Non avendo contatti col gotha finanziario o culturale, chi scrive non ha mai frequentato la piscina nel cortile dell’Hotel Arlatan, come, invece, ha fatto Enrico Ratto che, in tal modo, nel suo scritto per la “Rivista Studio”, ha potuto constatare che «qualcosa è andato storto ad Arles» se alcuni equilibri e investimenti si stanno accentrando e concentrando in specifiche realtà, lasciandone fuori molte altre, snaturando un po’ quello che è lo spirito culturale della città provenzale e, di riflesso, anche del Festival.
Resta il fatto che, al di là delle possibili storture, della rabbia contro Airbnb, contro il rumore delle rotelle dei trolley, il Festival Les Rencontres d’Arles 2025, sempre per la scrivente, mantiene tuttavia un altissimo livello, ancor più se paragonato agli standard del Bel Paese. Allestimenti accuratissimi, personale impeccabile, scelte curatoriali ogni volta sorprendenti e ineccepibili, con tante proposte, spesso inedite, altre sorprendenti.

immagine per Les Rencontres d’Arles 2025
Les Rencontres d’Arles 2025

Si veda, ad esempio, quella dedicata al grande stilista francese dall’asciutto e indicativo titolo Yves Saint Laurent e la fotografia.

Poteva presentarsi come uno stucchevole e stanco panegirico del grande couturier. Invece, attraverso un percorso cronologico sviluppato su due tracciati paralleli, con l’esposizione di circa 80 immagini, sono stati affiancati momenti della vita pubblica con quelli più privati, ritratti, momenti delle sfilate, modelle con le sue creazioni, realizzate dai fotografi del calibro di Avedon, Bailey, Beaton, Doisneau, Lartigue; abbinate a circa 200 oggetti tra cui foto personali estratte dai suoi album di famiglia, cimeli vari. Raccontando, così, non solo l’artista, ma anche l’uomo, in alcune delle sue sfaccettature lontane dai riflettori. Al contempo, nell’insieme, ben descrivono la società dell’epoca.

Altrettanto sorprendente è stato Il mondo di Louis Stettner (1922-2016), raccontato mediante 150 fotografie nello spazio Van Gogh (luogo che, è bene evidenziare, espone sempre delle vere chicche).

Statunitense di nascita, Serge Lasvignes lo definì come uno «straordinario osservatore della seconda metà del XX secolo. Tra la Francia e gli Stati Uniti, con un piede in ognuno dei continenti». Oltre ad aver cristallizzato momenti, quasi onirici, della quotidianità dei piccoli gesti e delle persone comuni (vedi il mozzo sul pontile, o la signora altolocata all’interno di un’automobile), incluse le questioni sociali e politiche dei suoi anni (non bisogna dimenticare che è stato uno dei pochi fotografi autorizzato a documentare le rovine di Hiroshima, come anche le lotte femministe, antirazziste e dei lavoratori), ha realizzato i due lavori Penn Station e Nancy, the Beat Generation, i quali hanno giustamente ottenuto un riconoscimento pressoché universale.

Un taglio con uno sguardo molto più allargato sulla vasta produzione è quello dato da Walter Guadagnini nella mostra Letizia Battaglia | Sempre alla ricerca della vita.

Attraverso fotografie, libri, giornali, riviste, è stata ben messa in evidenza la diversità della sua espressione artistica, volendo superare il ristretto confine delle immagini di mafia entro cui, troppo spesso, è fissamente relegata e associata. Ne esce, così, finalmente, il ritratto di una Letizia Battaglia fortemente impegnata nel sociale (tra i tanti, si vedano gli scatti dedicati agli ospedali psichiatrici), curiosa dei mutamenti dei costumi dell’epoca, non solo della sua città natale, Palermo, ma anche delle altre parti del mondo, dall’Islanda all’Unione Sovietica, dagli USA alla Turchia, perché «la fotografia […] è il mondo».

Ma ciò che ha veramente incuriosito è stata la presenza di ben due mostre, pressoché sovrapponibili: Padre di Diana Markosian, e Alla ricerca del padre di Camille Lévêque, che, immediatamente, hanno richiamato alla memoria Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah e 20.12.53-10.08.04 di Moira Ricci. Con le dovute differenze, tutti i lavori raccontano di un’assenza (di un genitore) e del grande vuoto che questa crea nell’animo (della prole).

Diane Markosian, oltre ai suoi scatti, attraverso documenti e video, racconta come due destini, violentemente separati (la madre, nottetempo, scappa dall’allora Unione Sovietica, verso gli Stati Uniti, portando con sé i figli, lasciando un secco biglietto di saluti al marito), il suo e quello del padre, si siano costantemente cercati; di come, una figlia e un padre, abbiano vissuto quest’assenza; di come, dopo tanti anni, ben quindici anni, si siano ritrovati e, nonostante il possibile affetto, di fatto sono due sconosciuti.

Con un lavoro durato dieci anni, Camille Lévêque ha cercato di capire cosa rende buono o cattivo un padre, il suo ruolo nella società e ciò che rappresenta, attraverso immagini riprese da riviste, da album di famiglia, libri, oggetti vari (quelli regalati ai papà) e altro.

 

Avendo perso il padre in tenera età, Carlos Idun-Tawiah ha ripreso, negli album di famiglia, quelle foto che testimoniavano momenti salienti della sua vita, inserendovi l’immagine del padre, affinché fosse stato anche lui al suo fianco.
Prassi adottata anche da Moira Ricci che, però, ha ripreso quelle della madre, scattata nell’arco della sua vita, e ha inserito la propria immagine, in modo tale da aver condiviso con lei anche quei momenti in cui Moira non era ancora nata.

Mostre che assegnano alla fotografia ulteriori significati e ruoli: quello di rimarginare una sofferenza e una profonda tristezza.

Informazioni Les Rencontres d’Arles 2025 – Festival di Fotografia

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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