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Shit and Die. La circolarità esistenziale

di Daniela Trincia

Durante i giorni di Artissima, visitare la “mostra di Cattelan” era una sorta di must: non potevi non visitarla, altrimenti sciagura su di te. Il dialogo, chiunque incontrassi, come in un tacito rituale, era pressappoco: “… e hai visto la mostra di Cattelan?”. “Sì, l’ho vista”, “E come ti è sembrata?”, “Bella / Mi è piaciuta” e così via, con tutte le possibili varianti dell’aggettivo, dagli entusiastici superlativi al moderato e quasi accondiscendente “carina”. Ma, a parte la gamma valutativa, il giudizio era pressoché unanime, e rare sono state le voci fuori dal coro. Per questo mi sono continuata a chiedere per giorni: “perché questa mostra è bella? Perché sono quasi tutti concordi nel dire che sia bella? Cosa c’è di bello in questa mostra? Se ne parla così tanto perché è curata da Maurizio Cattelan, l’ “italian factory man”? Se la curatela fosse stata di qualcun altro, avrebbe riscosso lo stesso successo?”. E la prima risposta credo che sia proprio in questo: far nascere domande e spingere a parlarne, a confrontarsi. Probabilmente anestetizzati dai mostrifici (o, peggio ancora, dagli eventifici), negli ultimi tempi, si contano quasi sulle dita di una mano quelle mostre che lasciano un seguito dentro, non vorrei esagerare nel dire nell’animo, ma almeno nella mente. E allora, di nuovo, “perché? Perché è una bella mostra?”. Perché è talmente diretta che solo se si vuole approfondire, è necessario leggere, altrimenti il messaggio arriva senza distorsioni, immediato? Perché parla di un tema ultimamente rimosso, raramente affrontato: quello della morte (che, invece, è stato il fulcro dell’arte, fino almeno a tutto il 700), che arriva dopo una vita? Perché delle opere scelte, seppure con significati multipli, contestualizzate nelle stanze di Palazzo Cavour e in dialogo con altri lavori, perfettamente si piegano al significato semplice e generale dell’esposizione intera, esasperando quello della caducità? Perché, nonostante possa apparire in alcuni passaggi didascalica, si articola in un percorso che è un crescendo, che di sala in sala costruisce l’ansia della fine? Perché lascia aperte numerose riflessioni e diversificati spunti? Perché ogni riflessione ne porta altre nuove, anche contrarie (è così, ma potrebbe anche essere colà, ma la prima non esclude l’altra)? Per la facoltà di rispolverare nella memoria dei torinesi alcuni episodi della città e, nei non torinesi, di spingere a guardare questa città con occhi diversi, scoprendone certi aspetti poco noti ma fondanti dello stato attuale di Torino stessa, fonte principale di ispirazione, inclusa quell’atmosfera di mistero che porta con sé, sempre in bilico tra sacralità e esoterismo? Perché so-prat-tut-to prende spunto dall’arte stessa, si genera e trae vita dalla linfa dell’arte passata e presente (e non come solitamente accade nelle mostre che prendono le mosse da scritti letterari)?

A queste domande, ognuno ne potrebbe aggiungere altrettante.

Tutto questo è lapalissiano sin dall’ingresso, dallo scalone d’onore le cui pareti sono completamente tappezzate da quarantamila banconote da un dollaro (The Hug, installazione site specific di Eric Doeringer). Nonostante le polemiche legate alla similitudine di questo lavoro con quello del torinese Gianni Colosimo (che a sua volta accusa di plagio Hans Peter Feldmann con l’opera realizzata al Guggenheim di New York in seguito all’assegnazione del The Hugo Boss Prize nel 2010), l’abbraccio immersivo di Doeringer avviluppa il visitatore, catapultandolo in atmosfere diverse. Come un nuovo Paperon de’ Paperoni anziché nuotare, col sottinteso monito “guardare ma non toccare”, attraversa questa quasi illimitata opulenza. In una serialità pressoché infinita, che fa l’occhiolino alla riproducibilità dell’arte, all’originale e alla copia, allo stesso tempo ammicca al simbolo stesso di quello che nell’immaginario collettivo è considerato l’emblema stesso della ricchezza: il dollaro. Moneta unica e incontrastata della globalizzazione anche commerciale, è un dollaro che può fare la differenza fra un ricco e un povero. Chi non può infatti ricordare Una poltrona per due, tormentone natalizio dell’ultimo decennio? Così, ogni sala, si sviluppa su due livelli paralleli e sovrapponibili, quello specifico, legato appunto alla città di Torino, ai suoi aneddoti, al suo patrimonio storico, culturale e monumentale (non si può tralasciare il dettaglio affatto trascurabile che la mostra è allestita all’interno di Palazzo Cavour, del palazzo cioè che è stata la residenza di Camillo Benso Conte di Cavour colui al quale maggiormente si deve l’unità d’Italia e che molti oggetti, inseriti nella mostra sono stati prelevati in altrettanti musei sparsi per la città), e uno più generale, congiunto a quello della mostra stessa. Ogni sala oscilla, cioè, simmetricamente tra l’individuale e l’universale, il singolo e il collettivo (collettività anche nell’accezione della multiculturalità, che si traduce con Plan A(B)CD, di Pascale Marthine Tayou, che da vicino ricorda il mercato di Porta Palazzo); il locale (come i trenta ritratti di personalità di Torino, da Oscar Farinetti a Piero Chiambretti, a Sergio Marchionne, da Gianni Minà a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, finemente raccolti nella sezione In event of moon disaster, titolo di un documento riservato che istituiva un’unità di crisi e le relative procedure in caso di fallimento dell’allunaggio del 1969) e il globale; lo scientifico e la “ciarlataneria” (come le teorie di Cesare Lombroso, che qui è ricordato dalla presenza della forca originale utilizzata tra il 1850 e 1865 e conservata nell’omonimo museo); l’artigianale e l’industriale (che è rievocato nella terza sala, con la ricostruzione degli interni dell’unità residenziale di Talponia, commissionata da Adriano Olivetti e progettata da Gabetti e Isola alla fine degli anni Sessante); il sensuale e l’erotico, il femminile e la libido (evidenziata nella sezione Double Trouble, che vuole sottolineare una declinazione del potere, tradotto in “desiderio”, come nelle Polaroids di Carlo Mollino, che si confrontano con Dorina di Carol Rama). In sintesi, il verso e il recto della stessa medaglia, ovvero le One Hunded Live and Die di Bruce Nauman, cui la triade curatoriale (perché, oltre a Maurizio Cattelan, la mostra è stata curata anche da Myriam Ben Salah e Marta Papini), mutua il titolo. Così manufatti e storie raccolti per la città che hanno creato un personale album di Torino, si mischiano ai sessantuno artisti presentati nelle sette sezioni in cui la mostra è idealmente suddivisa, caratterizzate ognuna da uno specifico tema. Dopo aver reso omaggio a Aldo Mondino per il suo interesse al misticismo e aver indagato alcuni aspetti della vita, compreso quello del sesso, la mostra inizia il suo memento morti, monito che non può che suscitare una certa e ragionevole paura. Quel terrore espresso da Bambina di Myriam Laplante, che trema addirittura anche davanti al semplice oscillare di una lampadina (Cleopatra di Petrit Halilaj). Perché ogni vita ha il suo tempo, lungo o breve che sia, ma sempre destinato a finire (e il lento segare di un tronco da parte di Julius von Bismarck nel suo video Eiche ab baum, lo esprime senza ombra di dubbi). Quell’avvicinarsi, nel corso di ogni esistenza, tanto così alla morte, sfiorandola senza mai toccarla, sensazione ben tradotta da Installation with two fans, di Roman Signer. Si può anche decidere di non vivere, di mettersi sotto vuoto (nella sezione Fetish), ma il tempo (Work n. 112, Thirty nine metronomes beating time, one at every speed, di Martin Creed) alla fine presenta il suo conto, e allora è lo sconquasso (con la macchina di Florian Pugnaire and David Raffini). Quindi, ognuno può fare tutto quello che desidera, ma alla fine, materialmente, il risultato dell’esistenza stessa è la deiezione (mangi, ti nutri e defechi) e la morte (vivi, agisci, compi delle azioni e muori), il tutto detto forse in modo cinico, ma realistico e schietto, senza veli o panegirici. E, in un concetto di assoluta circolarità, tutto ha un prezzo, la vita come la morte con le spese per il funerale, ed ecco che si riattraversa The Hug, stavolta come abbraccio finale.

  • Shit and die
  • Palazzo Cavour, via Cavour 8 – Torino
  • 6 novembre 2014 – 11 gennaio 2015
  • Organizzazione generale di One Torino è affidata ad ARTISSIMA
  • Ingresso: € 5,00
  • Orari: martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica: 11,00 – 19,00; giovedì: 15,00 – 21,00
  • (aperture straordinarie: venerdì 26 dicembre 11,00 – 19,00; giovedì 1 gennaio: 15,00 – 21,00; lunedì 5 gennaio; 11,00 – 19,00)
  • Info: info@artissima.it – press@paolamanfredi.com – t. 011.19744106
immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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