occasione di incontrare la Signora Ambasciatrice, Florence Mangin, che è stata così gentile da rispondere ad alcune mie domande.
Ne è nata una conversazione di grande interesse, che dimostra l’attivo impegno di Madame nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale e fa luce su alcuni aspetti del suo ruolo diplomatico – tanto affascinante quanto misterioso agli oggi dei non addetti ai lavori. (foto 3, foto 4)
Madame, nel corso dei suoi studi e della sua carriera, ha raggiunto risultati straordinari e ricoperto incarichi istituzionali davvero prestigiosi. Che cosa significa oggi, per lei, essere Ambasciatrice di Francia presso la Santa Sede?
Non è il mio compito di dire se il mio sia un ruolo importante, ma è indubbiamente interessante e originale. Rappresento la Francia presso il Santo Padre, che è sia successore di San Pietro che capo di stato, svolgendo un doppio ruolo. Per molti aspetti, quindi, il mio lavoro qui a Roma presenta tratti simili a ciò che ho vissuto quando ero Ambasciatrice a Lisbona: l’attualità internazionale, per esempio, è un punto comune a tutte le ambasciate.
La Francia e la Santa Sede hanno molti importanti punti di interesse in comune – Libano, Africa, la Terra Santa, Haiti, il Medio Oriente – e questo rende i miei scambi e incontri con la Curia e la Segreteria di Stato molto frequenti e ricchi. A rendere interessante il mio ruolo è anche un aspetto dovuto allo stesso Papa Francesco, che rispetto ai suoi predecessori ha inserito i beni comuni fra le priorità del suo pontificato.
Per noi Ambasciate, questo rappresenta un invito a essere presenti su temi quali la salute, l’ambiente, l’intelligenza artificiale o la gender equality. Si tratta di argomenti vari e tutti attuali, parimenti importanti, per cui il nostro compito è quello di riuscire a individuare le giuste priorità, creando un equilibrio che non lasci fuori nessuno. Questo non è semplice.
Per esempio, lo scorso maggio insieme al Dicastero della Cultura e dell’Educazione, abbiamo dedicato due giorni a conferenze sul tema sport e spiritualità, terminati con una staffetta di solidarietà organizzata al Circo Massimo insieme ad alcune associazioni romane. Questo è un esempio di attività non banale dell’Ambasciata.
Posso dire che la mia esperienza di Ambasciatrice di Francia presso la Santa Sede si basa su due componenti principali. La prima sono la sostanza e i valori: cerchiamo di approfondire e identificare i fondamenti dei cruciali argomenti di attualità che affrontiamo. La seconda è l’universalità. Questa in particolare mi stupisce, in quanto tutti i temi della vita internazionale riguardano in realtà l’universalità, ma in questo caso la si affronta sia dal punto di vista della religione che non.
Quando parliamo di uguaglianza di genere, per esempio, lo facciamo con associazioni religiose romane e spesso ci troviamo anche davanti a individui di nazionalità diverse: incontri del genere ti portano a vedere il tema in un modo completamente diverso, scostandoti da quello che sarebbe il semplice punto di vista o italiano o francese.
È una lezione di umiltà – che non fa mai male. È un’incredibile opportunità di arricchirsi, approfondendo argomenti che a volte potrebbero anche sembrare in apparenza semplici, ma che non lo sono. Quindi sì: valori e universalità. (foto 5, foto 6)
Questo spaccato di umanità e coinvolgimento ci collega alla prossima domanda, alla quale in parte ha già risposto: qual è il ruolo dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede e che rapporto ha con il Vaticano, con le altre Ambasciate e con le Istituzioni Italiane?
Gli interlocutori della nostra Ambasciata sono veramente vari e diversi. Innanzitutto ci sono la Curia – essa stessa ricca e diversa -, la Segreteria di Stato e tutti i Dicasteri. Cerchiamo la loro collaborazione ogni volta che organizziamo un dibattito, una conferenza o un evento, perché muoversi da soli non avrebbe davvero alcun senso.
Al riguardo, devo dire che quanto abbiamo fatto a maggio sullo sport insieme al Dicastero della Cultura e dell’Educazione risulta un perfetto modello di come muoversi insieme con un’istituzione del Vaticano e realizzare una bella iniziativa di comune interesse. Adesso ci stiamo impegnando per approfondire la questione dell’intelligenza artificiale.
Abbiamo poi molti altri interlocutori, altrettanto importanti: associazioni sia laiche che religiose, le Università pontificie – che sono una fonte di cooperazione molto interessante -, i Musei Vaticani, la Sovrintendenza, le chiese francesi. La mia volontà è quella di fare squadra quotidianamente, non di agire da sola.
Un altro partner significativo sono le altre Ambasciate. In particolare, esiste una specie di gruppo informale fatto da tutte le Ambasciate “femminili”, per così dire, ossia guidate da donne. Insieme organizziamo molti eventi sul tema dell’uguaglianza, collaborando anche con le Università pontificie, che si soffermano spesso sul ruolo della donna nella chiesa: un tema molto forte e che lo stesso Papa Francesco ha incluso nel sinodo e in molte riflessioni.
Ne nascono eventi di grande interesse, perché sull’argomento le comunità religiose hanno davvero molto da dire e da mostrare. Sono sul campo, in Africa o in Asia, e toccano concretamente realtà di cui possono farsi testimoni per proporre importanti riflessioni da cui apprendere.
Il tema delle donne interessa al punto che sono state le stesse comunità religiose di Roma a esprimere il desiderio di un lavoro maggiormente organizzato e coordinato da parte nostra. Così, proprio in questa sede, a giugno abbiamo organizzato due riunioni con un gruppo di federazioni, associazioni italiane e Ambasciate. Ne è nato un doppio calendario di iniziative a base volontaria e indipendente, che abbiamo deciso di costruire insieme e condividere a partire da settembre.
Questo integra date fissate dalle Nazioni Unite, come il 25 novembre o l’8 marzo, a date che il calendario religioso lega alle donne. Non è una cosa molto risaputa, infatti, ma esistono una serie di anniversari religiosi che possono offrire occasioni perfette per dibattiti e conferenze. Per esempio, il prossimo anno sarà il venticinquesimo anniversario di un documento realizzato da San Giovanni Paolo II e riguardante proprio le donne. (foto 7, foto 8, foto 9, foto 10)
Come ci si prepara, nel ruolo di Ambasciatrice, al Giubileo del 2025?
Per fortuna, devo dire che abbiamo iniziato a preparare il Giubileo a giugno 2023. L’ambasciata è piccolissima, ma ci sono altre istituzioni che dipendono da me, come il Centro culturale San Luigi dei Francesi e gli Stabilimenti della Francia in Italia e a Loreto. Quest’ultimo è una piccola e antica fondazione, risultante dai doni effettuati, nei secoli, dai re francesi, dagli aristocratici, ma anche semplicemente dal popolo, per la costruzione di chiese, ospedali o case di pellegrini a Roma.
Si tratta di un’iniziativa nata nel medioevo che ha creato un piccolo patrimonio di ben cinque chiese a Roma e i finanziamenti per restaurarle e gestirle. Ad amministrare il tutto è un prete la cui nomina spetta all’Ambasciatore. Siamo quindi una piccola squadra, ma molto attiva e che collabora quotidianamente.
Quando abbiamo iniziato a prepararci per il Giubileo, ci siamo proposti di essere il più presenti e il più visibili possibile, elaborando un ricco programma che segue due filoni principali. Il primo è quello della musica, espressione universale capace di unire anche pellegrini di tante lingue diverse. Abbiamo ascoltato le poche parole che Papa Francesco ha espresso sul Giubileo – non ne ha, infatti, ancora parlato molto – e siamo rimasti colpiti dalla sua volontà di “portare la cultura in luoghi dove non è mai andata”.
Abbiamo allora organizzato una serie di concerti di musica solidale che si terranno sia qui all’Ambasciata sia, in giorni diversi, in carceri, ospedali, centri per migranti, centri per persone anziane e nelle periferie della città. Si esibiranno artisti italiani e francesi, per un risultato di quasi due concerti al mese.
Il secondo filone è invece quello della valorizzazione del patrimonio culturale, con l’obiettivo di far conoscere attraverso visite guidate le nostre cinque chiese, che del resto ospiteranno molti eventi spirituali durante il Giubileo.
Il nostro ultimo grande progetto, per concludere, sarà la realizzazione di una mostra a Villa Medici, fra ottobre 2025 e gennaio 2026, sul tema dei luoghi sacri condivisi.
L’esposizione, nata dalla collaborazione di due ricercatori, uno italiano e uno francese, era stata presentata a Marsiglia già dieci anni fa e, per il suo grande successo, venne poi portata anche a New York, Parigi, Ankara e Istanbul. È una mostra profondamente attuale e dal forte aspetto geopolitico, anche se tratta una tematica religiosa.
Il Direttore di Villa Medici ha mostrato grande entusiasmo nell’accettare la mia proposta e sono felice che abbia da subito compreso la mia intenzione di portare a Roma una riflessione sul dialogo interreligioso: nel Mediterraneo ci sono molti luoghi in cui, nel corso della storia e spesso in modo silenzioso, due religioni si sono trovate a pregare nello stesso luogo.
Non lo hanno fatto insieme, magari spesso lo hanno fatto in parallelo, ma comunque nello stesso luogo. Credo che oggi questo messaggio di condivisione sia davvero cruciale e che sia fondamentale sensibilizzare al riguardo soprattutto il pubblico più giovane.
Parteciperanno al progetto anche i Musei Vaticani, la Biblioteca Vaticana, il Museo Ebraico e i Musei Civici di Roma, prestando alcune delle loro opere d’arte, molte delle quali davvero favolose. (foto 11, foto 12)
Villa Bonaparte è un luogo di grande importanza storica e culturale per il nostro paese, protagonista di un evento tanto significativo quale la Breccia di Porta Pia. Che cosa si prova a risiedere in un edificio di così grande interesse e che rapporto ha con la Villa?
Quando il Cardinale Valenti Gonzaga ha voluto questa villa, alla metà del Settecento, la aveva pensata come luogo di cultura votato all’accoglienza: una residenza di campagna dove ospitare i suoi amici artisti e scienziati, provenienti da tutta Europa.
Io sono una grande appassionata del patrimonio culturale, quindi per me risiedere qui non solo è un grande piacere, ma soprattutto è un dovere: vivendo in questo luogo così importante e bello sento la responsabilità di valorizzarlo. Io non considero il patrimonio culturale una questione di pietre o decorazioni: per me è dato dalle persone che hanno abitato i luoghi.
Nei due anni in cui sono stata qui ho quindi sempre cercato di far rivivere i personaggi che sono stati protagonisti in questa villa e che la hanno fatta, a loro volta, vivere. In quest’ottica, ormai da circa un anno abbiamo deciso di organizzare concerti come se fossero “all’epoca di”. Il 2024 è stato dedicato al Cardinale Valenti Gonzaga e ai suoi successori, mentre nel 2025 ci concentreremo su Paolina Bonaparte e l’Ottocento.
Dietro a queste iniziative c’è un grande lavoro di studio e di ricerca che abbiamo portato avanti grazie alla collaborazione con due musicologhe, una italiana e una francese, che sono riuscite a recuperare i brani che furono eseguiti o per il proprietario o per il suo entourage. Ogni trimestre organizziamo un concerto e devo dire che queste serate sono veramente belle.
Bisogna ammettere che Valenti Gonzaga sia stato un grande appassionato di tutto, tranne che di musica: nonostante avesse ben 350 libretti è quasi sicuro che, alla sua epoca, nella villa non si tennero molti concerti.
La situazione è diversa per i suoi successori e per Paolina Bonaparte, che è stata invece una grande amante della musica e vicina a molti compositori, alcuni dei quali hanno anche scritto brani per lei. Questo è un esempio della mia volontà di “umanizzare le pietre”. (foto 13, foto 14)
Qual è invece il suo rapporto con la città di Roma?
Collaboriamo molto con le istituzioni legate alla città.
Abbiamo già aperto la Villa a due riprese con il FAI, per esempio, e abbiamo anche operato con l’Associazione dei parchi e dei giardini italiani, organizzando, lo scorso anno, un weekend a porte aperte sul tema della musica nel giardino, un’iniziativa che è stata molto apprezzata.
Quando ci sono queste occasioni di apertura è mio compito gestire al meglio le obbligazioni dell’Ambasciata con la convivialità dei momenti, riuscendo a trovare un giusto equilibrio che renda compatibili tutte le diverse esigenze, ma non è difficile: se se ne ha la volontà, non è difficile. (foto 15, foto 16)
Recentemente, Villa Bonaparte è stata aperta al pubblico. Si tratta di una scelta importante che, attraverso visite guidate, permette ai cittadini di scoprire e vivere una dimora di fondamentale importanza storica. Come è nata questa decisione?
Ho deciso di aprire Villa Bonaparte al pubblico con visite guidate praticamente dal momento in cui sono arrivata. Per me si tratta quasi di un atto politico. Prima di tutto, lo ritengo un atto di rispetto verso il popolo romano e italiano, perché è vero che la villa è francese, ma solo dal 1950, quando la abbiamo acquistata.
Prima questo luogo è stato italiano per molto tempo e credo che sia normale dare ai cittadini del paese in cui vivo e lavoro la possibilità di conoscere e vedere il proprio patrimonio. La seconda ragione per cui ho desiderato le aperture ha invece natura più diplomatica.
Sono infatti ben consapevole che il mondo diplomatico sia abbastanza opaco, quasi segreto, agli occhi di chi non ne fa parte, quindi vorrei optare per una politica di comunicazione che riesca a mostrare che cos’è una residenza diplomatica, dove lavoriamo e dove facciamo eventi con ospiti invitati. è un’apertura sul mondo.
Con Pierluca ci siamo subito mossi per trovare una realtà a cui affidarci e che potesse gestire al meglio le visite e sono davvero soddisfatta del risultato. Adesso infatti riusciamo a fornire questo servizio in tre lingue diverse: italiano, francese e inglese. I visitatori sono davvero moltissimi. Avevo già preso questa iniziativa anche a Lisbona, dove l’Ambasciata francese si trovava in un ex convento favoloso e ricco di storia.
Per me queste aperture hanno un significato molto profondo. (foto 17, foto 18)
Mi piacerebbe se raccontasse ai nostri lettori un ricordo legato, in particolare, a questi suoi anni trascorsi a Villa Bonaparte.
Di momenti ce ne sono davvero moltissimi.
Una cosa piccolissima: per la festa della musica di quest’anno ho proposto alla squadra diplomatica dell’Ambasciata di suonare o cantare qui, ovviamente su una base di volontarismo, e ne è nato un piccolo concerto solo per noi. Un’esperienza molto bella. Uno dei nostri bravissimi tecnici, per esempio, un ingegnere che lavora qui da ormai trent’anni, suona molto bene. È quasi un professionista, ma nessuno lo sapeva, perchè è molto discreto. In quella occasione ha suonato per noi, accompagnato dalla voce di una nostra segretaria e alla fine abbiamo fatto un piccolo rinfresco.
Eravamo venti in tutto, una cosa molto intima, solo per noi. Dare la possibilità ai colleghi che vedo ogni giorno di essere sul palcoscenico mi ha fatto molto piacere: vengono sempre qui per lavorare, accogliere ospiti o accompagnare visitatori e invece quella volta gli artisti erano loro.
Prima di concludere, vorrei mostrarvi un’altra cosa. Sempre nell’ottica, di cui parlavo all’inizio, di “umanizzare le pietre”, mio marito ha avuto un’idea. Si è stupito, a buona ragione, del fatto che nella Villa ci fosse un ritratto del Cardinale – si trova al piano terra – ma niente di Paolina Bonaparte.
Le decorazioni che vediamo oggi sono quelle che lei ha voluto, ma non c’è nessun simbolo che la ricordi. Allora, dopo aver visitato il Museo Napoleonico, lui ha proposto di far fare una copia del Canova.
A realizzarla è stato un artista, prima facendo una scansione 3D dell’originale e poi attraverso un blocco di marmo purissimo – una cosa ad oggi difficile da trovare. Addirittura la stessa Sovrintendenza è rimasta stupita quando ha visto la bellezza dell’opera. Il piccolo ricevimento che abbiamo organizzato per inaugurare la statua lo abbiamo chiamato “Paolina torna a casa”. (foto 19, foto 20)
Ringrazio la Signora Ambasciatrice, il suo Attaché de presse Pierluca Ferrari e tutto lo staff di Villa Bonaparte per la disponibilità, gentilezza e per aver permesso a me, alla mia collaboratrice Lucrezia Cirri e alla Dott.ssa Claudia Viggiani questa visita e questa intervista.
Maestro d’arte, si diploma all’Istituto d’Arte Silvio D’Amico di Roma - è qualificato Restauratore di Beni Culturali e si occupa della conservazione di opere d’arte per mostre Nazionali e Internazionali. Cura costantemente progetti, consulenze, per la manutenzione e la conservazione e restauro di Beni Culturali, in Italia e all’estero, sia per Enti Pubblici che privati e collabora con alcune Università. Nel 2012 al Campidoglio, è stato insignito dell’onorificenza, “Premio Personalità Europea dell’Anno”, dal Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo. Presenta Convegni e ha pubblicato diversi suoi lavori in volumi scientifici d’arte. Scrive e realizza video per i Social Network sui temi: arte, ambiente e umanità. Già Consulente di Governo per la Struttura di Missione degli Anniversari Nazionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nomina da conservatore-restauratore: del Centro Europeo Cultura Turismo e Spettacolo, Roma; del Comitato Scientifico del MUGA - Museo Garibaldino di Mentana e del MUCAM - Museo Civico Archeologico di Mentana e dell'Agro Nomentano.





























