Dopo i numerosi stop-and-go dovuti alla pandemia, con aperture e chiusure che si sono alternate e protratte dal 25 ottobre 2020 fino al 30 settembre 2021, la personale di H. H. Lim (Kedah – Malesia, 1954) al Chini Contemporary, ha definitivamente chiuso i battenti.
Nonostante il titolo, Percorso Circolare, in qualche modo evochi letteralmente il percorso obbligatorio da seguire, anche per le disposizioni legate al covid, la riflessione dell’artista ha ampiamente spaziato su diversi aspetti, in una allargata circolarità di pensiero, senza l’esclusione a riferimenti intimi e personali.
Come nel caso del lavoro Father e Mother, due tele 100×100 cm che fanno da quinta a una bizzarra valigia: quella “pesante” valigia (o ingombrante zavorra), che l’artista non ha potuto preparare (o abbandonare) per andare a trovare la sua famiglia in questi due lunghi anni di isolamento forzato.
Un ingombro e una pesantezza solo visiva, perché ciò che appare come un informe magma grigio, è leggero gesso. Sulla superficie, però, ha inciso dei numeri, che diventano dei codici; quei numeri e quei codici in cui molte persone sono state trasformate a causa della pandemia ma, anche in generale, dall’orizzontalità di visione e lettura dell’attualità, che confonde volti e corpi, in una massa indistinta di numeri.
L’esposizione appena chiusa, rientra nel programma che Chini Contemporary sta portando avanti nella Villa Pecori Giraldi di Borgo San Lorenzo (provincia di Firenze), un programma che tiene fede a quanto il sistema dell’arte dovrebbe fare: porre al suo centro l’artista e le sue opere, e far ruotare intorno a lui tutto il resto.
Quindi, Alessandro Cocchieri, curatore delle mostre del museo, nel 2019, ha dato avvio al progetto che vede un artista che invita un altro artista e così via. Gino Sabatini Odorardi, il primo ad essere coinvolto, e che ha dato corso all’idea del curatore, dopo la sua personale Incipit senza titolo (2019), ha invitato Donatella Spaziani. Donatella Spaziani, dopo Anatomie, ha invitato Felice Livini. Felice Livini, dopo Visioni e Geografie, ha invitato H.H. Lim. H.H. Lim, dopo Percorso Circolare, ha invitato Alberto Garruti.
Percorso Circolare è stata una mostra potente, con un gran numero di lavori, equamente distribuiti nelle diverse sale espositive, che ha richiesto all’artista un certo impegno, con l’ottimo risultato di una mostra che ben si distribuisce e si affida alle complicate sale del museo che, non dimentichiamolo, originariamente era l’abitazione privata dei Chini, rivali e prosecutori dei ben più famosi ceramisti della fabbrica Richard Ginori.
H. H. Lim ha riflettuto sulla parola 道 (Tao – la Via, il Sentiero), il termine che, nel pensiero cinese, è al sommo dei valori, uno dei principali concetti, che non ha eguali e nessun altro è al di sopra (per importanza e significato) di esso. Indica una potenza inesauribile, difficile da definire e altrettanto difficile da tradurre.
Tra le diverse sfumature di senso, è racchiuso anche il concetto di movimento. E cos’è che può esprimere il movimento? Per H. H. Lim è il viaggio. E intorno al concetto di viaggio, ha costruito il suo Percorso Circolare, individuando tutti quegli elementi che contraddistinguono tale spostamento; sostamenti, movimenti che, nel momento delle ampie limitazioni dovute alla pandemia, sono divenuti difficili, se non addirittura impossibili.
Tuttavia, sappiamo perfettamente che il viaggio può essere fisico ma anche mentale. E H. H. Lim, da sempre interessato al valore e al senso intrinsechi delle parole, ha lavorato esattamente su questo doppio livello di significato.
Tale duplicità si constata sin dalla prima sala. In un’installazione immersiva, che avvolge e circonda completamente lo spettatore, Lim ha completamente ricoperto le pareti con ventidue tele da 1mx1m, campite di colori e lettere che, attraverso il meccanismo del rebus, invita ogni visitatore a giocare per trovare la parola chiave: Let the Journey be the Destination.
Colori e linee che evocano il viaggio, stavolta ideale, che l’artista ha compiuto, immaginando di muoversi nelle terre del Mugello stabilendo, così, un invisibile legame con quegli artisti del passato che in quel territorio sono nati, da Giotto a Beato Angelico.
Al centro ha posto una delle sue note sedie, utile a contemplare quanto è intorno (dentro la sala/fuori dalle finestre), nella cui seduta in metallo, anziché uno dei suoi motti, c’è una indistinta linea, ad indicare il gesto, quello pittorico, che ha accompagnato la realizzazione delle tele.
Sedie che poi ha riproposto in numero di venticinque, delle più diverse fogge, a creare una sala di aspetto – di un ospedale (?), di un aeroporto (?)-, comunque di un luogo in cui si è in attesa di una qualsivoglia notizia, mentre la mente è attraversata anche da quei pensieri e quelle domande scolpite nelle sedute metalliche (BOH!; OGGI; WORDS; ORO; PAROLE; HOME; PUNTI DI VISTA; POLITICO e così via), con una valigia -stavolta reale, e non reinterpretata come nelle altre versioni disseminate nelle sale- incatenata e legata ad una gamba di una delle sedie.
Altri riferimenti alla sua sfera personale sono espressi in ON GOING, una grande tela di un acceso e lucido rosso su cui, con linee che si intersecano, ricostruisce le coordinate della piazza presso cui si trova la propria abitazione.
Peculiari di H. H. Lim sono anche i suoi aforismi, che ha “stampato” su una lastra di gesso (SEMBRATE NORMALI ANCHE DA VICINO), o su delicati fogli di carta (I BECAME WHAT I THINK ABOUT): a sottolineare il peso del pensiero nella costruzione culturale di ogni individuo e nello stesso tempo la precarietà di alcune convinzioni.
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.














