Paul Graham – La Blancheur de la baleine. Arles, Église des Frères Prêcheurs

Inaugurata il 2 luglio, in occasione della 49ma edizione de Les Rencontres de la Photographie di Arles, la personale di Paul Graham, ribadisce quanto la fotografia sia ancora in grado di documentare ed esprimere la vita quotidiana, con le sue complicazioni e implicazioni, i suoi risvolti, le sue mancanze e la sua normalità. 

Inclusa nella sezione America Great Again!, e curata da Christopher McCall, La Blancheur de la baleine  (così il titolo della mostra), con indiscussa precisione prova, infatti, che “la fotografia è il mezzo migliore per catturare i tremori che ci ricordano che il mondo sta cambiando”, come espresso con chiarezza nel concept della rassegna Arles2018, quest’anno dall’allusivo titolo Retour vers le futur. Con una certa radicalità, si può, addirittura, azzardare e sostenere, che è il linguaggio che attualmente più adeguatamente registra, documenta, testimonia e narra l’ordinarietà di tutti i giorni, costruendo la memoria storica e sociale. 

Nato nel 1956 a Stafford (Regno Unito), Paul Graham da anni vive a New York City, trasformata in sfondo, in quinta scenografica, delle sue immagini.

Ma è la Grande Mela dei marciapiedi, brulicanti di vita, dove le esistenze corrono parallele, si sfiorano, raramente si incontrano, all’ombra degli alti grattacieli, che non si vedono, ma si intuiscono soltanto. È la New York del business. Ma anche la New York degli homeless. O meglio: focalizza le diverse anime della Big Apple e degli States che, in fin dei conti, sono le molte anime di tante grandi città, che convivono “in silenzio”.

Con un impeccabile allestimento, che si armonizza e abilmente risolve le complicazioni presentate dagli ambienti dell’Église des Frères Prêcheurs, attraverso l’alternarsi di grandi e medi formati La Blancheur de la baleine riunisce tre serie realizzate negli Stati Uniti tra il 1998 e il 2011 [American Night (1998–2002), A shimmer of possibility (2004–2006) e The Present (2009-2011)], nelle quali egli sviluppa delle riflessioni sul sociale e sulla sua quotidianità, calandosi, con disinvoltura, nel solco tracciato dagli streetphotographer americani.

La Grande Balena ingannatrice, cui le persone approdano ignorandone la “tradimentosa” realtà, il cui bianco rimanda al pallore della morte.

Un biancore di cui, però, non si è ancora compreso perché suscita un richiamo così grande, originalmente formalizzato nella serie American Night. Nelle fotografie di grande formato, attraverso la combinazione di immagini sovraesposte, Paul Graham ha creato quell’atmosfera lattiginosa, indefinita, nebulosa e confusa, che in maniera indistinta consente, però, di intuire tutte quelle nette distinzioni sociali caratterizzanti la società statunitense. Foto che hanno la destrezza di far sentire lo spettatore avvolto in quell’aria caliginosa, trasmettendo quel senso di asfissia, di immobilità, di impossibilità di ribaltare scenari che appaiono definitivamente cementati e sedimentati. 

Anche in A shimmer of possibility Paul Graham riflette sul corto circuito esistente tra la narrazione del Paese delle possibilità, delle opportunità, e la realtà di vita disagiata di milioni di persone.

Immagini che costruiscono delle “storie” attraverso l’individuazione di dettagli capaci di suggerire un “prima”, di cui ognuno può immaginare le diverse versioni. Così è il bordo liso della manica del giacchetto, il marchio di un centro di bowling, il nero sotto le unghie, i capelli incolti; o gli ossi di alette di pollo sparsi a terra, il contenitore di rifiuti utilizzato come piano di appoggio per raschiare uno dei tanti “gratta e vinci”; o il seguire una coppia che ha fatto degli acquisti a un supermercato e a piedi si reca presso la propria abitazione, soffermando lo sguardo sugli oggetti acquistati, sul loro abbigliamento, sulla strada percorsa, sulle case che fiancheggiano le vie, sono, questi, tutti particolari che narrano l’esistenza di persone che vivono ai margini della società, senza alcun compiacimento e giudizio, ma pura osservazione. 

Infine, The Present, con uno sguardo attento, coglie assonanze, similitudini. I dittici e i trittici di grande formato, approntati in posizione angolare, oppure sovrapposti, o a filo della parete, trasmettono il vortice della midtown.

Un addetto della sicurezza che esce da un caffè con un sacchetto di plastica in mano, trova corrispondenza con un altro addetto sempre della sicurezza, che esce dallo stesso caffè, con lo stesso sacchetto, con la stessa postura (8th Avenue and 42nd Street, 17th August 2010, 11h 23’ 03’’); o il passaggio di un uomo con la benda su un occhio, seguito da un uomo che strizza lo stesso occhio; oppure il transito di un indiano con turbante prima e di un ebreo con kippah dopo (Broadway, 3rd June 2010, 14h 10’ 12”). [daniela trincia]

Paul Graham – La Blancheur de la baleine

  • LES RENCONTRES DE LA PHOTOGRAPHIE – Arles 2018 RETOUR VERS LE FUTUR
  • Église des Frères Prêcheurs
  • Dal 2 luglio al 23 settembre 2018
  • Biglietti: ONLINE: €29 — Ridotto: €24; ON SITE: €36 — Ridotto: €31
Daniela Trincia

Daniela Trincia

Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cul(ture)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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