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Passeggiando per i Padiglioni della 61a Biennale di Venezia

di Daniela Trincia

Siccome “tre indizi fanno una prova”, ormai non c’è più alcun dubbio che la tendenza della Biennale di Venezia, giunta quest’anno alla sua 61a edizione, sia quella di mascherare la nuova forma di colonialismo dietro il concetto di inclusione, dando visibilità a quelle culture e pratiche che frequentano in pochi. E non per mero altruismo, ma per aprire nuovi mercati e ingaggiare nuovi pubblici.
Così, i “superaddetti ai lavori” (ovviamente posizionati un gradino sopra ai semplici “addetti ai lavori”), con un piglio spesso altezzoso, apostrofano chi non apprezza né comprende certe forme e linguaggi artistici. Linguaggi solitamente realizzati da artisti apparentemente marginali, perché, leggendo le rispettive biografie, si scopre che marginali non lo sono, essendo alquanto introdotti nel tanto vituperato sistema dell’arte occidentale.

immagine per Passeggiando per i Padiglioni della 61a Biennale di Venezia. Courtesy LaBiennale
61a Biennale di Venezia. Courtesy LaBiennale

Atteggiamento brillantemente evidenziato da Roberto Ago che, già nel 2018, scriveva che un “inedito fenomeno di “neocolonialismo delle disgrazie altrui” va intrattenendo i rappresentanti delle classi agiate occidentalizzate, materializzandosi sulle pareti di biennali, musei e gallerie. Esso è dissimulato dall’etichetta cognitiva e comportamentale dell’impegno pseudo-partecipato. Un’arte al servizio di minoranze e contropoteri è, naturalmente, un’ingenuità condita di immancabili ipocrisie, le quali si disinnescano solo a condizione di dire la verità ottenendone in cambio la possibilità di pattern estetici efficaci […] La soluzione è una sola e sempre la stessa: o l’arena resta quella linguistica, per un’autentica azione politica nei confronti di noi stessi e mai di chi resta escluso in ogni caso, o l’arte moschettiera continuerà a essere quel passatempo elitario che volentieri è spacciato per critica istituzionale e impegno politico”.

E il fatto che un occidentale debba continuare a lavare le colpe dei suoi avi delle allora potenze europee, che hanno colonizzato e sfruttato principalmente i territori delle Americhe e dell’Africa, è diventato l’alibi del nuovo colonialismo culturale, che mostra le opere di quelle comunità, lontane dal cosiddetto occidente, come fenomeni da circo.

E così, anche per questa edizione, il vero terreno di ricerca e di confronto restano i Padiglioni nazionali, checché ci sia sempre quello che, ad ogni edizione, si alza e riprende a inveire sulla presenza dei Padiglioni nazionali, ritenuti anacronistici.

Chi scrive, invece, non finirà mai di ringraziare la loro esistenza.

Sì, certo, un mondo senza confini, nel migliore dei mondi possibili, chi non se lo augura? Ma, in qualsiasi genere di manifestazione internazionale, c’è sempre una distinzione per nazioni, poiché riguarda la formazione, la relativa cultura e progresso storico-artistico di quello specifico territorio, con le differenze che sono, appunto, ricordando il grande Tonino Guerra, il “profumo della vita”.

Ma altro non è che la solita solfa dell’intellettualoide di turno che vuol sbandierare a tutti la sua sedicente grande apertura mentale. Nonostante si sappia benissimo che, i veri giochi, quelli che hanno tantissimi zero, di sicuro, non si fanno all’interno della Biennale.

Sì, certo, tali menti eccelse possono anche influenzare qualche anima candida, ma, alla fine, le vere decisioni, politiche e, soprattutto, economiche, certamente non le prende né le impone l’ultimo abitante del villaggio sperduto del continente più dimenticato del globo terreste. Del quale non si sapeva l’esistenza, e per il quale non si ha l’adeguata formazione critica per una giusta comprensione, perché lontano da tutte le chiavi interpretative con cui si è formato il bagaglio culturale di questa fetta di mondo.

Ultimo abitante del villaggio sperduto che continuerà, dopo i cinque minuti di gloria, a rimanere lo stesso isolato e sconosciuto, intento nel suo artigianato. Perché, per motivi storici, geografici, economici, ha avuto un percorso e uno sviluppo diametralmente diverso rispetto alla solita fetta di mondo. Che, con confronti e conflitti, ha elaborato e metabolizzato concetti che l’ultimo abitante del villaggio sperduto del continente più dimenticato del globo terreste, non ha mai attraversato né sfiorato. Che continua ad essere mostrato come l’attuale fenomeno da baraccone.

L’unico aspetto che potrebbe, forse, avere un risvolto pressoché positivo è pensare che le nuove generazioni, alimentate da questa pseudo arte e ipocrita inclusione, sviluppino un reale senso critico e siano in grado di vedere la macchina di mistificazione che sottostà ad ogni mostra internazionale.

Premesso tutto questo, che ormai è una premessa fissa alle recenti edizioni della Biennale, dando l’idea di essere un disco rotto, si può ritornare a parlare di arte, quella vista in alcuni Padiglioni nazionali. A cominciare da quello della Spagna. Proseguendo per quello della Danimarca. Passando per quello dell’India e di Singapore. Per concludersi con quello del Giappone.

Los restos di Oriol Vilanova, nel Padiglione Spagna, è un’installazione semplicemente magnifica, potente, di una bellezza sorprendente. Le oltre cinquantamila cartoline, recuperate nei mercatini, raccolte dall’artista per oltre vent’anni, letteralmente ricoprono completamente le pareti del padiglione, creando un museo di immagini.

Una tassonomia, di una pratica ormai superata, che parla della cultura, delle consuetudini, delle bizzarrie, della memoria. Ma anche del boom economico, del turismo di massa, del consumismo. Che attestano relazioni, formalità, legami, vita vissuta.

Un accumulo non gerarchizzato che, nei numerosi macro-temi individuati, crea altresì una sorprendente, calda e avvolgente cromia. E perdersi in queste immagini, individuando i distinti soggetti, è un dolce viaggiare attraverso il tempo e la storia (anche quella con la maiuscola). E, in fondo, quello che veramente colpisce, è proprio il tempo che, con le sue varie accezioni, permea l’intero lavoro.

Di tono diametralmente opposto è Things to Come, dell’artista Maja Malou Lyse, in collaborazione col collettivo DIS, del Padiglione Danimarca. Mutuando il titolo dal film di H. G. Wells del 1936, l’artista riflette su come le immagini possano influire sulla capacità riproduttiva dell’uomo e sulla spettacolarizzazione di ogni aspetto del quotidiano che caratterizza la nostra epoca.

Una fila di diciotto contenitori gialli dry shipper (utilizzati per il trasporto criogenico a secco), contengono seme proveniente dalla Cryos, la banca del seme più grande al mondo, scartato per la bassa motilità. Su di alcuni, dei piccoli monitor proiettano celebri porno star che danno vita a gare di spermatozoi. Mentre, nella sala attigua, una video-installazione ambientale mostra la porno star Nicolette Shea in veste di scienziata all’interno di una banca del seme, nell’anno 2045.

Col poetico titolo Geographies of Distance: Remembering Home, quasi un enunciato, gli artisti Alwar Balasubramaniam, Sumakshi Singh, Ranjani Shettar, Asim Waqif, Skarma Sonam Tashi, ospitati nel Padiglione India, riflettono sul concetto di casa, soprattutto se raffrontata ai cambiamenti che alcune nazioni stanno affrontando e, ancor di più, con le idee e i ricordi di chi quella casa l’ha dovuta abbandonare.

Ovviamente, per la delicatezza, per la sua essenza eterea che racconta per frammenti, dettagli, una casa demolita, la più suggestiva è quella realizzata in filo da Sumakshi Singh, attraverso il quale incisivamente trasmette l’evanescenza di un ricordo e la fragilità delle esistenze.

Mentre Amanda Heng Liang Ngim con la bellissima installazione site-specific A Pause nel Padiglione Singapore, realizzata con ampie, rilassanti e accoglienti pedane in lagno, invita il visitatore a prendersi, appunto, una pausa.

E, in un’area semicircolare, attraverso due schermi, proietta una lunga serie di immagini, intervallando momenti contemplativi della natura con attimi di pausa di persone sempre indicate mediante frammenti. In qualche modo, gli stessi frammenti fissati in alcune fotografie poste direttamente sui gradoni delle pedane.

immagine per Amanda Heng Liang Ngim, A Pause. Courtesy LaBiennale
Amanda Heng Liang Ngim, A Pause. Courtesy LaBiennale

Certamente il momento più ludico è quello del Padiglione Giappone con il ricco lavoro Grass Babies, Moon Babies di Ei Arakawa-Nash. Facendo propria la prassi del “giocando si impara”, l’artista arricchisce la massima con “si riflette”.

Con i circa duecento bambolotti, dal non tanto indifferente peso di 6kg ciascuno, Ei Arakawa-Nash, infatti, in maniera leggera, ha voluto trasmettere il concetto di cura, inclusione, genitorialità, come derivato anche dalla sua esperienza di genitore queer. Così, tutti con in braccio questi bambolotti, ci siamo impegnati nel cambio del pannolino, nel cullarli, in un’azione collettiva in cui ci si è riconosciuti.

Nel cambio del pannolino, l’artista ci porta nel pieno del progresso tecnologico e, al contempo, nel momento più poetico, nel senso letterale. Perché inquadrando il QR all’interno del pannolino, sullo schermo del proprio cellulare compare una poesia generata in modo unico in base al compleanno di ciascun bambolotto, date però strettamente correlate a eventi storici del Giappone, degli Stati Uniti e dell’Asia del Novecento.

È proprio in questa dimensione ludica, tecnologica e profondamente umana che il Padiglione Giappone chiude un cerchio perfetto. Perché in questi Padiglioni è assente quel cinico pietismo coloniale e intellettualismo da salotto, ma lavori che parlano di noi/a noi senza ipocrisie, facendoci sentire il “profumo della vita”.

immagine per Grass Babies, Moon Babies di Ei Arakawa-Nash
Grass Babies, Moon Babies di Ei Arakawa-Nash
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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