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Bernd & Hilla Becher. Storia di un Metodo. Becherklasse. History of a Method

di Daniela Trincia

Solitamente, tutto ciò che è giudicato non gradevole, non armonioso, non equilibrato, è categorizzato come qualcosa di “brutto”, giacché risultante da una mancanza, da una deviazione. Nonostante Victor Hugo abbia efficacemente osservato che “il bello non ha che un tipo, il brutto ne ha mille”, al concetto di brutto viene consegnato anche un valore negativo. Tuttavia, “l’estetica del brutto”, da sempre, denuncia le storture sociali e le sue ipocrisie. Utile, quindi, a far riflettere, in quanto disturbante, spesso dissacrante, in grado di scardinare la convenzionalità, la superficialità e gli stereotipi del bello.

Attraverso il loro lunghissimo lavoro fotografico, che ha preso avvio sul finire degli anni Cinquanta, i coniugi Becher, Bernd (1931 – 2007) e Hilla (al secolo Hiltrud Helga Anna Wobeser, 1934 – 2015), hanno indicato come l’equilibrio e le proporzioni siano rintracciabili anche in quelle architetture e strutture industriali solitamente ignorate, perché, generalmente, ritenute anonime e di scarso valore estetico. Dimostrando, invece, che il bello può risiedere anche laddove, di primo acchito, la sensibilità diffusa non sente appagato il proprio gusto estetico.

Paesaggi industriali
Impianti industriali: la miniera di carbone Ewald Fortsetzung
Un oggetto, diversi punti di vista (Svolgimenti)
Tipologie
Case. Un oggetto in varie forme di rappresentazione: le case a graticcio
Sculture anonime
Bernd Becher: prime opere
Hilla Becher: prime opere
Bernd & Hilla Becher

Attraverso l’elaborazione di un preciso metodo, che è riuscito a rendere evidente una bellezza intrinseca latente. Così, le immagini realizzate nel corso degli anni sono una sorta di foto segnaletiche che agevolano, appunto, l’individuazione di specifiche tipologie di architetture.

E la grandezza della coppia, oltre all’elaborazione di tale metodo e alla formazione di tutta una generazione di fotografi (della cosiddetta Scuola di Düsseldorf), all’esaltazione di quelle determinate architetture, trattate come sculture, realizzando dei veri e propri ritratti, è quella di aver creato, parallelamente alla loro attività di fotografi, un prezioso archivio di quelle strutture che, col tempo, all’indomani della loro dismissione, si sono perse, consegnando la memoria di qualcosa che, altrimenti, sarebbe andato definitivamente dimenticato.

La loro grande intuizione è stata, infatti, quella di aver dato avvio a questo archivio proprio nel momento del tramonto dei grandi impianti industriali.

Tutto ciò è splendidamente presentato dalla Fondazione MAST di Bologna, nella mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel.

Studente di pittura e tipografia lui; fotografa lei, si conoscono alla Kunstakademie di Düsseldorf, dove entrambi studiavano. Mentre, in seguito, Bernd vi ha insegnato per circa vent’anni, fino al 1996, formando, nella cosiddetta Scuola dei Becher (nota anche come Becherklasse o Scuola di Düsseldorf) alcuni dei fotografi che a tutt’oggi hanno riconoscimenti internazionali, tra cui Thomas Ruff, Thomas Struth, Andreas Gursky e Tata Ronkholz, ai cui lavori, di proprietà della Fondazione, è stata riservata una piccola sezione espositiva, a completamento dell’attività dei coniugi.

Da subito, i Becher, documentano l’architettura industriale e le strutture in ferro e acciaio della Ruhr (come serbatoi idrici, cisterne, altiforni, torri di raffreddamento, gasometri, silos o altre forme di impianti industriali, nonché case che presentano una simile impostazione industriale).

Perché, negli anni Sessanta, nel momento di massimo declino di tali impianti, strettamente collegato al collasso dell’economia industriale assolutamente collegato ai grandi cambiamenti dell’economia globale, i Becher iniziano a fotografarli (i primi sono quelli della Ruhr, del Siegerland e della vicina Olanda), intuendo la portata storico-sociale di quei manufatti che, per circa un secolo, avevano, in modi diversi, caratterizzato, non solo i centri urbani, ma l’intero panorama urbano e rurale.

Divisa in dieci sezioni, la mostra fa agevolmente e immediatamente cogliere il metodo, il criterio scientifico, da loro messo in atto, applicato all’oggetto ritratto: la definizione di una tipologia, l’utilizzo del banco ottico (allineandone diversi su treppiedi o, addirittura, su scale alte anche tre metri), l’inquadratura centrale e leggermente sopraelevata, una visone completa dell’oggetto (mediante scatti realizzati intorno all’oggetto con una rotazione, ogni volta, di 45°), uno sfondo asettico (sostanzialmente un cielo leggermente nuvoloso), una luce diffusa, una lunghissima esposizione; tutti elementi della cosiddetta “visione oggettiva”, scevra da ogni idealizzazione.

Nella serialità degli scatti e, quindi, nell’allestimento a serie e a griglie, le sezioni si focalizzano sui Paesaggi Industriali, sugli Impianti Industriali: la miniera di carbone Ewald Fortsetzung, Un oggetto, diversi punti di vista (e qui è impossibile non soffermarsi sulla poeticità dei Tralicci dell’alta tensione), sulle Tipologie (le Torri di raffreddamento, di estrazione, idriche, i Gazometri),sulle Case (soprattutto quelli a graticcio), sulle Sculture Anonime, si individua sì la tipologia ma, da subito, si coglie come ogni elemento presenti specifiche peculiarità architettoniche, derivanti dalle infinite variabili, a partire dal contesto stesso in cui sono impiantati tali complessi industriali.

Attraverso le oltre 350 fotografie originali esposte, oltre alla piena comprensione del metodo dei Becher, si coglie anche il grande contributo storico-artistico che i coniugi hanno dato con i loro scatti, superando lo stesso concetto di fotografia documentaristica, avendo, infatti, trasformato le strutture anonime in monumenti di memoria, definitivamente oltrepassando la scissione tra “bello” convenzionale e “brutto” industriale”, togliendo per sempre dall’oblio un intero panorama sociale e culturale.

Informazioni: Bernd & Hilla Becher.  History of a Method

Fondazione MAST
via Speranza 42
I-40133 Bologna
fino al 27 settembre 2026
www.mast.org
press@fondazionemast.org

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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