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Collettivo Open Group. YEARS e l’inesprimibile. Alla Tenuta dello Scompiglio

di Daniela Trincia

Come si può parlare di guerra, senza far vedere la guerra? Come si può parlare di morte, senza far vedere la morte? Come si può consegnare la percezione del trascorrere del tempo, senza parlare di tempo? Come si può infondere il dolore e la sofferenza, senza mostrare il dolore e la sofferenza? E come si può esprimere l’inesprimibile?
È questa l’impresa, pressoché impossibile, che è riuscita a compiere il Collettivo Open Group. Con la curatela di Angel Moya Garcia, nello SPE della Tenuta dello Scompiglio, il collettivo (formato da Yuriy Biley, Pavlo Kovach, Anton Varga) ha modellato una monumentale installazione site specific, realizzata proprio per lo Scompiglio, dal sintetico, o meglio, lapidario titolo YEARS.

immagine per Open Group (Yuriy Biley, Pavlo Kovach, Anton Varga), Warszawa, Poland 2024, photo by Jacopo Salvi _ Zachęta archive
Open Group (Yuriy Biley, Pavlo Kovach, Anton Varga), Warszawa, Poland 2024, photo by Jacopo Salvi. Zachęta archive

Perché, in effetti, il Collettivo ci parla proprio di lapidi. Contrariamente alla prassi comune, però, qui, non abbiamo l’Α e l’Ω; abbiamo solamente l’Ω, solamente la fine, solo lo scarno anno di morte.

Addentrandosi nella penombra, è il caso di dirlo, catacombale, liberamente si può attraversare la selva di numeri degli anni, la schiera silenziosamente racconta tanto, troppo. Perché troppo è il dolore che una guerra provoca. Troppo è il dolore di un’assenza. Un’assenza di cui rimane la triste traccia di una lapide tra le lapidi. Anonima lastra di marmo. Che diviene storia e amorevole, doloroso ricordo nella memoria di coloro che hanno conosciuto la persona eternamente sistemata al di là della lapide.

Dodici tombe, rappresentate da dodici schermi, che ricalcano la posizione di quelle lapidi: a terra, in alto, a destra, in basso. Dodici lapidi che conservano e proteggono altrettanti corpi. Quelli di soldati/volontari, deceduti in Ucraina, in questi anni di guerra con la Russia.

Una ripresa fissa che risente di quello che accade intorno. Un cimitero, posto non lontano da una strada, che custodisce queste tombe. E così, la videocamera lasciata davanti a ciascuna tomba, riprende il passaggio di una macchina, il cadere della pioggia, il susseguirsi di passi, il passaggio del sole. Dalle otto del mattino, per lente dodici ore, fino alle otto della sera. Da quando apre a quando chiude il cimitero. Il tempo in cui un familiare potrebbe andare a trovare il proprio caro. Orari che, perfettamente, corrispondono a quelli reali.

Dodici lapidi che vogliono ricordare. Che vogliono ostacolare l’oblio. Dodici persone che, per strane coincidenze, in qualche maniera erano tutte collegate, anche senza conoscersi direttamente. Accumunati dalla morte violenta in guerra. E passare attraverso queste lapidi, trasforma lo spettatore in una persona che rende omaggio a questi morti, che ne perpetra la memoria.

Diviene, così, un’esperienza non solo uditiva e visiva, ma anche emotiva. Perché l’installazione, che può anche essere interpretata come una forma diversa di monumento, nella sua interezza, crea un coinvolgimento fisico pressoché totale e totalizzante.

Nonché una trappola per l’immaginazione, perché viene chiamata in causa per completare l’invisibile, l’assenza, la narrazione, quasi invitando a rispondere a domande non espresse: quanti anni avrà avuto? Come sarà morto? Era una persona felice? Avrà avuto dei figli? Aveva i capelli lunghi? La barba? Gli occhi verdi?

Domande che rimangono (ovviamente e giustamente) senza risposta, ma che accompagnano i passi del visitatore.

Informazioni Collettivo Open Group | YEARS

  • A cura di Angel Moya Garcia
  • fino al 1° marzo 2026
  • Tenuta dello Scompiglio, Vorno (LU)

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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