Teresa Margolles – Ya Basta hijos de puta, Milano

Non sono molti gli artisti in grado di descrivere la violenza. Ancora meno sono quelli che la denunciano senza retorica e pietismi. Pochi coloro che affrontano quella di genere. Rarissimi al livello di Teresa Margolles (Culiacán, 1963). Perché la potenza dell’artista messicana è frutto non solo della sua decennale esperienza personale svolta all’obitorio di Ciudad de Juárez col collettivo SEMEFO (Servicio Médico Forense), ma anche, e soprattutto, della sua sensibilità nel guardare tale violenza da punti di vista diversi, non usuali; la capacità di dare forma e essenza a un concetto così astratto e delicato, carico e denso di significati, che è sul filo di lana: basta pendere da una parte, anche di poco, e si cade nel banale, nella ridondanza, nell’accademismo.

Un indiscusso equilibrio ben calibrato è rintracciabile in tutti i suoi lavori, come in quelli esposti nella personale curata da Diego Sileo, allestita nel PAC Padiglione d’Arte Contemporanea – MilanYa Basta hijos de puta puntualizza una continuità, nonché una certa circolarità, nella produzione artistica di Teresa Margolles: carica di profondo disprezzo e misoginia, è una frase che è stata rinvenuta sul corpo decapitato di una donna ritrovato a Tijuana, che a sua volta è divenuta il titolo/opera incisa su una parete del Museion di Bolzano, che a sua volta è divenuta titolo della mostra meneghina e scritta su migliaia di poster che il pubblico può liberamente prelevare all’ingresso del Padiglione.

Quattordici opere che denunciano un’estensione che evidenzia, altresì, il protrarsi di quella violenza che non accenna né a diminuire né a cessare nei Paesi afflitti dalle guerre tra i gruppi di narcotrafficanti e, in generale, nel globo.

La costante oscillazione tra il locale e il collettivo, è una delle principali caratteristiche delle opere dell’artista. Una formalizzazione minimale e l’appropriazione di elementi reali, presenti nei luoghi in cui si sono perpetrati omicidi efferati, caricati di un significato universale, sono gli altri principali elementi distintivi. Installazioni finanche seducenti, silenziose, non sfrontate, che non sbattono in faccia la realtà; ma che iniziano a urlare, che con forza lanciano lo spettatore in una dimensione diversa, allorquando si viene a conoscenza del loro significato: a quel punto, non si può più tornare indietro, non si può più restare indifferenti e non si può non prendere una posizione. “Qual è il senso di queste morti?” ci si domanda. Un moto di rabbia, misto ad angoscia, pervade l’animo quando la risposta appare semplice e chiara: “nessuno”.

Teresa Margolles di continuo lo domanda, e se lo domanda. Lei racconta il dolore, il vuoto, l’assenza di queste persone brutalmente uccise; anonime per la collettività, note per i familiari. Così l’artista, con le tracce prelevate nei precisi luoghi con specifici significati, “costruisce” degli inediti monumenti: non quelli trionfalistici di illustri personaggi, ma quelli dimessi di comuni individui, “eroi” per i rispettivi cari, meritevoli di duraturo ricordo. In contrasto con l’oblio cui pretenderebbero di gettarli i responsabili degli omicidi sia materiali sia putativi; i gruppi di narcotrafficanti i primi; politici, amministratori cittadini, forze dell’ordine i secondi.

Per questo non si dimenticheranno le prostitute transessuali che vivono e lavorano a Ciudad de Juárez (Pistas de baile, 2016), o i migranti morti nel tentativo di entrare negli Stati Uniti (La gran América, 2017), o le centinaia di donne e bambine scomparse nel nulla (La búsqueda, 2014).

Dopo aver superato abbastanza distrattamente Mesa y dos bancos, il tavolo e due panchine in cemento (mescolato con le sostanze raccolte nell’area in cui è stato rivenuto un cadavere presso la frontiera nord del Messico), allestiti nel cortile del Padiglione di Arte Contemporanea, sono le sedici grandi fotografie a colori di Pistas de baile a pararsi come filari di lapidi dei loculi cimiteriali, di fronte al visitatore. Attraversata, infatti, la tipica tendina in plastica dei bar e dei locali, col passo attutito dalla morbida e sanguigna moquette, si viene letteralmente abbracciati e sovrastati da questi ritratti di prostitute transessuali quasi perse nel desolante paesaggio risultante dall’abbattimento dei locali dove lavoravano.

Residui architettonici, ormai indecifrabili, a seguito (dell’ipocrita) demolizione degli anni Novanta per la rigenerazione urbana, fanno da cornice a coloro che sono considerati “residui” sociali. Dell’acqua ha lavato via la polvere che ricopriva i pavimenti dei locali e loro sono poste al centro di questo macchia umida, come se fossero state mondate dalla stessa acqua. Al centro di questi ormai scomparsi edifici sembrano essere le ultime fiere custodi. Quasi come dei trofei, sono, anche, esposti, gli specchi riassemblati del Club RUV (Espejos de la barra del Club ‘RUV’) e le lettere (Mundos) dell’insegna di un bar, anch’esso andato distrutto.

A questi si affiancano La búsqueda (installazione realizzata da pensiline prese dalle strade sui cui vetri sono affissi i volantini con i quali le famiglie ricercano le donne scomparse, che creano una muta processione di dolore), 57 cuerpos (un lungo filo di 21,9m che attraversa tutta la sala vetrata, tagliandola in due, composto dai residui di fili, annodati tra loro, utilizzati per ricucire i corpi, non identificati, dopo l’autopsia), Vaporización (una densa nebbia che avvolge completamente lo spettatore generata da acqua disinfettata dove sono stati immersi le lenzuola usate per avvolgere i corpi morti per violenza), tutti di forte impatto emotivo. Che diventa ancora più forte allorquando tra il visitatore e il significato si instaura un profondo contatto empatico, capace di far vivere nella propria mente ma soprattutto nelle proprie viscere il dolore e l’orrore di queste violenze, dettate solo dalla sete di potere e avidità, per dimostrare chi è il più forte e che nessuno può ostacolare questi gruppi di narcotrafficanti. [daniela trincia]

Info mostra

  • Teresa Margolles – YA BASTA HIJOS DE PUTA
  • a cura di Diego Sileo
  • fino al 20 maggio 2018
  • PAC – Via Palestro, 14  20121 Milano
  • Ingresso: intero € 8,00; ridotto € 6,50
  • Orari: mercoledì, venerdì, sabato, domenica 9,30-19,30; martedì e giovedì 9,30-22,30; lunedì chiuso
  • Info: 02 88446359 – pacmilano.it
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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