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La più piccola, di Hafsia Herzi

di Daniela Trincia

La più piccola, di Hafsia Herzi (2025)

#lascenapiùbella: quando va al primo appuntamento al buio e nasconde il suo vero nome.

Quando anche i precetti religiosi seminano la vita di continui ostacoli, per chi non riesce ad applicarli fino in fondo, la vita stessa diventa una triste e asfissiante gabbia. Se poi, tali precetti, sono rigidi e categorici, tutto diventa insormontabile e, difficilmente, si riesce a intravedere una via d’uscita, una possibilità di salvezza.

E così, ogni giorno, è centrato nella faticosa ricerca di conciliare la propria vita, le proprie aspirazioni e inclinazioni, con tali precetti, con la propria famiglia e con la società in cui Fatima vive. Ritorna, nuovamente, la difficoltà di dichiarare, soprattutto a sé stessi, quella che è la personale profonda e reale pulsione sessuale.

Alcuni momenti sono fortemente marcati, come le serate in discoteca, ma funzionali a descrivere i diversi mondi che Fatima vuole, e deve, raccordare. Con una dolcezza e delicatezza uniche è raccontato il momento in cui Fatima, inaspettatamente, si innamora.

Come altrettanto leggeri sono i momenti in cui tutte le donne della famiglia si ritrovano in cucina. E quella solitudine che va al ritmo del palleggio della sfera da calcio. Lei è brava, anche se la staticità espressiva del suo viso (di sicuro voluta), a volte, contrasta troppo col tumulto del suo animo.

Come, altre volte, alcuni passaggi, sono troppo veloci e non riescono a trasmettere il lasso temporale che, quegli stati d’animo, angosciano il mondo interiore. Anche se, in realtà, ormai la filmografia è abbastanza ricca di queste storie e sembra di muoversi in terreni noti.

Carino.

Sul Film: QUI

immagine per il manifesto del film La più piccola, di Hafsia Herzi
La più piccola, di Hafsia Herzi

 

immagine per Daniela Trincia
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Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.

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