Berlinde De Bruyckere – Aletheia. Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Svelare l’evidenza, affinché non se ne perda memoria, è quanto Berlinde De Bruyckere concretizza nei suoi lavori, tanto che John Maxwell Coetzee (Nobel per la letteratura nel 2003 e, nel 2013, curatore del Padiglione Belgio della 55.Biennale di Venezia, designato dall’artista stessa), col quale la De Bruyckere ha un lungo legame di amicizia, sostiene che:

 

le sue sculture esplorano la vita e la morte – morte nella vita, vita nella morte […] nel modo più intimo e disturbante”.

Aggettivo,“disturbante”, più che appropriato, per indicare quel moto di inquietudine, disagio, fastidio, che assale dal profondo davanti alle opere di Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964). Annoverata dal 2004 nel parterre di Hauser & Wirth e, dal 2007, di Galleria Continua, l’artista belga è presente nelle collezioni (sottinteso nella medesima Sandretto Re Rebaudengo), di alcuni importanti musei, quali il MADRE e il MoMa, nonché in importanti esposizioni internazionali, come la Biennale di Venezia e Manifesta (attualmente esposta con due opere nella collettiva Sublimi Anatomie, in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino 6 gennaio 2020).

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo le ha riservato una vasta e imponente personale, curata da Irene Calderoni. Aletheia si sviluppa e occupa, infatti, in tutti gli ambienti della struttura, con sculture e installazioni concepite per la mostra, che presentano i temi cari all’artista, alla base della sua ricerca. Principalmente il dolore e la sofferenza del corpo e la sua vulnerabilità: concetti comuni e universali, che spingono a riflettere sull’esistenza e condizione dell’essere umano, quindi sulla gioia, la sofferenza, l’angoscia, la mortalità, la solitudine e altri sentimenti ed emozioni ad esso afferenti, nella costante compresenza di vita e di morte. Quei sentimenti che si sperimentano immediatamente con le prime installazioni/sculture che si incontrano appena superata la soglia dell’ingresso dove Berlinde De Bruyckere appronta su cinque pallet una smunta stratificazione.

Pelli di cavallo, immerse nella cera, costruiscono queste crude sovrapposizioni e la ripetizione degli accumuli registra e amplifica il perpetrarsi della distruzione, della crudeltà umana nei confronti di questi animali. Senza mai dimenticare il valore simbolico della pelle stessa e la relativa funzione fisiologica. Spietatezza portata all’esasperazione nell’installazione ambientale nella grande sala centrale. Un’atmosfera lunare, pressoché spettrale, pervade tutto l’ambiente il cui pavimento è totalmente ricoperto di un materiale che ricorda la brina cosparsa di sale, utilizzato per conservare le pelli. È con le tracce degli pneumatici che il parossismo emotivo tocca il picco più alto: l’asettica movimentazione meccanica di quelle pelli scorticate dagli animali, spostate, sovrapposte, immagazzinate nella totale assenza di compassione. Il paesaggio quasi siderale, che riproduce gli ambienti dei magazzini frigoriferi, oggettivizza quella freddezza, quell’impassibilità, nel maneggiare tali pelle, alla stessa stregua di qualsiasi altro manufatto industriale. La moltiplicazione dei pallet, alcuni anche impilati, trasmette il senso della grandezza, all’incirca smisurata, della ripetizione dell’operazione e, quindi, della morte e della sofferenza, il tutto svolto quasi con una certa ritualità delle azioni, come in una qualsiasi catena di montaggio. E tutto questo per quale motivo? Per soddisfare quale reale bisogno e necessità?

Tutti i lavori più recenti di Berlinde De Bruyckere sono intensamente influenzati dall’esperienza personale dell’artista che l’ha particolarmente segnata, allorquando ha visitato un laboratorio per la lavorazione delle pelli ad Anderlecht, in Belgio. E in questo luogo, pur pregno di crudeltà e angoscia, alla fine è rintracciabile una certa fascinazione, una certa bellezza anche formale, nell’imperituro dualismo vita/morte, dell’eterna copresenza degli opposti.

Un po’ didascalicamente, nella prima sala, l’artista pone una sommaria rappresentazione dell’animale, rendendolo, però, molto simile al cavallo meccanico molto frequente nei luna park, a sottolinearne la sua trasformazione in oggetto, in qualcosa di inanimato, alla mercé dell’uomo, finanche solo al divertimento. Mentre, nell’ultima, sono presenti delle installazioni a muro: grandi quadri, di memoria poveristica, in cui il macabro collage dei materiali, sembra una raccapricciante trasposizione spoerriana dei tableau-piège, nei quali i residui conviviali sono ormai pezzi indistinguibili di animali, inutilmente sacrificati, in una voluta evocazione dell’attuale periodo storico, dove il riproporsi di alcune forme di violenza e di intolleranza ricordano quella violenza che follemente percorse tutta l’Europa nel secondo scorso.

Info mostra

  • Berlinde De Bruyckere – Aletheia
  • a cura di Irene Calderoni
  • Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
  • via Modane 16 – Torino
  • fino al 15 marzo 2020
  • orari: giovedì dalle 20:00 alle 23:00 (ingresso libero); venerdì, sabato, domenica dalle ore 12:00 alle ore 19:00
  • ingresso: intero € 7,00 – ridotto € 5,00
  • info: 011.3797600 – info@fsrr.org
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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