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Qui Frieze, London 2025

di Daniela Trincia

Qui Frieze, London 2025

Se lo scorso anno impazzavano fiori, piante, giardini e boschi, quest’anno, se non proprio vecchi merletti, è all’insegna del tessile. Siamo tutti d’accordo che non è la tecnica il fulcro di un lavoro, né tanto meno ne indica il significato, però è difficile non notare l’esplosione di questo medium, in tutte le diverse e ampie declinazioni. In compagnia della ceramica e del legno.

immagine per Frieze London 2025 - Ph. D. Trincia
Frieze London 2025 – Ph. D. Trincia

Questi ultimi, sono i casi di El Anatsui alla Goodman Gallery, in linea con la sua prassi di lavori realizzati con materiali riciclati, che alla fine sono un ibrido fra scultura e pittura; Thaddeus Mosley alla Karma Gallery che appaiono fortemente influenzate dal biomorfismo arperiano; Lubaina Himid da Hollybush Gardens, che non possono non rimandare a Bamboo di Ione Saldanha nonché alle “aste” di André Cadere. Confermando la tendenza degli ultimi anni, la pittura continua a far da padrona.

È d’obbligo notare che ci sono anche installazioni, molte timide, alcune alquanto spavalde, come l’intero stand di OMR, interamente ricoperto dalla carta da parati di Alberto Perera, nella quale si confonde l’elegante fotografia di grandi dimensioni di Candida Höfer.

E anche diverse sculture, come la versione in nero di 60 Minutes di Elmgreen & Dragset da Galerie Max Hetzler: nell’edizione di Italics, a Pozzuoli è stata esposta quella in marmo bianco. Cattura lo sguardo il luccichio dei vasi di vetro soffiato di Josiah McElheny da James Cohan che, con un sapiente gioco di riflessi e di specchi, ne rende infinito il numero.

Ma, ritornando a bomba, oltre a quello di Yinka Shonibare nella già citata Goodman Gallery, lavori tessili sono quelli di Małgorzata Mirga-Tas da Frith Street Gallery, collage di stoffe con i quali ripropone ritratti familiari; le frasi di Ghada Amer o le composizioni astratte di Lee Shinĵa da Tina Kim Gallery (dove è esposta anche la piccola scultura/quadro di Tania Pérez Córdova che simbolicamente rappresenta l’essere “imprigionati” nella tecnologia dei nostri smartphone).

I volti di Stephanie Comilang tessuti con perline da Chetlüdde; gli intrecci di cotone e carta fatta a mano di Howardena Pindell da White Cube; quelli ispirati a Mondrian di Teresa Lanceta da 1.Mira Madrid/2.Mira Archiv; quello “surrealistico” di grandi dimensioni (280x400cm) di Ailbhe Ní Bhriain da Kerlin Gallery e di Claudia Wieser da Galería Casado Santa Pau; il triste “abbraccio” di Julia Gutman da sullivan+strumpf.

Il “fauve” Grayson Perry da Victoria Miro; e il grandissimo arazzo (400x1050x28cm) di Otobong Nkanga alla Lisson; l’atmosfera festaiola di Nick Doyle da Perrotin; l’intima atmosfera domestica di Tania Levitt da uffner & liu; gli astratti lavori in lana e cotone di Arna Ỏttarsdóttir da i8 Gallery; l’ingarbugliato stato dell’Ucraina di Cristina Luca da Superflex; il “mostro” di Derek Boshier da Garth Greeman; i “moduli” di Ximena Garrido-Lecca da Gisela Capitain.

Il “pollockiano” Thread di Chanakya School da experimenter; i Signal Disruption di Nicholas Galanin da Peter Blum; la “damina” in quadricromia di Grayson Perry da Paragon; le “tende” di Anne Low da Franz Kaka; i “tribali” di Cecilia Brunson da Projects; i “primati” e il “patchword” di Young in Hong da PKM; le “ingenue casette” di Mark Corfield-Moor da Kate MacGarry; le calde ambientazioni africane di Tamar Mason da Pippy Houldsworth.

E, seppure a metà tra installazione e scultura, anche i lavori di Vlassis Caniaris, di Maria Loizidou e di Antonis Donef da Kalfayan Gallery, possono rientrare in questa lunga lista. Una lunga e noiosa lista volutamente stesa con il desiderio di trasmettere la larga diffusione di tale medium in questa edizione.

Poi ci sono dei lavori che, per motivi diversi, attirano l’attenzione. I morbidi marmi trattati come quadri da Andreas Lolis e i glicée di Maria Hassabi da The Breeder. Il “vaso” di Teresa Margolles da Peter Kilchmann. Il “palazzo” di William Cordova da Livia Benavides. I folti rami di Ariamna Contino da El Apartamento. L’illusorio sfondamento del pavimento di Alina Rentesch da Petrine.

Fa un certo effetto vedere accostati i leggeri disegni di Isabelle Ducrot (ovviamente presenti anche da Gisela Capitain), il video di Diego Marcon e la scultura di Sarah Lucas da Sadie Coles.

Mentre, un posto a sé, lo occupano i delicatissimi quanto autobiografici lavori di Do Ho Suh (che attualmente ha anche una personale alla Tate) dalla Lehmann Maupin. E la bellissima serie di Rachel Whiteread da Lorcan O’Neill. Il concentrato giocatore di biglie di Hans Op de Beeck da Krinziger Galerie.

Il video è completamente non pervenuto. Come quasi la fotografia (un bel lavoro di grandi dimensioni di Cindy Sherman è domesticamente allestito nella Hauser & Wirth; altrettanto lo è il polittico di Sanja Ivekovic da 1.Mira Madrid/2.Mira Archiv, o il “silenzioso” Hiroshi Sugimoto da Lisson), a volte imitata (come da Robert Longo da Thaddaeus Ropac), altra evocata (come da Gil Heitor Cortesão da Pedro Cera).

Incapace di stilare la lista, tanto in voga, dei “dieci stand migliori”, degli “stand da non perdere”, dei “quindici lavori più belli”, chi scrive si limita a registrare delle modalità, delle atmosfere, delle attitudini.

La prima, in assoluto, che noi (intendo per chi vive in Italia) siamo troppo imbevuti della nostra tradizione e storia e, quindi, innumerevoli lavori appaiono troppo derivativi, quasi delle trasposizioni, che non ne fanno assolutamente apprezzare né la freschezza né l’eventuale portata.

L’altra, che in questo periodo, particolare sotto tutti i punti di vista (da quello economico a quello sociale), è difficile non notare il totale silenzio su quello che accade nel mondo, se non in rarissimi casi.

Forse, anche questo è un indiscutibile segnale, che fa coppia col gran numero di lavori tessili. Sembra che ci sia quasi un rifugiarsi nella tradizione tecnica, come a voler cercare, non soltanto dei punti fermi, ma anche delle radici su cui aggrapparsi.

Ovviamente, non è proprio un ritorno all’ordine dei Valori Plastici, eppure è sintomatico di un evidente stato d’animo. A cui si aggiunge anche l’utilizzo di quei materiali poveri che, in qualche misura, denotano un velato desiderio di un certo pauperismo, da contrapporre a quell’opulenza inopportuna di questi tempi. Quasi a voler giustificare l’inutilità dell’arte.

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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