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Sorry, Baby di Eva Victor

di Daniela Trincia

Sorry, Baby di Eva Victor (2025)

#lascenapiùbella: quando Agnes, convocata dal “consiglio” universitario, le dicono “anche noi siamo donne”.

Dialoghi assurdamente belli. Situazioni comicamente tragiche, come quella nel parcheggio, quando si ritrova a mangiare un hot dog col padrone del mall.

Circostanze bizzarre che, silenziosamente, tracciano e delineano la “cosa brutta”, senza melodramma, ma nella difficoltosa normalità del quotidiano. E nelle inevitabili scelte e conseguenze, cui ci si sente costretti a compiere, a subire, a vivere.

Perché, sì, potrebbe esserci una via di uscita, potrebbe andare via, scappare, ma, alla fine, i mostri ti vengono dietro e, quindi, ogni posto diviene simile a un altro, e la paura, e il dolore, restano gli stessi. Ma, oltre la “cosa brutta”, parla di un legame, dell’amicizia. E parla di come, dall’esterno, si possano prendere grossi abbagli, e giudicare senza conoscere, senza sapere, come effettivamente stanno le cose. Il solito e vecchio male di giudicare, senza la minima intenzione di sospenderlo, il giudizio.

Momenti che si affiancano come macchie di colore, senza un regolare andamento, perché, in fondo, spesso è proprio così la nostra memoria e il suo rimosso: ricorda per giustapposizioni. E, in fin dei conti, “sorry, baby”, non al figlio della sua amica, ma a quel gattino, involontario testimone della silenziosa sofferenza e fido custode delle mute confidenze.

Un delicato modo di far vedere “le conseguenze” della “cosa brutta”, e di come, purtroppo, la società sia più propensa a girarsi dall’altra parte, perseverando in quella cultura patriarcale, soffocante e castrante.

Molto bello.

Sul Film: QUI

 

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Sorry, Baby di Eva Victor
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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