
E finalmente è arrivato il 16 aprile. E, finalmente, nelle sale cinematografiche, esce il tanto atteso Mia Madre, l’ultimo film di e con Nanni Moretti. Un film che, nella sua linearità, racconta, con fine semplicità, complesse -finanche dolorose- situazioni. Quelle politiche e economiche del nostro Paese che si intrecciano a quella personale, a sua volta narrata su un doppio binario: intimo e pubblico. In un continuo alternarsi di narrazione “dal di dentro” (le angosce, le paure, le aspettative, gli affetti) e dal di fuori (come è visto da chi lo circonda), il personaggio principale è lentamente cesellato. Uno sguardo esterno che coincide con quello che in realtà è il vero protagonista, Nanni Moretti stesso. E al contempo è raccontata la sesta arte, quella del cinema, sempre nel doppio binario dal di dentro (come è realizzato) e dal di fuori (come è visto). Complessità che si appiattisce se ci si ferma alla trama: una regista-donna-sorella-madre-ex moglie-ex compagna, impegnata a girare un film, si divide tra il set e l’assistenza alla madre malata, ricoverata in ospedale. Quella che sembrava una banale polmonite, si rivela la tragica causa che porterà l’anziana donna alla morte. E, tra i due estremi, come un ruscello, sotto scorre la quotidianità, la vita della protagonista. Ecco, questa potrebbe essere la brutale sintesi della soggetto di Mia madre. Ma, dalla scena iniziale di violenza (dei manifestanti di fronte a una fabbrica, che si oppongono ai licenziamenti a seguito dell’acquisizione della fabbrica stessa da parte di un magnate americano, con la conseguente carica da parte dei poliziotti mandati a difendere la proprietà privata) alla scena finale di morte della madre della protagonista, si sviluppano e si caratterizzano infiniti universi, a volte paralleli, a volte sovrapposti, a volte intrecciati.
Nonostante da tempo Nanni Moretti non utilizzasse più la figura dell’alter ego (il famoso Michele Apicella, presente in ben quattro dei suoi film), e avesse iniziato ad apparire nelle sue pellicole autobiografiche come interprete di se stesso, di nuovo qui ricorre a questo stratagemma: Margherita (la protagonista interpretata da Margherita Buy) è Nanni Moretti. E lui, Nanni Moretti, interpreta Giovanni, il fratello di Margherita. Ciò permette a Nanni Moretti di esserci ma anche di essere accanto; di essere presente, ma anche di vedere dal di fuori. E forse per questo il suo sguardo, nei confronti della sorella, è indulgente: la conosce bene, nell’intimo, conosce i suoi difetti e i suoi pregi, e sa che in fondo è buona, distratta, egoista, fissata, ma incapace di essere maliziosa, e per questo, nonostante la sua età, ancora sorpresa di fronte a certe mancanze da parte delle persone. Comunque, ritornando a bomba, il film prende le mosse da una finzione, dal film nel film (di nuovo dentro/fuori): lo scontro tra gli operai che difendono il loro posto di lavoro, e la polizia che difende la pubblica sicurezza. Un conflitto sociale che negli ultimi tempi in molti conoscono da vicino, a causa dell’inizio della pesante crisi economica che ha colpito non solo il nostro paese, ma anche l’Europa e l’Occidente in generale, e che ha avuto delle ripercussioni o delle cause nelle lotte politiche, che hanno causato scelte drastiche nella gestione del cosiddetto (ormai pressoché inesistente) welfare, che Nanni Moretti ha denunciato con i suoi noti girotondi. Una scena di violenza di cui si avverte però la finzione, una certa rigidità, un certo compiacimento al maltrattamento, ciò che fa gridare un deciso “stoooop” da parte della regista. Regista che si preoccupa non solo della mancanza di veridicità della scena, ma si tormenta anche del fatto che la controfigura dell’assente e ritardatario attore americano sia evidente. Ed ecco che inizia la tela, il ciak sull’intero dramma. Un dramma cui Nanni Moretti con estrema lentezza conduce lo spettatore. Tanto che le scene iniziali sembrano essere di circostanza, forse quasi noiose, ma fortemente funzionali a disporre quei tasselli ora sparsi, ma che lentamente troveranno una perfetta ri-collocazione. Nanni Moretti racconta di sé e dell’ago della sua famiglia: sua madre, Agata Apicella (nel film Ada), deceduta a 89 anni, nell’ottobre del 2010, magistralmente interpretata dalla meravigliosa e bravissima Giulia Lazzarini. Racconta il suo dolore. Racconta la morte.
Alcuni hanno paragonato questa pellicola con La stanza del figlio (2001), ma è un confronto a mio avviso tenuto sulla superficialità del tema. Sì, in entrambi i film, si parla della dipartita di una persona cara (di un figlio nella pellicola del 2001, della madre in questa del 2015), ma proprio la differenza di legame e di cause ne sono il fondamentale e non trascurabile discrimine. Ne La stanza del figlio la morte e il dolore connesso sono quelli violenti, inspiegabili, inaccettabili, che nessun genitore che sopravvive al proprio figlio può sopportare e ammettere. In Mia madre sono quelli ineluttabili, conseguenza del ciclo della vita: a cui qualsiasi essere vivente è destinato ad approdare, di fronte alla quale medicine, cure e botulino nulla possono. Giovanni guarda lo sgretolarsi della propria madre con un atteggiamento di dignitosa rassegnazione che, seppur si manifesta in un portamento compito e fermo (con la sorella e di nuovo dal di fuori), dal di dentro ne vive fino in fondo la tragedia e adegua la sua vita e le relative scelte ad esso (il suo rapporto di lavoro). E nella grande macchina della finzione in cui l’attore Barry Huggins (nell’inimitabile interpretazione di John Turturro, che non rinnega Il grande Lebowski) è eternamente imprigionato, rivendica fortemente il desiderio di ritornare alla realtà (nonostante stia interpretando un personaggio coinvolto con una situazione reale, i licenziamenti dovuti alla crisi economica).
Anche la presenza dell’attore americano nel film che Margherita sta girando diventa strumentale per ridicolizzare certi luoghi comuni e certi atteggiamenti di molte star e, forse, anche per fare il verso a To Rome in Love, caratterizzando Turturro come quell’americano caciarone, di paesotto, che si entusiasma di fronte alla Città Eterna, nella convinzione che tutto si può fare e tutto sia permesso, come l’urlare a squarciagola fuori del finestrino della macchina. Lo spettatore delicatamente è condotto al capezzale di quella donna energica (non si trascuri la calzante citazione mantegnana), pilastro della famiglia e riferimento per molti (un’insegnante di latino che nel corso della sua attività era riuscita a trasmettere anche la vita, l’affetto, tanto da ricevere in modo regolare la visita di suoi ex allievi che, seppur adulti e maturi, ancora bussano alla sua porta per condividere con lei le loro esperienze). Un dolore, quello di Margherita, vissuto nella confusione, nell’incapacità di analisi e obiettività, nella paura (ricorrenti sono i suoi incubi che si confondono e sovrappongono alla realtà), in solitudine. Quell’isolamento che si rispecchia nella passeggiata notturna di Margherita in una piazza solitamente trafficatissima ma paradossalmente vuota e silenziosa.
A lunghi primi piani silenziosi, più eloquenti di tante parole, è affidata la rappresentazione di tutta la frustrazione, la rabbia, l’impotenza di fronte al lento sfiorire di una vita. Una visione sicuramente pessimistica, a cui la battuta finale della madre, nel suo salutare la vita terrena, lascia un minimo spiraglio di fiducia e probabilmente di invito all’accettazione del naturale corso dell’esistenza.
Il film
- Mia madre di Nanni Moretti
- con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti
- Drammatico
- durata 106 min.
- Italia, Francia, Germania 2015 – 01 Distribution
- Uscita nelle sale: giovedì 16 aprile 2015
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.








