ultimi articoli dell'autore

Ceroli Totale. Settant’anni di ricerca di Mario Ceroli

di Daniela Trincia

La parte più nota di tutta la sua produzione è, ça va sans dire, quella legata alle sagome in legno. Ma c’è stato un periodo, quello agli inizi della sua durevole e persistente carriera artistica, lunga ben settant’anni (che inizia con la partecipazione alla collettiva del premio Gubbio, nel 1958), che Mario Ceroli (classe 1938) non era il Mario Ceroli del legno.

“Questa cosa che io sono uno scultore del legno non è affatto vera, perché ho fatto diverse esperienze con i materiali -racconta, infatti, in una lunga intervista a Laura Cherubini, e ribadisce durante la presentazione della sua monografica- ho usato il legno, ho fatto ceramiche, ho usato il marmo, ho realizzato cose con il ghiaccio, con l’acqua, ho fatto cose di carta, cose di stoffa”.

E il fatto che sia approdato al legno, a un materiale povero, è proprio perché il legno, non solo costava poco, ma lo poteva reperire a costi ancora più contenuti, prendendo quello di scarto dal vivaio di San Paolo. Materiale che, non a caso, lo portò ad essere tra gli artisti della splendida dozzina dei poveristi de La Bertesca, in quella Arte Povera – Im Spazio (1967), che ha segnato un deciso spartiacque nell’arte italiana.

Ed entrambi i momenti, l’utilizzo di materiali diversi dal legno e le prime opere realizzate in legno (n.b.: esclusivamente pino rosso di Russia, per il suo colore caldo), sono presenti nella monumentale monografica, curata da Renata Cristina Mazzantini e Cesare Biasini Selvaggi e allestita nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, fino all’11 gennaio 2026.

Il primo, ovvero l’utilizzo di materiali diversi dal legno, è il residuo della combustione di alcuni pezzi di legname presente ne La grande quercia, una delle due opere appositamente realizzate per questa esposizione (l’altra, appunto, Le Ceneri). Però, attenzione: adesso è La grande quercia, ma in realtà nasce come La mia vita, passando per Venezia. So benissimo che, detta così, è molto confusa. Ma questa è un’altra nota di Ceroli: confondere le cose. E, quest’opera, ne è un chiaro esempio.

In quale modo? Molto spesso, l’artista rimette le mani sulle sue opere (più aperte di così!) e, di conseguenza, tali interventi comportano anche la modifica del titolo.

Quindi: nel 2024, la grande installazione Venezia, concepita come una foresta di sessantadue tronchi provenienti dal giardino dell’abitazione dell’artista, all’indomani dell’abbattimento degli alberi attaccati dal parassita dei pini, Mario Ceroli l’ha unita alle ventiquattro strutture lignee de La mia vita, ottenendo così il numero ottantasei, gli anni che Ceroli aveva nel ’24, realizzando La grande quercia. Davanti alla quale, ha posto le ceneri di alcuni di quei pini abbattuti.

Insieme, sono anche esposte alcune opere della serie Le Ceneri (2007), definite da Ceroli come delle “metope contemporanee”: notevoli formelle di legno, nelle quali ha impiegato cenere mista a carbone e a calce viva. Quindi, quegli elementi che vanno al di là del legno, utilizzati anche agli albori della sua attività artistica.

immagine per Mario Ceroli, Le ceneri n.3, 2007, Collezione Mario Ceroli/Collezione dell’artista
Mario Ceroli, Le ceneri n.3, 2007, Collezione Mario Ceroli/Collezione dell’artista

Mentre il secondo momento, quello dei primi utilizzi del materiale legnoso, è testimoniato da Composizione [Senza Titolo] (1957-1958), uno della serie di tronchi infissi di chiodi di ferro. Che, tra l’altro, è una tra le prime opere acquisite proprio dalla Galleria Nazionale, e, infatti, è approntata all’inizio del percorso della mostra.

immagine per Mario Ceroli, Composizione, 1960, inv. provv. 367, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea
Mario Ceroli, Composizione, 1960, inv. provv. 367, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Si chiude, così, un primo cerchio. Perché, nella monografica, di cerchi, aperti e chiusi, ce ne sono diversi. Tutti che si intrecciano con la biografia dell’artista. Tela di Penelope – Arpa Birmana (1992), infatti, è un lavoro che prende le mosse proprio dalla vita personale di Mario Ceroli, il Ceroli bambino, che ha trascorso la sua infanzia a Castel Frentano, dove è nato, nella casa della nonna materna, impegnata nella tessitura a telaio.

Cos’altro è, se non una macchina per tessere, la Tela di Penelope (1992) realizzata con fili e barrette di terracotta? Quei fili e quei contrappesi che, nell’azione della tessitura, davano vita a una ritmata melodia, che trasformano il telaio nell’evocativa Arpa Birmana.

Con un andamento non cronologico, la mostra conta una selezione di venti opere, provenienti dalle collezioni della Galleria, della Banca Ifis (major sponsor, impegnata anche nella costruzione del Museo Ceroli presso l’attuale abitazione dell’artista) e dell’artista stesso, e vuole, altresì, essere un omaggio ai settant’anni della così lunga carriera, andando a selezionare quei lavori che, in qualche modo, illustrano anche i diversi filoni di ricerca di Ceroli.

Tra questi, anche quello per la scenografia teatrale. Interesse che ha guidato l’intero allestimento, concepito, appunto, come un teatro. Ed è proprio l’aggettivo “Totale” ad esprimere tutti questi momenti. Momenti e filoni attestati, ad esempio, da Le bandiere di tutto il mondo (1968), L’ultima cena (1965), Progetto per la pace (1969), La battaglia (1978).

immagine per Mario Ceroli, La battaglia, 1978, legno pino di Russia e stracci per le bandiere, colore bianco e nero, Collezione Banca Ifis
Mario Ceroli, La battaglia, 1978, legno pino di Russia e stracci per le bandiere, colore bianco e nero, Collezione Banca Ifis

Mentre, per tutte quelle appena elencate, il significato, nonché la riflessione che ne è alla base, è immediatamente intelligibile, per La battaglia entra in gioco anche il suo profondo sguardo alla storia dell’arte. Perché questa è fortemente ispirata alla Battaglia di San Romano di Paolo Uccello e, al contempo, è un diretto omaggio a Pier Paolo Pasolini, con quale aveva collaborato.

Tuttavia, a caratterizzare la grande produzione artistica di Ceroli, sono, appunto, le sue sagome vuote, che appaiono come una diretta derivazione di quei cartoni medievali e bizantini largamente utilizzati sia nei grandi cicli di affreschi, che musivi. Sagome che, nel loro essere vuote e anonime, riconducono immediatamente a un’universalità e, al contempo, come afferma Maurizio Fagiolo dell’Arco, “riporta l’uomo alla sua purezza”.

immagine per Daniela Trincia
+ ARTICOLI

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *