C’è un piccolo scarto nella mostra Mirrored Fiction da Gagosian Gallery Roma. Anziché allestire una collettiva, in cui esporre tout court gli artisti della scuderia Gagosian di sicuro richiamo, è stato compiuto un vero e proprio lavoro curatoriale. Un progetto che ha ragionato su un esiguo numero di lavori, individuando, tra loro, un filo rosso che li lega e li collega, superando il semplicistico accostamento.
Il tutto, con un allestimento equilibrato, pulito, minimale. Miscela, questa, che non lascia il visitatore indifferente e impassibile. Indubbiamente, lo zoccolo duro intorno al quale ruota tutta la macchina espositiva, è il gruppo dei lavori di Duane Hanson (1925-1996).
Solo tre lavori. Ma che, come tutti i lavori dello statunitense, condensano infiniti risvolti. Sociali e, anzitutto, politici, oltre che, ça va sans dire, culturali e artistici. Tre opere che, già da sole, riescono a rendere denso e saturo tutto lo spazio che le accoglie.

Perché ognuna porta con sé tutta la storia di quella figura, tutto l’universo che ruota intorno ad essa, tutto il prima e il dopo di quel momento in cui è cristallizzata. Perché ogni scultura di Duane Hanson è una sineddoche, uno squarcio, un potente spotlight sull’indistinta varietà umana. E, al contempo, è la trascrizione di una società statunitense rassegnata, stratificata in fondati stereotipi.
Uno spaccato che, ovviamente, riflette tutto il cosiddetto mondo occidentale. Un racconto, quello di Duane Hanson, che affonda le radici in Honoré Daumier, Jean-François Millet, Van Gogh; cha passa attraverso Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jasper Johns e, soprattutto, George Segal; che ispira profondamente Ron Mueck e che ha trovato un degno epigono in Martin Parr; ed è la forma plastica di Edward Hopper.
Sì, conosciamo tutti le categorie (asfissianti) dentro le quali è stato inserito, a cominciare da quella di iperrealista, e gli “slogan” utilizzati a vario titolo per raccontarlo e identificarlo, tra i quali svetta “vero più del vero”. Per questo, un ulteriore apprezzamento è avanzato anche al titolo stesso dell’esposizione che, pacatamente, oltre a giocare sui doppi significati, punta l’attenzione sull’essenzialità della mostra (e, in fin dei conti, anche dell’arte): la finzione.
Dagli scioccanti primi lavori in resina degli anni 60, come Abortion (1966), Accident (1967), Race Riot (1969-1971) e War (1969), con i quali ha tradotto le ansie di quegli anni della società statunitense, Duane Hanson, passando al bronzo, ha iniziato a concentrarsi sempre più sulla figura individuale, la common people, la gente comune, ordinaria, riconoscibile in qualsiasi latitudine: dalla casalinga al poliziotto; dal turista al lavavetri, all’operaio, alla cameriera, al venditore di auto. Tutti a grandezza naturale. Ciò lo rende incredibilmente attuale e universale, e di grande impatto emotivo.
Perché egli stesso ha affermato:
«non sto duplicando la vita, sto facendo una dichiarazione sui valori umani. Il mio lavoro si occupa di persone che conducono vite di silenziosa disperazione. Mostro la vacuità, la stanchezza, l’invecchiamento, la frustrazione».
Non a caso, Renato Barilli attesta che:
«Duane mi ricorda Kerouac, che certo non si è espresso col mezzo plastico ma con la lingua, portandola però a dichiarare che perfino in una scatola di fagioli ci può essere Dio».
Così, il ceto medio-basso si vede rappresentato e considerato; mentre la borghesia ha la conferma della sua visione snob del popolo, della massa indistinta, neutra e omologata.
Come detto, tre soli lavori: Old Lady in Folding Chair (1976), Bodybuilder (1989-90) e Window Washer (1984). Tutti cristallizzati in quel momento di alienazione, mista alla rassegnazione, quasi di riflessione sul senso della propria vita, con uno sguardo malinconico e perso nel vuoto.
La Vecchia, con i suoi capelli bianchi fermati da mollettine nere, le mani rugose con macchie e un angolo della sottoveste che sbuca dal vestito, e l’immancabile borsetta al suo fianco, sembra ripiegata sulla propria vecchiezza; lo Sportivo, con i muscoli che scoppiano e un corpo perfettamente glabro, sul senso del proprio sport; il Lavavetri, di colore, con la sua immancabile camicia a quadri e bermuda e lo stomaco prominente, sul significato e senso del proprio lavoro.
E il corto circuito scatta con l’accostamento dei lavori degli altri artisti selezionati.
Al fianco della Vecchia è posta una pila di poster di Felix Gonzalez-Torres, sui quali è stampata la parola Beatiful (realizzata in collaborazione con Louise Lawler, 1994). Il Culturista si riflette sulla lastra specchiante di Donckey (1999) di Jeff Koons. Mentre Politk II (2020) di Andreas Gursky e Hand Pair (1996) di Bruce Nauman fanno da contraltare al Lavavetri.
Con questa manciata di opere siamo così chiamati a riflettere sulla vacuità dell’esistenza, sulla caducità della vita, sullo scorrere del tempo, sulle ricadute sociali delle scelte politiche, sul valore assoluto del lavoro, compreso quello considerato tra i più umili, con tutta la sua valenza manuale e artigianale; sulla manipolazione dei corpi; sulla rassegnazione; sulla solitudine; sull’universalità della bellezza, anche sfiorita.
Info mostra
- Mirrored Fiction
- fino all’11 aprile 2026
- Gagosian Gallery Rome – Via Francesco Crispi 16
- Orari: dal martedì al sabato h 10:00 – 18:30
- Contatti: +39 06 4208 6498
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.
















