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60a Biennale di Venezia. Passeggiando per i Padiglioni

di Daniela Trincia

A causa, oppure, grazie all’anemica omologazione dei Padiglioni alla tematica proposta da Adriano Pedrosa, curatore della mostra internazionale della 60a Biennale di Venezia, Stranieri ovunque, si apprezzano ancora di più quei Padiglioni che hanno declinato in maniera originale il concetto di “stranieri”.

Un’omologazione, quella di questa edizione, con risultati deboli, accademici, artigianali, leziosi, scolastici, che sembra dovuta ad una ricerca degli artisti con Google, tramite generiche parole chiave, e non a un’attenta ricognizione tra quegli artisti che conducono interessanti ricerche nei rispettivi paesi.

Nota bene: i Padiglioni che si allontanano dal tema della Biennale non lo fanno per insensibilità o disinteresse, ma per una maggiore attenzione alla ricerca portata avanti proprio da quegli artisti, alcuni in infinite difficoltà e precarietà.

Può essere ripetitivo soffermarsi sul Padiglione Australia che, come vincitore, ha già avuto la giusta attenzione.

Pavilion of AUSTRALIA – kith and kin. 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda. Courtesy: La Biennale di Venezia

Altrettanto può esserlo esaminare il Padiglione Germania che, con la mastodontica installazione, totale e totalizzante, di Ersan Mondtag col suo Monument eines unbekannten Menschen, ha similmente richiamato il generale interesse.

Pavilion of GERMANY – Thresholds. 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo by: Matteo de Mayda. Courtesy: La Biennale di Venezia

Elencandoli in ordine sparso, ecco quei padiglioni che, in modi diversi, si distinguono dal generale appiattimento dovuto al vano tentativo di rispondere ad un tema che, almeno nelle intenzioni, vuole eliminare certi divari, mentre, nella realtà, li rafforza, in una posizione ancora più colonialista e divisiva.

A destare una piacevole sorpresa per l’argomento, per la resa formale, per l’allestimento, per il tempo di osservazione e di raccolta dei materiali, è di certo il Padiglione Singapore, curato da Haeju Kim.

Perché l’artista, Robert Zhao Renhui, ha impiegato diversi anni per collazionare gli elementi con i quali ha poi realizzato la sua avvolgente installazione ambientale Seeing Forest che, in qualche modo, evoca la “camera delle meraviglie”, attraverso l’assemblaggio di materiali trovati, video e sculture.

Ponendosi in quella zona liminale delle foreste secondarie (aree boschive rigenerate su superfici precedentemente danneggiati dall’uomo) presenti a Singapore, situate a metà tra i luoghi urbanizzati e le foreste primarie, l’artista esplora le diverse forme di vita che le abitano, testimoniando e denunciando quanto la presenza umana (se non attentamente pianificata) danneggi e rovini il delicato equilibrio ambientale che la natura, a fatica e lentamente, tenta sempre di riportare a una stabile coesistenza.

Si vedono, così, piccoli e grandi animali selvatici che, tra rovi e rifiuti, si spingono fino ai margini delle strade o delle abitazioni. La loro presenza attesta l’assoluta mancanza di attenzione e cura (e rispetto) da parte dell’uomo.

Un chiaro invito a riflettere su quanti danni si stanno irreversibilmente provocando nell’ambiente che ci circonda.

Nata nel 1970 a Leningrado, nel 1989, per fuggire alle persecuzioni politiche, non ancora ventenne, Anna Jermolaewa è emigrata a Vienna come rifugiata e la sua presenza nel Padiglione Austria (curato da Gabriele Spindler) incarna esplicitamente il tema della Biennale.

Però, partendo dalla propria esperienza individuale, nell’installazione Rehearsal for Swan Lake, l’artista ha enormemente allargato lo spettro di significati parlando della resistenza pacifica contro i regimi autoritari.

Il lago dei cigni di Čajkovskij, allorquando si verificano disordini politici, era il programma trasmesso per giorni dalla televisione sovietica, fin quando tutto non fosse rientrato nella normalità. Così, Anna Jermolaewa ha realizzato un video con le prove di questo balletto come ad auspicare un cambio del regime.

Completa questo lavoro, la presenza della sbarra di esercitazione ad indicare un tempo presente nonché un invito a compiere i passi di danza per una silenziosa contestazione contro tutti gli attuali regimi autoritari presenti nel mondo.

Una resistenza resa ancor più esplicita con The Penultimate, un insieme di sedie e sgabelli sopra cui ha posto i fiori e le piante simbolo di diverse rivoluzioni popolari. E la presenza di cabine telefoniche del campo profughi di Traiskirchen di nuovo abbatte la distanza temporale e geografica delle vicende umane e politiche del mondo.

Un dentro che è un dentro, un fuori che è un fuori, è stata la trasformazione del Padiglione Cecoslovacco che, diversamente dalle edizioni recenti, non ha alternato opere della Repubblica Ceca con opere della Repubblica Slovacca, bensì ha optato per la presenza di entrambe le repubbliche, che ha voluto invitare ad una visione diversa del rapporto con la natura.

Quindi, all’interno del Padiglione, curato da Hana Janečková, l’installazione The heart of a giraffe in captivity is twelve kilos lighter di Eva Koťátková, invita lo spettatore ad entrare all’interno, del corpo e delle emozioni, della giraffa Lenka, catturata in Kenya nel 1954, trasportata allo zoo di Praga (quindi straniera per eccellenza), sopravvissuta in cattività per soli due anni, il cui corpo fu esposto nel Museo Nazionale di Praga fino al 2000.

Mentre il fuori, l’esterno del Padiglione, è un apparente prosecuzione del paesaggio dei Giardini. Curato da Lýdia Pribišová, Floating Arboretum di Oto Hudec, in realtà è un ipotetico arboreto nel quale sono riprodotti quegli alberi, presenti anche nei Giardini (e, per traslazione, nel mondo intero), minacciati dagli attuali cambiamenti climatici e, per ciò, messi a dimora.

immagine per Pavilion of CZECH REPUBLIC and SLOVAK REPUBLIC, Slovak representation, Oto Hudec and the team of authors, Floating Arboretum, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo by: Oto Hudec.
Pavilion of CZECH REPUBLIC and SLOVAK REPUBLIC, Slovak representation, Oto Hudec and the team of authors, Floating Arboretum, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia. Photo by: Oto Hudec.

In Exposition coloniale di Aleksandar Denić, nel Padiglione Serbia, curato da Ksenija Samadržija, è come entrare nel set di A est di Bucarest o Goodbye, Lenin!.

Una grande installazione che, mirabilmente, rimarca l’impatto che le differenti forme dell’odierno colonialismo (culturale, economico, politico) hanno sui popoli.

Con un tono giocoso (il vecchio e interattivo jukebox con un fantastico repertorio musicale, sicuramente amplifica quest’atmosfera allegra), fisicamente permette di esperire il passaggio di un confine, da una realtà all’altra, facendo, cioè, materialmente sentire ogni spettatore uno “straniero”, un “migrante”, che attraversa quella immateriale linea geopolitica, per far avvertire, sulla propria pelle, ciò che era e ora non è più, quelle atmosfere perse, non con un senso di nostalgia, ma per la silenziosa azione (a volte pacifica, a volte violenta) di sostituzione e, quindi, di perdita e alienazione.

In conclusione, forse, è proprio questa una delle conseguenze più tragiche della migrazione, del colonialismo: la perdita della propria identità.

  • La 60a Esposizione Internazionale d’Arte, a cura di Adriano Pedrosa, è aperta al pubblico fino a domenica 24 novembre, ai Giardini e all’Arsenale.
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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