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Sirāt, di Óliver Laxe

di Daniela Trincia

Sirāt, di Óliver Laxe (2025)

#lascenapiùbella: quando la piccola carovana arriva al fiume e il camion torna indietro per aiutare l’utilitaria a guadarlo.

Sì, forse, sarà pure vero che ci sono tanti momenti di niente, in cui la scena è occupata solamente dalla piccola carovana che procede attraverso il nulla del deserto. Però, proprio queste scene del niente danno la misura del tempo, delle distanze, dell’esistenza di queste persone che scelgono quel determinato modo di vivere.

Vite, forse perdute e perse, ma che, insieme, formano quella comunità in cui si ritrovano, in cui si sentono parte di qualcosa, che condividono qualcosa, anche il nulla, ma sempre qualcosa. Una comunità ampia, ma chiusa, in cui non è facile entrare ed essere accolti. Una comunità fatta anche di reietti, e per questo tutti simili (non a caso, alcuni dei protagonisti non sono attori professionisti, ma realmente frequentatori di rave).

E cosa può affrontare un genitore per ritrovare il proprio figlio?

Guardando il film, ovviamente viene da rispondere: tutto, pur di ritrovarlo. A discapito di qualsiasi cosa, anche della propria vita. Forse un po’ estremo, ma sicuramente molto veritiero. E la cosa più sconvolgente, in questo niente, sono quei repentini colpi di scena, che ti arrivano all’improvviso direttamente nello stomaco.

Certo, alla fine, viene da pensare che, quel povero cristo del padre, ha fatto tanto per non fare nulla. Ma, anche, che non poteva fare altrimenti, come ben descritto anche verso il finale quando, deciso, attraversa lo spazio che lo divide dalla berma del muro marocchino (di cui non ne sapevo niente!).

Le scene iniziali, in cui lentamente, come in un tetris, si incastrano tutti i vari elementi, fanno entrare in quel crescendo che esplode con la musica del rave. Come anche le scene nel piatto deserto, trasmettono pienamente quel senso di infinito e non finito, che anche il titolo stesso, in qualche modo, ha voluto comunicare.

Un film molto duro.

Bello!

Sul Film: QUI

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Sirāt, di Óliver Laxe

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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