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Un po’ di luce, di Ali Asgari

di Daniela Trincia

Un po’ di luce, di Ali Asgari (2026)

#lascenapiùbella: quando Arash, presa ormai la sua decisione, carica tutto l’ascensore delle sue piante.

Sì, il filo rosso del film è ovviamente la volontà di porre fine alla propria vita e quanto questo gesto coinvolga tutti coloro che hanno legami affettivi, amicali, familiari, col potenziale suicida.

Il tema, di suo, si presenta senza alcun dubbio, come un tema pesante e doloroso. Ma la proverbiale ironia di Asgari, spesso accompagnata da certi paradossi, riesce a rendere accettabile anche un argomento così estremo e molto delicato, qual è quello del suicidio.

Diversi sono gli elementi che rendono la pellicola veramente piacevole, a partire dalla costruzione per sottrazione: ogni scena non è mai sfacciata, ma si sviluppa con un’inquadratura fissa e centrale, che fa solo intuire che qualcosa è accaduto, offrendo la chiave di lettura solo in un secondo momento; i toni sempre pacati, anche quando racconti e situazioni sono carichi di dolore e orrore; i motivi che spingono Arash a prendere la sua decisione estrema.

Non è la depressione, come spesso si pensa, e neanche il presentarsi di una malattia. Ma qualcosa di molto più profondo e vitale, che ricade proprio sul senso della vita, ancor più in un paese che lascia poche speranze e limita anche le cose più semplici, come il teatro e la musica.

Senza dubbio, la scena finale, oltre ad offrire una piccola dose di speranza, infonde leggerezza e ottimismo.

Bello!

Sul FILM: QUI

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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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