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Nino, di Pauline Loquès

di Daniela Trincia

Nino, di Pauline Loquès (2025)

#lascenapiùbella: quando Nino si reca dalla madre e nega di aver perso le chiavi di casa.

Sarà una coincidenza, ma gli ultimi film che ho visto hanno tutti quasi un’ossessione dei primi piani, sempre e comunque: frontali, di tre quarti, da dietro, comunque sti faccioni che occupano tutto lo schermo.

Ma, a parte questa bizzarra analogia, il film sembra un po’ essere il seguito di Cléo de 5 à 7: lì c’erano le due ore di attesa del responso, qui i due giorni dopo il responso. Tutto giocato sulla casualità.

Lui casualmente fa le analisi. Casualmente scopre il risultato delle analisi. E siccome l’indole di Nino sembra essere quella di accettare che la vita lo viva (emblematico è il suo periodico ritorno alla casa del portiere del palazzo dove vive, come lo è la scoperta dello stato del portiere), in modo altrettanto dimesso accetta quello che gli dicono di fare.

Solo in un attimo sembra avere, finalmente, contezza di quanto gli è stato comunicato circa il suo stato di salute, di quello che gli sta accadendo, di quello che dovrà fare e potrà accadere, solo in quell’attimo si lascia andare al pianto, un pianto liberatorio e di paura.

Dopo, riprende tutto con la sua solita apatia e sorpresa di quanto lo circonda. Quel suo vivere lontano dal mondo e da tutte le incombenze quotidiane, ben rappresentato dal suo presentarsi all’ospedale alle tre di notte e rimanere sorpreso di trovarlo chiuso.

 Si lascia vedere.

Sul Film: QUI

 

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Nino, di Pauline Loquès
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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