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A cena con il dittatore, di Manuel Gómez Pareira

di Daniela Trincia

A cena con il dittatore, di Manuel Gómez Pareira (2025)

#lascenapiùbella: quando il maggiordomo (è sempre il maggiordomo – anche se in realtà è un maître) ferma il violento falangista.

Anche in pellicole come queste, con una narrazione scanzonata e ironica, tornano quelle situazioni che sono comuni a tutte le dittature: la completa e totale sordità e cecità dei dittatori rispetto alla reale situazione del paese che comandano.

In una situazione di fame, di penuria di tutto, della borsa nera, lui che fa? Vuole una cena. E dove? In uno degli alberghi che, prima della sanguinosa guerra civile, era uno dei più prestigiosi ma che era stato trasformato in ospedale, e, ovviamente, lui se ne sbatte che in quella struttura siano ricoverate persone gravemente ferite nei combattimenti.

E cosa vuole mangiare? La zuppa del quarto d’ora che, tra gli ingredienti, prevede le vongole: in un paese ridotto alla fame, il dittatore vuole le vongole, con lo stesso piglio di un bambino di tre anni.

I colori caldi, l’ambientazione d’antan, avvolgono, nonostante davanti agli occhi si stia svolgendo un dramma, raccontato con tutti i toni della commedia. E si alternano così momenti cupi (vedi quando il falangista non esita a sbarazzarsi del cuoco che si rifiuta di cucinare), a momenti esilaranti (vedi la rocambolesca fuga). Prestando particolare attenzione alla descrizione di alcuni vizi umani, come l’opportunismo e il cinismo che, nei momenti estremi, diventano parossistici.

Ça va sans dire che il titolo originale è ben diverso.

Carino.

Sul Film: QUI

 

immagin per il film A cena con il dittatore, di Manuel Gómez Pareira
A cena con il dittatore, di Manuel Gómez Pareira

 

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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