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Nessun dolore, di Gianni Amelio

di Daniela Trincia

Nessun dolore, di Gianni Amelio (2026)

#lascenapiùbella: quando Davide, rientrando a casa, vede aumentate il numero di scarpe, è quella più brillante. Ma quella della donna migrante seduta su una panchina di Porta Maggiore è la più simbolica.

Sì, il tema principale attorno a cui ruota tutta la storia, è quella della migrazione, non si discute. E la scena in cui Aminah è allontanata dal Pronto Soccorso, sintetizza in modo puntuale come certa ideologia abbia soppiantato il senso di solidarietà, o meglio, di umanità.

Ma questo è anche lo spunto di parlare, tra le righe, di tanto altro: della solitudine, dell’impossibilità di esprimersi, di esporsi, di esternare i propri pensieri e bisogni; della  difficoltà di rapportarsi col mondo, di iniziare una relazione, della difficoltà di gestire i propri sensi di colpa, sentendo che qualsiasi eventuale punizione sia giusta per espiarli (anche quando non si è diretti responsabili).

Provando quel dolore così profondo, da farti sentire talmente senza pelle, da anestetizzarti davanti a tutto il brutto e triste che ti si palesa davanti. Ma, allo stesso tempo, è un’anestesia emotiva dell’intera città che non prova più nulla di fronte all’enorme comunità di migranti che vive ai margini della società, con ripari di fortuna costruiti senza interruzione di continuità, in quelle aree considerate terra di nessuno.

Un’alienazione che non colpisce solo chi migra perché, in forme diverse, investe anche chi non è migrante, per quel dolore interiore, che sembra non lasciare alternative, anche se provocato da uno smisurato amore, come quello di Elsa.

Ma che, se ben maneggiato, forse ti può ritrovare quel briciolo di umanità ed empatia anche in persone apparentemente fredde e ministeriali, come Michele.

Sicuramente fatica a scorrere, ma di base resta interessante.

Tutto sommato, mi è piaciuto.

Sul FILM: QUI

immagine poster per Nessun dolore, di Gianni Amelio
Nessun dolore, di Gianni Amelio, poster

 

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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