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Un inverno in Corea, di Koya Kamura

di Daniela Trincia

Un inverno in Corea, di Koya Kamura (2025)

#lascenapiùbella: quando Soo-Ha e la madre stanno alle terme.

Nella piccola città di Sokcho tutto sembra fermo, nonostante tutto corra velocemente. Ancora legata a certe tradizioni e attività (la pesca, la carta), con architetture minuscole con le note porte scorrevoli in legno, e intrigo di viuzze. Ad essa si contrappone la parte moderna, fatta di luci, grattacieli, grandi viali, e nuove attività (il turismo, che sembra essere l’unica possibilità di lavoro).

Queste due anime diverse, rimarcate anche dai due musei che Soo-Ha e Yan Kerrand visitano (il Museo delle tradizioni e il Museo di Arte Contemporanea), sembrano trovare un (triste) punto di incontro nella visita al museo della Zona Demilitarizzata coreana (DMZ), proprio in quell’area che, invece, è il segno tangibile della divisione.

Separazione non solo del territorio, ma, anche, della cittadina stessa di Sokcho che, dopo il conflitto interno con la conseguente suddivisione nelle due Coree, da quella del Nord passò a quella del Sud. Passaggio di certo non indolore perché comportò la disgregazione di intere famiglie che tuttora sperano di ricongiungersi.

Anime opposte interpretate anche dai due protagonisti, coreana lei, francese lui; giovane lei, maturo lui; alla ricerca delle sue radici e del suo essere lei, molto centrato e piantato lui.

In tutto questo, un’esistenza costruita sulla romantica versione della figura paterna fornita dalla madre e che, brutalmente, si rivelerà costruita sulle menzogne buone. Soo-Ha che rincorre Yan, dapprima affascinata e poi realmente innamorata. Yan che fugge da Yan, perché consapevole dei tanti limiti e degli errati presupposti che un simile legame sentimentale potrebbe avere.

Bello.

 

 

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Un inverno in Corea, di Koya Kamura. Poster

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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