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Stefano Canto, Sogno di pietra. Perché nulla scompare e non c’è un senso di fine

di Daniela Trincia

C’è un preciso punto, uno specifico momento, in cui avviene la rubedo, il compimento finale della trasmutazione. Quando il freddo ghiaccio e la fredda polvere di cemento s’incontrano, avviene l’alchemica fusione e il mutamento, una magica epifania. È in quel preciso luogo e in quell’attimo specifico che Stefano Canto ha voluto agire. Il suo non è un lavorare sui confini, ma sul confine degli elementi nell’istante esatto della loro trasformazione, “in quel punto, come i nostri pensieri che si formano; un mondo sommerso, che parla anche di me”.

Tale possibile trasmutazione può avvenire solo nel mondo magico dello “smorzo”, il deposito dei materiali, dove tutto può prendere forma, e qualsiasi forma può nascere dal tutto. Così, l’intero allestimento riflette il mondo architettonico, sempre presente in Stefano Canto perché “l’architettura è scultura”, attraverso essa modelli e plasmi uno spazio. Non solo. “L’architettura è essa stessa un processo di trasformazione continua, perché tramuta il materiale in forma architettonica”.

Ecco sacchetti di cemento impilati uno sull’altro sopra a dei foratini e blocchi di cemento per costruzione, poggiati su dei pallet (fig. 1).

immagine per fig. 1 - Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa
fig. 1 – Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Una sorta di modulo che si ripete nell’ambiente della galleria (fig. 2). In cima ad alcuni sacchetti, una testa di ghiaccio (fig. 3).

Che, lentamente, sprofonda nella fine polvere grigia (fig. 4).

immagine per fig. 4 - Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma
fig. 4 – Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma

Teste ricavate da monolitici blocchi (fig. 5), attraverso una lenta cesellatura (fig. 6, 6a, 6b, 6c), preceduta da una sgrossatura col “frullino”/smerigliatrice (fig. 7), tenute fino all’ultimo nel congelatore (fig. 8).

immagine per fig.8 - Stefano Canto - dettagli
fig.8 – Stefano Canto – dettagli

Secchi d’acqua proporzionati al sacchetto di cemento affinché possano impregnarlo completamente e farlo solidificare del tutto. Acqua in cui sono sciolti dei pigmenti colorati, affinché ogni testa, di circa dieci chili, abbia una peculiare tinta. Ciascuna testa è un ritratto realistico inesistente (fig. 9), realizzato per somma di dettagli dei volti di persone conosciute dall’artista, “non è nessuno ma sono tutti, in uno ci ho rivisto il volto di mio fratello” (e come non pensare a Uno, nessuno e centomila?).

immagine per fig. 9 - Stefano Canto - dettagli
fig. 9 – Stefano Canto – dettagli

Tutto prende avvio da un disegno (fig. 10), realizzato per Roba di Tiberio (2017), un progetto espositivo a Capri, nella Villa Jovis progettata e realizzata da Axel Munthe, mai realizzato, intorno al quale Stefano Canto ha costruito questa personale nella Galleria Matèria che lo ha portato a inserire, per la prima volta, l’elemento figurativo (fig. 11, 12, 13), finora sempre assente.

immagine per fig. 10 - Stefano Canto - disegno
fig. 10 – Stefano Canto – disegno

Una pratica, quella del disegno, sempre svolta, come attestano i numerosi quaderni (fig. 14).

immagine per fig. 14 - Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Foto Daniela Trincia
fig. 14 – Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Foto Daniela Trincia

Una mostra che è “un autoritratto e, allo stesso momento, una biografia perché, attraverso questi lavori, blocco, come in una fotografia -processo che ho anche realizzato in precedenti lavori (fig. 15)-, le tracce di alcuni miei momenti, le loro impronte, per non perderne memoria e renderli, così, eterni. Questo continuo cambiamento, trasformazione, è un po’ come la vita, come il tempo, che è una incessante evoluzione. Quindi, ogni elemento, è come un fossile. E ciascuno aspetta di diventare altro”.

immagine per fig. 15 - Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Foto Daniela Trincia
fig. 15 – Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Foto Daniela Trincia

Come lo sono anche i sogni: qualcosa di inafferrabile, ma che hanno corpo nella nostra mente. E da qui, parafrasando Marc Augè dal libro Rovine e Macerie, il titolo Sogno di Pietra, concordando con l’antropologo e filosofo francese che la società contemporanea non aspira più all’eternità “di un sogno di pietra”, attraverso la costruzione dei monumenti, ma, nei suoi infiniti non luoghi, è tesa a un illimitato presente.

Mostra che diviene, per Stefano Canto, la conclusione di un filone di ricerca: quello del ghiaccio e, soprattutto, del cemento, del più ampio progetto Archeologia dell’Effimero, iniziato nel 2012, che ha visto, nella stessa galleria, l’esposizione di alcune fasi nelle mostre Carie (2021 – fig. 16), Sotto l’influenza del fiume. Sedimento (2018 – fig. 17) Concrete Archive (2016 – fig. 18).

“Perché, del cemento, mi ha sempre affascinato la caratteristica di poter di incarnare, allo stesso tempo, sia la funzione di protezione che la possibilità di trattenere una memoria. E si attiva quando viene bagnato dall’acqua. E si attiva così una costante e continua lotta col tempo perché, nel momento stesso che la polvere di cemento entra in contatto con l’acqua/ghiaccio, cambia forma, come la cambia anche il ghiaccio che, lavorandolo, si scioglie e perde forma e consistenza.

Una lotta che è un po’ anche il senso della vita, che ci sfugge dalle mani, come i ricordi, come la memoria, come il tempo. Così, con queste impronte, oltre a trattenere la memoria di qualcosa, creo un eterno presente. Perché, attraverso il dissolvimento di una forma, la testa di ghiaccio, si costruisce un’altra forma, che attesta il passaggio di forma, senza perdere traccia della precedente, perché nulla scompare, e non c’è un senso di fine”.

Informazioni Stefano Canto, Sogno di pietra

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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