D’accordo sulle manifestazioni diffuse: invitano a visitare luoghi altrimenti poco frequentati. Però le mostre diffuse si devono saper pensare e organizzare bene, altrimenti sono opere sparse. Va bene che l’arte, ancor più quella contemporanea, da tempo è l’attrattore (finanche volano) economico-culturale e turistico, di tante realtà perché innegabilmente movimentano soldi e investimenti. Infatti, spuntano come funghi in ogni dove fiere e biennali.
Oltre a quelle storiche di Venezia, Kassel (seppur quinquennale) e San Paolo, e a quelle relativamente consolidate come quelle di Sydney, del Whitney Museum, Istanbul, Berlino, Sharjah, Taipei, Liverpool, Lione, Shangai, Gwangju, negli ultimi tempi, con una certa accelerazione dopo gli anni funesti della pandemia, sono nate quelle di Kochi-Muziris, Bucarest, Glasgow, Helsinki, Omachi (seppur triennale), Coimbra, Ulussai, solo per elencare quelle più o meno conosciute e riconosciute.
Tra queste ultime nate, si ascrive anche quella di Malta. Questa edizione (dall’11 marzo al 29 maggio 2026) mette veramente a dura prova lo spettatore che, da “dittatore” (per parafrasare il provocatorio titolo della Biennale di Venezia del 2003), è divenuto mero pacchetto Amazon da sballottare da un destinatario all’altro. Va bene tutto, ma dovrebbe (auspicabile un “deve”) esserci un limite, possibilmente non travalicabile.
Sebbene lo spettatore si senta trattato un po’ come un pangolino, resta il fatto che, anche in questo caso, dovrebbe (auspicabile un “deve”) esserci un sentimento di riguardo nei suoi confronti. Perché, in virtù della premessa, capisco che si voglia attrarre pubblici diversi in località e siti un po’ secondari, ma…
Anche per questa edizione è stata coinvolta l’isola di Gozo. Va bene. Allora, dopo aver raggiunto in modo più o meno agevole il porto del Fast Ferry, ti imbarchi, ti fai 45 minuti di traversata, scendi, aspetti l’autobus, ti fai circa 20 minuti di viaggio, arrivi a Cittadella.
Bella, carina, non c’è che dire: bei panorami, bella luce, bei colori. Inizi a camminare per salite e scalette, e arrivi alla Cittadella/Fortezza vera e propria. E, dopo la ricerca di indicazioni, non sempre ben visibili, arrivi al Bastione e … trovi esposte quattro opere in croce, quattro. Allora, chiedi se ci siano altre sale. No, non ci sono altre sale. Le opere sono tutte lì.
Ridiscendi, ritorni al terminal dei bus, aspetti i tuoi buoni 15 minuti, ti fai altri 10 minuti di autobus e arrivi a Il-Mitħna ta’ Kola e… il mulino non ha neanche le pale. C’è un’opera-una, un grande quadro di Bettina Hutschek (Enryption #3 – Sima Bahous on violence against women in the digital space, November 2025, 2026) appoggiato sul muro perimetrale. Va bene. Prosegui.

Arrivi al Parco Archeologico di Ġgantija e, cercando e aggirandoti fra le varie sale e bacheche (ricordi? le indicazioni sono pressoché inesistenti), e resti archeologici, trovi, udite udite, ben tre-opere-tre, tanto che rifai a ritroso l’intero percorso, per accertarti di non essertene persa qualcuna, sai, non si sa mai…
No, non te ne sei persa nessuna: sono tre le opere esposte. Riprendi l’autobus, fai un cambio, ti rifai i circa venti minuti di tragitto, arrivi al porto. Riprendi il fast ferry, ti rifai i 45 minuti di traversata, e ritorni a La Valletta.
Questa modalità, salvo l’eccezione per Forte Sant’Elmo e l’Armeria dei Cavalieri di Malta, si deve moltiplicare per le altre realtà (perché sono undici i musei e i siti storici a Malta convolti), vale a dire sia per La Valletta che per Birgu.
Inoltre, non c’è una mappa con indicate le collocazioni delle opere (salvo sempre Forte Sant’Elmo, che ha però un unico pannello all’ingresso), che aiuti a trovare le opere di questa manifestazione diffusa, così diffusa che alcune opere sono evaporate (perché non individuate? Disallestite? Come The Economy of Power Pays the Price, 2018, di Mohamed Ibrahim Elmasry), con altre è fortuito l’incontro, come nel Forte Sant’Angelo.
Un piccolissimo segnale, sul muro vicino ad un passaggio, indica che quello era il percorso giusto. Ora: è vero che, come afferma Tom Wolfe, tutto è stato deciso, e, quindi, il pubblico non determina nulla, ma trattarlo in questo modo è un filino poco rispettoso, e la sua dittatura è definitivamente caduta.
Infatti, altro picco sublime si tocca al Museo Navale di Birgu: due opere. Oppure nel Palazzo del Gran Maestro a La Valletta: si trova Untitled, 2018, l’ironica riproduzione della Sistina di Maurizio Cattelan, ma devi attraversare tutti i lunghi corridoi, con le decine di armature o le immense sale con le armi, per trovare poi una sculturina rappresentante un Carne Vale (2026) di Vasco Araújo.


È vero che non è la quantità che fa la qualità, e che, anzi, a volte, la qualità può essere espressa con pochissimi elementi: però, appunto, deve esserci la qualità. È altrettanto vero che una biennale di arte contemporanea dovrebbe (auspicabile un deve) esporre, non dico lavori site specific e appositamente pensati, ma almeno lavori che non abbiano sulle spalle già qualche primavera: se un’opera, ad esempio, è del 2019, in sette anni l’artista ha fatto sicuramente parecchia strada e proprio quell’opera probabilmente appartiene anche a una ricerca ormai chiusa e lontana.
Sicuramente la curatrice internazionale Rosa Martinez (già curatrice della Biennale di Venezia nel 2005) ha voluto dare un respiro internazionale, selezionando, come riportato dal comunicato, circa 130 artisti (poco più della metà artiste donne), provenienti da più di 40 paesi diversi, riunendoli sotto il tema-baule Clean | Clear | Cut, attraverso il quale condurre una ricerca sulle tensioni e le disuguaglianze economiche e il relativo sfruttamento delle risorse. Quindi, Clean dall’inquinamento ambientale, etico ed estetico; un invito a Clear e un Cut per aprire nuove prospettive.


Mathias Gramoso e Roman Gebhardt, Plagio-4 2023-2025
Sebbene alcuni lavori risultino tristemente didascalici (vedi Hooded Woman Seate Facing the Wall, 2003, di Santiago Serra approntato nella sala del Tribunale del Palazzo dell’Inquisizione, e Luma, 2004, di Catalina Tuca nella Sala delle Torture del medesimo Palazzo), altri infelicemente allocati (come Plagio-4, 2023-2025, di Mathias Gramoso e Roman Gebhardt, posizionato in un angolo di un angusto passaggio), spiccano per la forza, finanche poesia, come Bastion of Refugia, l’installazione sonora di Anna Pesonen, che ha trasformato delle infrastrutture militari, in strumenti di trasmissione culturale: una grande scultura in pietra calcarea locale, che solitamente era utilizzata per rilevamenti acustici di minacce militari, diviene una sorta di amplificatore di una pratica vocale della Carelia, ormai praticamente estinta, a causa delle politiche di soppressione linguistica e per lo spostamento della comunità nel corso del Secondo Conflitto Mondiale.
Anna Pesonen, Bastion of Refugia
O nell’installazione Cut Papers #24, 2026, creatasi mediante la performance di Sachiko Abe: migliaia di striscioline di carta ripetitivamente tagliate da fogli, fino a ricoprire per diversi centimetri di altezza, l’intero pavimento.


Oppure il video To Fall with Grace (2022) di Despina Charitonidi, della performance realizzata dalle nuotatrici sincronizzate delle Naiadi in una cava. Movimenti che, fuori dal loro normale elemento, l’acqua, divengono movimenti goffi, per indicare quanto l’agire umano influenza il delicato equilibrio naturale.

Ma anche Estetica dell’apocalisse di Pamela Diamante, un bellissimo lavoro fotografico in cui, mediante dei dittici, mostra il corto circuito che si crea tra un lavoro artistico/finzione e un evento catastrofico naturale/realtà, facendo nascere il dubbio, per la stretta corrispondenza estetica e formale, su quale sia uno (lavoro artistico) e quale sia l’altro (evento catastrofico).

A questo punto si dovrebbero tirare le somme ed elaborare una conclusione.
Ma, viste queste premesse, confesso che non so proprio se sperare in una lenta crescita futura, temendo, invece, che possa rimanere una manifestazione sospesa a metà, funzionale ai protagonisti coinvolti e agli investitori.
- Malta Biennale
- dall’11 marzo al 29 maggio 2026
- https://maltabiennale.art/
- info@maltabiennale.art
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.








