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Il cielo accanto: arte pubblica e progetto urbano. Intervista a Pietro Gaglianò curatore e a Vittorio Corsini artista

di Daniela Trincia

“Peccioli? Peccioli? Peccioli?“. Quando un nome frulla per la testa. Lo conosci, sai di conoscerlo, ma non focalizzi il perché. E poi, bam!, la lampadina si accende.

Da più di vent’anni Peccioli (Pisa) occupa le pagine dei quotidiani per la sua virtuosa efficienza. È dalla fine degli anni Novanta che investe sulla raccolta differenziata e sui rifiuti. Diventato modello per molti, ha varcato addirittura i confini italiani, raggiungendo quelli statunitensi.

Ricordo un articolo, di qualche anno fa, pubblicato su “Il Venerdì di La Repubblica” che, con una foto su doppia pagina, mostrava la discarica di Peccioli, col ritratto del sindaco di allora pieno di soddisfazione per il buon lavoro svolto nel Comune, da molti acclamato come “il miracolo di Peccioli”.

E quel miracolo, il “ridente paesino” – come avrebbero scritto nelle guide turistiche fine anni Sessanta – di circa cinquemila anime, in provincia di Pisa, lo rinnova di continuo, avendo tesaurizzato le proprie ricchezze.

Pure attraverso un’amministrazione illuminata, ha messo a profitto molte delle proprie risorse, investite sul territorio, trasformando, così, la cittadina, in un potente polo attrattivo.

immagine per Arte pubblica, Pietro Gaglianò e Vittorio Corsini
“Lo sguardo di Peccioli”

Tra i borghi antichi meglio conservati, con l’originale campanile di Luigi Bellincioni della Pieve di San Verano, gli è stata conferita la Bandiera Arancione, che premia i paesi dell’entroterra per la qualità dell’ospitalità.

Festival (consolidato è quello de Le 11 Lune), teatro, arte (non dimentichiamo che Benozzo Gozzoli realizzò qui un tabernacolo campestre; mentre nel territorio artisti come Umberto Cavenago, Fortunyn/O’Brien e Alberto Garutti hanno installato le loro opere), sport (come la Coppa Sabatini), archeologia (il museo etrusco provvisorio che si pone tra gli itinerari archeologici tra Pisa e Volterra), astronomia (l’osservatorio astronomico), intrattenimento (col Parco Preistorico), sono i settori in cui maggiormente capitalizza i proventi.

Massimo Ghini, Andrea Camilleri, Panariello, Alvaro Soler, sono alcuni dei nomi passati per il teatro e l’anfiteatro di Peccioli, ad attestare la frizzante vitalità del piccolo centro toscano. Seppure con un andamento sinuoso, l’interesse per l’arte contemporanea da parte dell’amministrazione locale è stato pressoché costante.

A ribadirlo è il nuovo progetto di arte pubblica recentemente inaugurato (7 ottobre 2017), che ha visto coinvolti l’artista Vittorio Corsini e il curatore Pietro Gaglianò.

Vittorio Corsini, già invitato nel passato, è stato di nuovo ospitato per la sua costante ricerca sul concetto di arte pubblica, tradotta in una pratica artistica che si concretizza nell’osservazione delle relazioni, delle abitudini, della memoria collettiva, della quotidianità di una comunità, ogni volta espressa in forme diverse attraverso le quali sottolinea e suggerisce nuove pratiche e nuove modalità di relazione.

A entrambi abbiamo chiesto di parlarci del progetto e delle opere.

Intervista a Pietro Gaglianò:

Iniziamo con la classica domanda: perché questo progetto?

Pietro Gaglianò: il progetto è nato dall’invito espresso dell’attuale sindaco Renzo Macelloni a Vittorio Corsini. Prima è necessario inquadrare Peccioli, perché è un luogo fuori dal panorama dei comuni italiani già a partire dagli anni Novanta, allorquando, lo stesso sindaco di ora, attivò una serie di forme di intervento nello spazio pubblico e Vittorio Corsini realizzò, anche allora, delle operazioni in questo luogo.

Sul territorio sono disseminate opere di artisti internazionali, come Hidetoshi Nagasawa, per dirne uno; Marco Scotini ha addirittura pubblicato un libro sull’arte contemporanea a Peccioli; Alberto Garruti, nel 1997, ha realizzato “Quest’opera è dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono, 17 luglio 1997” nel teatro di Peccioli, avvertito dalla collettività come luogo di incontro e di aggregazione.

Quindi c’è questo background da tenere ben presente. Ovviamente tutto ciò richiede dei capitali. In questo caso, sono prodotti dall’esistenza di una discarica e dall’indotto ad essa correlata.

La presenza di un sindaco molto illuminato, con passione e, soprattutto, l’intuizione che l’arte è uno strumento di innovazione e produzione di ricchezza per il territorio, che ha avviato un processo di innovazione, sia dell’amministrazione che della cultura sociale. Tanto che all’ingresso del paese, in una rotatoria, c’è una targa che riporta “Città dell’arte contemporanea”.

Quindi l’arte è un elemento forte dell’identità locale, strumento e motore della ricchezza del territorio, che crea aggregazione sociale. Così, Vittorio Corsini, è stato convocato a tornare a Peccioli, con progetti pensati espressamente per lo spazio pubblico.

Perciò nasce dalla percezione dell’arte contemporanea come uno strumento di “arricchimento”?

Esattamente. Nasce dalla visione dell’arte come arricchimento sociale, culturale e economico, del territorio.

Come sei arrivato alla curatela di questo progetto?

Sono giunto nel migliore dei modi: l’artista ha chiamato direttamente me.

Noi avevamo lavorato insieme solo per la mostra collettiva all’Ex Fabbrica Lucchesi del Centro Pecci “La Torre di Babele” nel 2016. È subito nata una certa empatia, anche perché Vittorio Corsini ha una sensibilità politica molto raffinata, forte e strutturata, che si esprime in azioni e in forme sempre molto nobili.

E nel suo keyboard il concetto più importante è quello dell’abitare: una città, uno spazio pubblico, il mondo, come cittadino del mondo. Perciò è inevitabile che tutto ciò ci portasse a condividere dei punti di vista, delle prospettive.

Quindi, mi ha invitato quando l’iniziativa era in corso d’opera a condividere con lui tale pezzo di strada. Abbiamo così lavorato a questo progetto e al catalogo, che sarà edito il prossimo anno, e riguarderà tutti gli interventi realizzati nel tempo.

Perché è stato invitato Vittorio Corsini?

L’ha scelto il sindaco che ha dato avvio alla programmazione artistica.

Essendo stati già realizzati in passato altri interventi, quest’edizione non può essere intesa come edizione “zero”, e si pensa perciò di continuare?

Sì, sono previsti nei prossimi mesi ulteriori interventi.

È stata già stabilita una cadenza? 

No, sono senza un termine, perché sono opere realizzate per il territorio e sul territorio. Quindi non è stata pensata una calendarizzazione, bensì stati considerati solo i tempi di realizzazione e la presentazione dell’opera a fine lavori.

Qual è il fine del paese?

La rivalutazione del territorio, anche attraverso l’arte. Per esempio: per Lo sguardo di Peccioli, gli occhi sono quelli degli abitanti che si sono prestati per questo lavoro. Quindi, sul grande muro che dà sulla vallata, ci sono i cittadini con il loro sguardo rivolto verso il paesaggio, come a dire “questo territorio ci appartiene”. È cioè un rilancio del territorio, non solo verso l’esterno, non solo verso il turismo esperto esterno, ma anche verso l’interno che comprende la collettività nel suo insieme. Ecco, è questa la parola chiave dell’intero progetto: rilancio.

Sono state fornite delle linee guida o all’artista è stata lasciata completa libertà?

A Vittorio sono state suggerite e indicate solo delle location. Alcune delle quali si sono rivelate molto critiche, come il muro dove è stato realizzato appunto Lo sguardo di Peccioli. Però Vittorio si è mosso in assoluta libertà e ha avanzato poi le sue proposte.

Come ha lavorato l’artista?

Vittorio, oltre a essere originario di Cecina, ha abitato per anni nella zona. Conosce perfettamente il territorio, le abitudini, la cultura sociale di Peccioli. Il suo intervento, pertanto, non è un’imposizione dall’alto né finta arte relazionale. È un segno di artista nello spazio pubblico, ma non di intrattenimento. Perché Vittorio è libero dalle retoriche, rivendica l’autonomia del suo segno di artista e non vuole imporre i suoi immaginari. Non è didascalico né pedagogico.

Come ha reagito il paese?

L’intero paese ha seguito il procedere dei lavori e ha partecipato al momento inaugurale. Durante l’inaugurazione, senza alcuna precedente organizzazione, spontaneamente si è creato un tour guidato simile processione e Vittorio ha direttamente raccontato i lavori. Comunque, quella di Peccioli, è una comunità abituata a convivere con questi segni, è una specie di orgoglio. Per quello che ho potuto leggere io, c’è stata un’accoglienza positiva, di effettiva comprensione di quello che stava accadendo.

E come si è svolta la tua attività curatoriale?

È stata legata all’attività di Vittorio.

Con questo progetto ti sei prefissato un fine? E nel caso quale?

È completamente coerente con la sperimentazione dei formati dell’arte, della pedagogia, del contatto con il pubblico, in condizioni non convenzionali. Non come intrattenimento bensì come luogo di incontro e di crisi: tutto ciò è presente nella sua poetica. È stato un onore per me collaborare con lui. E il progetto si inserisce, in modo naturale, nella ricerca che porto avanti.

Una cosa che non sta scritta che hai piacere di condividere.

Una cosa molto bella che non è evidente è “Il cielo accanto”, con orizzonti rovesciati, si avvicina in qualche modo al linguaggio pubblicitario, ma la cosa forte è che il lavoro si mimetizza col mondo circostante: vedi che non è una pubblicità ma è arte e la sorpresa è ancora più grande.

Intervista a Vittorio Corsini:

Con Pietro Gaglianò è stato delineato il progetto in generale, con te mi piacerebbe approfondire l’intervento che hai realizzato a Peccioli, che tu hai pensato di realizzare suddiviso in quattro sezioni.

Sì, a Peccioli ho realizzato quattro opere diverse, ma che hanno un filo conduttore, dato dalla mia ricerca sotterranea. Prendono in considerazione quattro momenti diversi, come quattro stazioni, e si vanno a inserire in quattro differenti spazi all’interno del paese: uno su un vecchio muro, un’altra all’ingresso del centro polivalente, una in una chiesa del 700 e l’ultima in uno degli ingressi quando si arriva al paese.

Che intendi per filo conduttore della tua ricerca?

Per quanto riguarda la mia ricerca, mi ha sempre interessato l’arte pubblica, cosa sia oggi e quello che ogni volta ho cercato di fare. Il nucleo è l’abbassamento dello sguardo, riuscire a portarlo da alto al basso. Che è il movimento dell’orizzonte, dove l’orizzonte si definisce per questa linea che delinea l’alto e il basso, e farla diventare il nostro sguardo. La linea di orizzonte che si svolge intorno a noi, a 360°, non più come divisione alto/basso, terreno/divino, materia/spirituale, ma semplicemente chi mi sta intorno, cosa fa, e quindi le condivisioni, e quindi i rapporti, e quindi le interazioni.

Tu hai già collaborato e realizzato altre opere a Peccioli negli anni Novanta, giusto?

Sì, agli inizi degli anni Novanta, perché la prima è del ’92. Il primo nucleo acquisito da Peccioli, cui in seguito si sono aggiunte altre acquisizioni, era costituito da tre opere: la mia, di Messina e di Nagasawa. Sono seguiti circa dieci anni di black out e ora sono ripresi questi interventi di arte pubblica.

Quindi ci saranno altri momenti?

Sì, ci saranno altri interventi, un’altra serie di progetti. Nel frattempo ci saranno altre azioni, come l’acquisizione di un lavoro di Tremlett e poi un altro di Nagasawa. Per quanto riguarda me, ho già Iniziato il nuovo lavoro, che sarà pronto primavera prossima, di cui non anticipo nulla, solamente che prevede sei stazioni ma che è pensato come un unico grande lavoro.

Ritornare a Peccioli cosa ha significato?

Ha voluto dire riprendere un discorso. Quella di Peccioli è stata la mia seconda opera pubblica, in cui avevo cominciato a sviluppare un discorso su cosa è opera pubblica oggi, che è superamento del monumento, e ritrovarlo in una forma più allargata, dialogante, e avendo realizzato quattro opere, ciò mi ha dato la possibilità di svilupparlo a piene a mani.

Per te cosa deve essere l’arte pubblica?

L’arte pubblica è quella cosa che non vai a cercare ma la trovi per la strada.

Molto spesso, l’arte pubblica si traduce in una sorta di imposizione dall’alto …

E quella non è arte pubblica. Perché arte pubblica è quella che incontri mentre parcheggi, mentre vai a fare la spesa, al bar. Non è quella del museo, del collezionista, che vai a incontrare e per la quale hai una predisposizione d’animo e ti aspetti qualcosa.

L’arte pubblica è là, in mezzo alla strada, a un crocevia, dove capita, ed è lì che deve riuscire a funzionare, a parlare, ad essere in qualche modo attiva. Ha sempre a che fare con un luogo e non è spostabile, come una scultura che puoi muovere; ha a che fare con luogo preciso, una comunità, delle persone, di una geografia; si radica in un luogo e lo identifica, gli dà una parola, una voce.

Molto spesso gli artisti si recano in un luogo, svolgono una residenza e realizzano la loro opera che la intendono come arte pubblica. Anche tu hai fatto così?

Per me è proprio riuscire ad attivare qualcosa in quel luogo. Per capirlo bisogna andare sulla specificità e ogni volta è qualcosa di diverso: non ho una modalità che ogni volta ri-attuo, che sia Peccioli, Milano, Roma o Amsterdam, non è quello che mi interessa, perché a quel punto attuo un format, una modalità di intervento. Generalmente sono molto semplice, cerco di azzerare i miei pensieri, essere lì e capire cosa accade da quelle parti ogni volta. Anche se ho delle opere che sono delle opere che sono format che sono ancora pubbliche come ad esempio i tappeti di segatura, e lì si ripete sempre la stessa cosa, non è permanente, ed è pubblica: si ripete sempre la stessa cosa, è momentanea, non è permanente che per me ha un’altra grammatica.

Come ti muovi, qual è il tuo approccio? Ti rechi nel luogo e dopo di che …?

Mi relaziono letteralmente con questa situazione, ma ciò non mi garantisce un’opera, non ho un’opera in mano, non ho niente. Ho bisogno di trovare, non solo l’argomento, ma anche il modo in cui questo esce fuori, che abbia un respiro che vada oltre quella parentesi in cui io sono stato lì.

Ciò è fondamentale per l’opera: non può durare qualche giorno, o qualche anno, ma deve durare nel tempo. E secondo me è ciò che attualmente manca all’interno nelle comunità: di ritrovarsi in qualcosa in cui ci si riconosca, non solo un punto di approdo, ma è un inizio.

Ecco, questo è un altro elemento importante del mio lavoro: ogni lavoro non è la fine di un percorso: vado, guardo le cose, definisco delle situazioni e questo è il punto di arrivo di una mia ricerca su quel determinato luogo, ma non può essere l’opera, perché quello è il mio argomento, il mio materiale, l’opera nasce dopo, perché l’opera deve essere l’inizio di qualcosa.

Quindi tu attivi il percorso? L’opera materialmente si conclude con la realizzazione …

L’opera inizia quando io la concludo, perché iniziano gli sguardi, l’interazione con essa. Non può essere un percorso di acquisizione di dati, perché altrimenti finisce il lavoro.

Il tuo intervento ha previsto appunto la realizzazione di quattro opere con modalità completamente diverse. Per la loro realizzazione, non avevi delle determinate coordinate, quindi tu come ti sei mosso?

Mi sono mosso in completa libertà. Le coordinate erano esclusivamente quelle date dei luoghi e, alcune, sono nate casualmente mentre ero lì e ho sentito parlare di alcune cose. Casualmente come per la Chiesa, per la quale ho presentato il progetto per enfatizzarne la dignità.

Però, la cosa curiosa è stata che, non avendone fatto una speculazione intellettuale di legarli uno all’altro, alla fine mi sono reso conto che invece sono profondamente legati.

Le opere le hai pensate inserite in un preciso percorso, hanno la necessità di un itinerario prestabilito?

No, assolutamente no. Non hanno bisogno di un itinerario preciso, sono totalmente indipendenti l’uno dall’altro. C’è, nel caso, un percorso di difficoltà. Perché, per esempio, “Lo sguardo di Peccioli” è un’opera molto più immediata, perché prende in considerazione gli abitanti, li tira dentro e li fa diventare un’opera.

È posta in un sito particolare dove c’è la possibilità di uno sguardo su una vallata. Sono stampati in formati diversi ma l’acquisizione dell’immagine doveva essere molto precisa. Sono stampate su compensato marino perché volevo che in qualche modo si per mimetizzassero su questo grande muro di oltre 35 metri che non fosse staccato dal contesto ma al suo interno.

Nel vedere le immagini dei tuoi interventi ho avuto la forte sensazione che non riescono a riprodurre a pieno le opere, perché ho profondamente percepito che per averne la piena conoscenza, esse debbano essere esperite, perché altrimenti si perdono quelle connessioni. È così?

Sì, perché le mie opere non sono fatte per essere fotografate ma esperite.

Come ne “Il cielo accanto”, io non riesco a vedere tutto quello che vi è intorno, dove finisce …

È un pannello di circa 18 m te lo trovi di fronte quando arrivi nel paese. Arrivando, dove abitualmente ci sarebbe una pubblicità, ma c’è “Il cielo accanto”. Sono immagini del cielo, dal chiaro allo scuro, prese e ribaltate: sono tre pezzi in cui l’andamento non è in senso verticale, ma orizzontale. Ed è spiazzante sia di giorno che di notte, perché è un pannello retroilluminato con luce che va verso il nero.

Quindi tu hai immortalato questi cieli …

No, sono totalmente inventati. Non volevo che fossero realistici ma del tutto costruiti.

Mentre in “Azzurro” il tuo intervento ha previsto l’illuminazione della croce del campanile e, di notte, una proiezione tra gli archi del portico.

Di giorno si vede solo chiesa. L’idea è stata: abbiamo una chiesa del ‘700, con una proliferazione di segni. Che cos’è una chiesa? È questo il punto: dove va? come è stata vissuta?

È un luogo corale, dove la gente si è ritrovata e continua a ritrovarsi, è corale come luogo di appuntamento in quella piazza, in cui le persone si incontrano.

Allora ho pensato di realizzare una sorta di “via crucis”, e quindi una narrazione (la religione è in fondo una straordinaria narrazione fatta per un prima e un dopo, un prima di noi e un dopo di noi dove, da dove veniamo e dove andiamo, che ci ha coinvolto, indipendentemente dalla fede) visibile tutta dall’esterno, nel loggiato.

Una narrazione apparentemente di stampo naturalistico, attraverso delle proiezioni di dimensioni contenute, che sembrano incise sul muro: c’è un albero spoglio, che si riempie di fronde, poi dei frutti. Continua poi sull’altro lato in cui l’albero non perde le foglie ma il tronco. E queste fronde si aprono e diventano la scritta azzurro.

Un percorso non ciclico, ma letterario. Poi sulla facciata c’è una finestra sulla quale è proiettato uno spicchio di luna che è in attesa di quella vera. Poi la croce in alto sul campanile con la luce modulare.

Hai sentito il posto e poi, in base alla sensazione e ai racconti, hai dato vita a questi lavori. Quindi come ti sei rapportato, che tipo di scambio c’è stato con la comunità?

La comunità mi conosce. Mentre ero lì mi facevano domande, “come possiamo fare? cosa dobbiamo fare?” soprattutto per il lavoro degli occhi, per la quale ho lavorato con la comunità. Mentre con il lavoro della Chiesa, ho riportato come quest’architettura è vissuta.

A seconda dell’opera, c’è stata quindi un’interazione diversa. Con quella degli occhi è stata diretta e personale, perché andavi a ritrarre i loro occhi. Mentre, con quella della chiesa, c’è stata un’operazione inversa, perché tu hai riportato l’importanza che quel luogo ha all’interno della comunità …

Esattamente. La comunità non poteva darmi delle risposte. Per me era importante come quella piazza venisse vissuta, con questi appuntamenti, con questa coralità.

Come ha reagito la comunità? Ha capito, ha apprezzato?

Ad esempio, in “Light mood”, l’opera realizzata nel centro polivalente, che lavora con i social, quindi interagisce, interpretando quello che viene scritto su twitter dandogli un valore emozionale, quindi variando il colore a seconda degli umori, con un movimento dal piccolo al grande, per cercare di capire cosa succede.

Prima dell’inaugurazione nessuno sapeva come funzionava, e poi tutti interessati perché capiscono cosa succedono in Italia e si vede passando

Il piccolo centro connesso con tutto il Paese? Collegandolo con il mondo?

Esattamente: sentono tutte le voci del mondo.

Una cosa che ti ha reso felice?

Oggi sono rientrato in studio, dopo diversi giorni di lontananza.

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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