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Good Boy, di Jan Komasa

Good Boy, di Jan Komasa (2025)

#lascenapiùbella: quando Tommy, il giovane ragazzo, viene riaccompagnato nella sua casa dove lo accoglie la madre.

Della serie: “con le buone maniere” si ottiene (sempre) tutto? Quando le “buone maniere” sono, come in questo caso, reclusione e solitudine? È impossibile non pensare ad Arancia Meccanica, se non altro per la violenza, troppo spesso gratuita, che viene messa in campo.

Il fatto che non sia esplicitato alcun motivo pregresso (perché il mite Chris/papà ha orchestrato il tutto? perché la svampita Kathryn/mamma è sempre sul punto di scoppiare in lacrime?), tutto è troppo sospeso, troppo vacuo e senza un (anche ingiustificabile) reale fine narrativo.

Sì, certamente qualcuno doveva insegnare “le buone maniere” a Tommy, ma perché Chris si è investito di questo ruolo? Quindi, il bene che trionfa, e non importa con quali mezzi sia perseguito? L’educazione, anche se forzata e imposta, porta a buoni e giustificati traguardi?

Tutto girato in una casa di cui però, a parte la catena, non si avverte l’asfissia perché, comunque, tutti i membri della famiglia son ben predisposti, nonostante tutto.

Non lo so, ma è un film che non è riuscito a convincermi, ancor più col suo finale trionfalistico e ottimistico.
Così.

Sul Film: QUI

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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