Le oltre centocinquanta opere esposte a Roma a Palazzo Cipolla, più che descrivere l’eccezionale parabola di Andy Warhol (al secolo Andrew Warhola, Pittsburgh, Pennsylvania 1928 – New York 1987), raccontano anche di un altro protagonista del panorama artistico degli anni Sessanta e Settanta, Peter Brant.
Tra i più importanti e influenti collezionisti d’arte del mondo (la sua collezione conta più di quindicimila opere), Brant (http://peterbrant.com/) fu tra i primi ad acquistare opere del giovane artista di origini slovacche. Perché tutti i lavori esposti nella mostra Warhol (visitabile fino al 28 settembre), provengono dalla sua collezione. E, seppure la mostra sembri l’ennesimo grande evento costruito sul nulla, con l’utilizzo del grande nome come specchietto per le allodole per attirare il maggior numero di pubblico (come quelle che negli ultimi lustri si sono susseguite nella capitale), quella allestita a Palazzo Cipolla riserva sorprese per il numero, la qualità dei lavori esposti e l’articolato apparato critico costruito intorno a essi, spazzando via l’iniziale scetticismo per l’ulteriore esposizione su uno dei padri della Pop Art. Certo, gli spazi non sono fra i migliori ad ospitare delle esposizioni, ma nel complesso, alla fine della visita, non si notano più.
Nonostante Warhol amasse affermare “voglio essere una macchina” per sottolineare il distacco che voleva frapporre fra lui e il mondo che lo circondava, nell’insieme la mostra parla anche della vita dell’artista statunitense, delle sue relazioni di amicizia e degli aspetti più intimi del suo essere, come è ampiamente testimoniato dal cospicuo numero di Polaroid esposte per la prima volta in Europa. Scatti che, oltre ad attestare l’abitudine di Warhol di portare sempre con sé la sua macchina fotografica, raccontano anche gli incontri, i luoghi, le situazioni che Warhol attraversò durante la sua vita, perché, come lui stesso affermava, quegli scatti formano un diario visivo. Ma allo stesso tempo le foto sono un prezioso strumento artistico, perché da queste Warhol parte per la realizzazione dei suoi ritratti delle celebrities. Di ogni soggetto poteva realizzare oltre sessanta fotografie, per poi sceglierne una, su cui intervenire, manipolando, allargando, dilatando e trasformando la figura, fino a ottenere quell’immagine che secondo lui meglio incarnava lo spirito della celebrità magnificata. Piccola sorpresa, oltre a questa delle polaroid, che per la prima volta sono esposte in Europa, è anche la realizzazione della Silver Factory: l’ultima sala espositiva riproduce così quell’atmosfera che Warhol aveva creato nella sua famigerata Factory, rintracciabile anche dai video qui trasmessi su piccoli schermi (e che ha il valore di richiamare immediatamente alla mente, e quindi far appieno comprendere, il lavoro di Rudolf Stingel della Biennale di Venezia 2003).
Attraverso un percorso che si apre con i primi lavori di grafica che Warhol realizzò per alcune prestigiose riviste (come la “Harper’s Bazar” e il “New Yorker”) agli esordi della sua carriera (sezione questa in effetti un po’ carente, che non consente di apprendere al meglio il passaggio, ma che il visitatore può facilmente integrare con quanto visto nella precedente mostra alla GNAM nel 2012), in ogni sala si ritrova almeno una di quelle opere che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo e che sono universalmente ri-conosciute: dai ritratti di Liz, di Marylin, di Mao alle scatole Brillo e Campbell’s Soup (che lui stesso mangiò ogni giorno a pranzo per oltre vent’anni), alle bottiglie di Coca Cola (che per Warhol erano il prodotto più democratico in assoluto: un povero quanto un ricco, con la stessa somma, bevevano lo stesso prodotto, con le stesse caratteristiche), ai Flowers (presentati per la prima volta nella galleria di Leo Castelli esposti come se fossero carta da parati, che rappresentano anche il legame con la madre nonché le sue poveri origini, perché Júlia Justína Zavacká, in seguito alla morte del marito, per sbarcare il lunario realizzava fiori di cartapesta che vendeva lungo le strade), all’ultima opera realizzata poco prima di morire, L’ultima cena, nuova attestazione della fascinazione che Leonardo suscitava sull’artista americano; la Monnalisa per Warhol è infatti sullo stesso livello di Liz: come Liz è una celebrità dello spettacolo così la Monnalisa è una celebrità dell’arte. Warhol è infatti il primo artista che per primo ha intuito “il fascino che la celebrità e il disastro avrebbero avuto sulla società contemporanea … di rendere visibile la morbosità della gente nei confronti della morte, l’ossessione del pubblico per la fama e il successo e il bisogno di tutti noi di trovare simboli comuni da condividere”, è quanto afferma nel catalogo Francesco Bonami che ha affiancato lo stesso Peter Brant alla curatela dell’esposizione che, dopo la tappa meneghina, è giunta nella Capitale.
Una mostra attraverso la quale si scoprono e si ripercorrono numerosi aneddoti della vita di Warhol, secondo cui quella pubblica e artistica si confondono e spesso si sovrappongono a quella privata. Come il caso della serie della serie dei Teschi, dei Piss Painting, dei Dollar Sign e della Shot Marilyn. Quando il 3 giugno del 1968 Valerie Solanas gli spara e l’artista sopravvive, inizia a dipingere i Teschi, che per lui rappresentano la possibilità di esser ritornato alla vita. Gli oxidations, anche noti come Piss Panting, sono delle tele con una strato di vernice al rame, sui quali Warhol stesso o i suoi amici urinavano; proprio l’urina dava avvio al processo di ossidazione e il risultato è simile al dripping di Pollock, ma al tempo stesso è la registrazione di un vissuto. Warhol era solito domandare agli amici cosa potesse dipingere, un’amica gli risponde domandandogli “cosa ti piace di più fare nella vita?”, e lui risponde: “fare soldi”, così ha iniziato a dipingere i dollari. Mentre le Shot Marilyn sono legate ad un’altra donna, a Dorothy Podber. In visita alla The Factory, vede cinque ritratti della star hollywoodiana poggiati a terra e chiede: “can I shoot Marilyn” e Warhol risponde: “of course”, così la donna prende una pistola e spara alle tele: da qui la particolare macchiolina sulla fronte fra gli occhi della figura, risultato del restauro eseguito sui quadri.
- WARHOL
- 18 aprile – 28 settembre
- Fondazione Roma Museo, Palazzo Cipolla – Via del Corso 320, 00186 Roma
- Orario: Lunedì dalle 14.00 alle 20.00; Da martedì a domenica dalle 10.00 alle 20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
- Biglietti: Intero € 14,00 (audioguida inclusa); Ridotto € 12,00 (audioguida inclusa)
- Info: t. 06 98373328 – www.warholroma.it; Biglietteria on line: www.ticket.it/warholroma
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.


















