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Le città di pianura, di Francesco Sossai

di Daniela Trincia

Le città di pianura, di Francesco Sossai (2025)

#lascenapiùbella: quando Dori e Carlobianchi dalla macchina si sbracciano per salutare Giulio, seduto sul treno.

Ha fatto l’occhiolino a talmente tanti film, da risultare quasi un film anonimo e piatto. Ha giocato molto sull’idea diffusa sui veneti, che i due protagonisti sembrano quasi delle caricature. Con queste loro avventure, quasi picaresche, che alla fine non portano a nulla, se non alla constatazione del loro vuoto e del loro nulla, della loro inconsistenza.

Personaggi quasi di un’altra epoca che, fino a non molto tempo, era facile incontrare ovunque, in tutti i bar, e non solo di periferia, dei piccoli come dei grandi centri. Che cercano un momento di rivalsa. E pensano di trovarlo adottando il piccolo Giulio, che, alla fine, è veramente la brutta copia di Roberto Mariani, forse anche per la forzatura della descrizione.

Quel Veneto rurale, fuori dai circuiti del turismo di massa, elogiato così tanto per avere ancora dei luoghi così genuini che, alla fine, finiranno per non essere più così tanto fuori (come il monumento Brion). E che, in parte, già non lo sono più, perché il cemento continua a mangiare terreni, incrinare paesaggi, spazzare via quei posti che si pensano incontaminati.

Il fallimento di Genio, sotto tutti i punti di vista, che per tutta la vita si aggrappa a qualcosa che da parecchio non esiste più, vivendo, perciò, senza vivere la sua esistenza. E utilizzare il ristorante Il Cigno (?) di Mary (?), come metafora del tempo e del suo progresso, fa il paio con la mappa fatta di foglietti appiccicati insieme con il nastro adesivo. E poi, anche sto fatto di voler giocare sull’ambiguità sessuale di Doriano, sembra ormai quasi un topos di ogni film con il maschile come protagonista.

A me non ha coinvolto per niente.

  • Sul film: qui

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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