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Marina Paris. Storie Incompiute e le architetture di Mario Moretti

di Daniela Trincia

Come nel 2003, la Fondazione Volume! aveva completamente trasfigurato lo spazio, portando, con l’installazione ambientaleParco, un fuori nel dentro, anche con Storie Incompiute, Marina Paris ha radicalmente trasformato quello della Galleria Gilda Lavia di Roma.

Mentre lì, a dominare, era la luce, qui, a sovrastare, è il buio. Come il lungo naso di Pinocchio, nell’azione performativa del ciclo L3 del 2002, compresso nell’angusto ambiente, tentava di sfondare la parete di vetro, qui le tenebre sono squarciate da fasci di luce dai quali si affacciano muti elementi architettonici.

Marina Paris (Sassoferrato, 1965) prosegue il suo viaggio nelle architetture. O meglio: nello spazio. O meglio ancora: negli spazi creati dagli involucri architettonici.

E ben poche mostre, pur ponendola come tema centrale, maneggiano e manipolano, in maniera così netta e profonda, la materia spazio. Riuscendo così a travalicare l’oggetto esposto e la sua presentazione. Perché, sintetizzando in modo drastico, si può dire che è una mostra sull’architettura, rappresentata attraverso il linguaggio stesso dell’architettura: costruisce uno spazio annullando del tutto quello reale e fisico della galleria.

Nonostante l’intero impianto abbia uno sviluppo a due dimensioni, l’intera grammatica è quella tridimensionale.

Ben oltre l’oggetto esposto, perché, se da un lato le gigantografie, come un trompe-l’oeil, ampliano e moltiplicano la grandezza della sala espositiva, le fotografie incorniciate di medio formato, che si vanno a sovrapporre ad esse, sembrano lanciare un’ancora temporale e spaziale: ci fermano qui e adesso.

Quello stesso espediente tecnico del trompe-l’oeil, straordinariamente utilizzato nelle destabilizzanti installazioni 62più3 (2013), approntate nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma: nella luce di tre porte, ricreate riproducendo fedelmente le tipologie degli stipiti di quelle presenti nella Galleria, Marina Paris ha introdotto vedute fotografiche di ambienti storici romani, che modificavano non solo la percezione dello spazio, ma creavano un estraniante corto circuito, dato che il panorama visibile non era quello realmente appartenente alle sale, pur essendo uno squarcio architettonico reale.

Dunque, attraverso un assetto molto teatrale, in Storie Incompiute (ispirato al romanzo Il monte Analogo di René Daumal, pubblicato postumo e non completo per l’improvvisa morte dell’autore) Marina Paris, oltre alla sua riflessione sullo spazio come luogo creato e abitato dall’uomo, attraverso il quale indagarne l’esistenza, enuclea due ulteriori questioni: l’incompiuto e l’omaggio.

Tema che, da sempre, attraversa la storia dell’arte, il non realizzato preso in esame dall’artista è quello di alcuni progetti dell’architetto Luigi Moretti (1907-1973); l’omaggio è quello, per l’appunto, a un architetto proiettato verso una progettualità che avvertiva la struttura come forma, la cui centralità è proprio lo spazio.

Come nel teatro, tutto è rappresentazione verosimile della realtà e completamente realmente finto, così le gigantografie realizzate da Marina Paris sono realmente finte architetture.

Più precisamente: progetti rimasti nella fase embrionale che, dalla carta, erano passati alla immediata successiva fase della trasposizione tridimensionale mediante la fedele realizzazione di maquette.

Sono questi modelli di architetti operanti tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del secolo scorso, conservati nell’Archivio di Stato di Roma, che, dal 2019, Marina Paris pone al centro dei propri scatti fotografici, a metà tra documentazione e idealizzazione di qualcosa che avrebbe potuto essere ma non è stato, qualcosa che non è vero, ma reale.

Nello specifico si è soffermata, con lo stesso occhio di un ricercatore col microscopio, al progetto dell’ampliamento dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma (1955), poi non realizzato.

Apparentemente, con lo stesso inganno ottico operato da Thomas Demand, Marina Paris rende vivo e reale quanto materialmente esistente, trasmettendo l’illusione di trovarsi di fronte alla reale concretizzazione architettonica del progetto di Luigi Moretti, facendo compiere al visitatore, anche attraverso un sottofondo sonoro – sempre ideato dall’artista – una sorta di “viaggio al centro della Terra”. Per meglio dire: dello Spazio.

Info mostra: Marina Paris | Storie Incompiute

  • A cura di Valentina Ciarallo
  • fino al 21 settembre 2024
  • Roma, Gilda Lavia, Via dei Reti 29/C,  00185 Roma
  • Contatti te.: +39 06 5803788
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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