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Shayda, di Noora Niasari

di Daniela Trincia

Shayda, di Noora Niasari (2025)

#lascenapiùbella: quando, alla festa del Capodanno iraniano, alcuni invitati si rifiutano di entrare per la presenza di Shayda.

La paura. Come strumento di sottomissione. Come costante stato d’animo quotidiano, condizionante in tutto. Nell’agire, nel guardare, nel sentire.

Quella paura che, chi vive una relazione di violenza, blocca la mente e le membra. E che, solo col tempo, a volte può diventare la leva su cui far forza per uscirne fuori. Ma che è pronta ad attanagliare nuovamente il corpo, bloccandolo, congelandolo.

Piccoli episodi, piccole situazioni, che dall’esterno possono apparire quasi banali ma, che, invece, a chi vive in una costante situazione di violenza, diventano paralizzanti. Tanto da far perdere il controllo anche delle più basilari funzioni fisiologiche della piccola Mona.

Una violenza che si complica di più anche per le implicazioni culturali di Shayda e del marito Hossein, entrambi iraniani che, per motivi di studio, si sono trasferiti in Australia. E che la forza di tutela di sé stessa e della propria figlia, riescono a rompere.

Bello.

 

  • Sul Film: qui

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Shayda, di Noora Niasari
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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