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Il suono di una caduta, di Mascha Schilinski

Il suono di una caduta, di Mascha Schilinski (2025)

#lascenapiùbella: quando Angelika, l’adolescente negli anni ’80, si mette in posa per fare la foto di gruppo.

Per la scelta di utilizzare lo stesso luogo, una fattoria, attraverso il tempo, per raccontare storie diverse, mi ha ricordato molto da vicino Here. Anche per la stessa noia provata durante la proiezione, allora come questa volta.

Sì, tante buone intenzioni, tra cui quella di parlare della questione femminile in epoche ancora fortemente impiantante sul patriarcato, ma alla fine, non solo non si capisce niente, ma si fatica pure a seguire gli intrecci, le storie, le situazioni, i personaggi. Spero che sia stata una scelta consapevole, quella di far rotolare una storia dentro l’altra, in modo confuso, sfilacciato, senza uno stacco netto, con un continuo andirivieni temporale, perché il risultato è veramente pessimo.

Se a tutto ciò si aggiunge anche il fatto che tanti momenti non hanno un senso, una spiegazione, una logica, all’interno dell’intera architettura narrativa (vedi, ad esempio, la foto di gruppo, sul divano di casa, in bianco e nero, realizzata durante il periodo della guerra: la bimba, che appare come un ectoplasma, è quindi realmente morta oppure l’evanescenza è dovuta alla lunga esposizione e, quindi, al movimento?), il non senso è totale.

Ovvio che il momento più toccante è proprio “il suono di una caduta”, che vuol indicare anche il momento di consapevolezza della mancanza di una via d’uscita, di un’alternativa, di un sistema sociale diverso, ma è collocato in un momento talmente più ampio, che diventa quasi impercettibile.

Vabbeh, noioso. E pure parecchio.

Non mi è piaciuto. 

Sul Film: QUI

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Il suono di una caduta, di Mascha Schilinski
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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