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The invite – Il piacere è tutto nostro, di Olivia Wilde

di Daniela Trincia

The invite – Il piacere è tutto nostro, di Olivia Wilde (2026)

#lascenapiùbella: quando Joe, nel suo studio, insieme a Pina, sulle note di By Your Side di Sade, inizia a spogliarsi.

Di universi racchiusi tutti dentro una stanza, ne abbiamo visti diversi, Carnage su tutti. Ovviamente la differenza, oltre alla bravura degli attori, la fa anche la storia. In questo caso, la storia, è veramente dura, finanche cinica, in alcuni momenti così sfacciata, da far star male.

Una sfacciataggine che vuol incrinare l’ipocrisia che si nasconde in molte relazioni e, ancor di più, quella che c’è dietro al sesso. All’incapacità di parlarne apertamente, di dire chiaramente i propri desideri, di compiere delle azioni e negarle, vergognandosene, qualora siano notate.

La tensione di una coppia giunta ormai al capolinea della propria relazione, è talmente tangibile, da farne sentire tutto il peso, tutto il rancore, tutto il nervosismo, aumentato dalla volontà di una facciata sociale falsa, in cui si vuol far vedere, al contrario, che tutto sia a posto. E le tantissime inquadrature dall’alto a campo medio amplificano questo senso di oppressione, soggezione.

È divertente, e anche interessante, come si siano voluti descrivere i diversi approcci agli argomenti sollevati nell’arco della serata, mostrandoli dal punto di vista femminile e maschile: della semplicità di quest’ultimo e, diversamente, del percorso, troppo spesso contorto, di quello femminile.

Di come, troppo spesso, di una vita diversa da quella che si era sempre sognata, si dia la responsabilità all’altra persona. Di come, invece di trovare soluzioni, si rimanga vittima della propria prigione che si è costruita nel tempo.

Non posso dire che sia un film memorabile, ma sicuramente è impegnativo e disturbante.

Sul Film: QUI

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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