È sempre attraverso “un certo numero di cose” che Cesare Pietroiusti (Roma, 21 marzo 1955) continua a raccontare, o meglio, a condividere la sua storia o, per meglio dire, la sua biografia. Perché, con Materia paterna, la sua seconda personale, nella galleria The Gallery Apart di Roma, Pietroiusti prosegue a predisporre quegli “oggetti”, quelle “cose”, quegli “elementi strutturali” della “dinamica, amorosa e conflittuale, con mio padre” che “hanno caratterizzato tutta la mia vita”, a partire proprio dal suo essere artista.
Oggetti e cose che, in qualche modo, ampliano, approfondiscono e definiscono, quelle “Tecnologie obsolete e processi di produzione semplici” (così il titolo di una mostra del 2024), mediante l’uso di superate tecnologie, come le diapositive, in linea col suo essere “iconoclasta”, non realizzando materialmente oggetti come pitture e disegni, ponendo al centro della sua attività l’esperienza vissuta e il relativo racconto. Elementi che, al contempo, danno un seguito alla passata personale Valori.
Mentre lì, la scintilla era partita dalla collezione paterna di francobolli, qui dalle azioni, protratte nel tempo, legate allo svuotamento della casa di famiglia “dove avevano vissuto i nonni materni e, dalla mia nascita in poi, i miei genitori”.
Quindi, dal ritrovamento di cose appartenute al padre, Guido Pietroiusti, tra cui centinaia di fascicoli di pubblicazioni scientifiche, dal 1960 al 1966, che hanno dato corpo a I due colori (2025, collage, 100x180cm), esposto poco dopo l’ingresso. Cui fa da contraltare, l’altro grande collage bifacciale Filatelia (2024, cm 204 x 146), composto da buste, fatture attestanti la passione del padre nel collezionare francobolli.
Appeso al soffitto, diviene una sorta di diaframma fluttuante che rende possibile l’osmosi tra le varie dimensioni, ricordi, opere. Ma andiamo per ordine. Come detto, l’occasione della mostra è data dallo svuotamento dell’appartamento dei genitori dell’artista e il ritrovamento delle riviste.
Ciò ha messo a disposizione dell’artista ulteriori elementi per approfondire non solo la figura paterna, ma anche il suo personale concetto di padre e il relativo rapporto con lui (basti ricordare che si è laureato in Medicina con tesi in Clinica Psichiatrica nel 1979).
Non per nulla il percorso espositivo è aperto da una piccola fotografia a colori (cm 8,9×13), scattata a Cortina d’Ampezzo, in un giorno imprecisato del mese di agosto dell’anno 1963.
Partita a scacchi con papà rende evidente l’impegno dell’allora piccolo Cesare Pietroiusti di conquistare, agli occhi del padre, quell’autonomia dal legame paterno, attraverso un’impossibile vittoria al gioco. Fotografia che, non a caso, è altresì presente nella copertina di quell’indefinibile “oggetto” titolato, per l’appunto, Un certo numero di cose. Libro? Diario? Libro d’artista? Confessione? Autobiografia? Racconto?

Qualunque cosa esso sia, è una dichiarazione d’intenti, un piano programmatico, dell’essere artista e della rispettiva attività. Che non si è mai proiettata nella produzione di oggetti, ma di relazioni, associazioni (infatti Cesare Pietroiusti è definito pioniere dell’arte relazionale).
Nell’indagare questa relazione col padre (quello con la madre è indirettamente indicato dalla materia di studi e, quindi, della professione di Guido Pietroiusti, ovverosia ginecologo o, come preferiva effigiarsi, ostetrico, a lungo primario dell’Ospedale di Velletri, stimato medico, come attestato anche da alcune certificazioni di ospedali francesi, esposte subito dopo la piccola foto, che indicano come abbia ben praticato la nuova tecnica della celioscopia; senza dimenticare, però, che è proprio la madre a scattare la fotografia della partita a scacchi), Pietroiusti costruisce un percorso nel quale narrazione e azione artistica diventano un tutt’uno indivisibile.
E le venticinque immagini estrapolate tra quelle utilizzate per accompagnare gli studi della celioscopia (Celiofoto, 2025, cm 40 x 40), decontestualizzate, divengono colori e forme, che evocano paesaggi o profili di altro.
Queste immagini, “mi hanno fatto venire in mente che, tra il 1989 e metà anni ’90 avevo esposto […] le riproduzioni fotografiche di quello che c’era dall’altra parte delle pareti degli spazi espositivi” e, quindi, hanno fatto nascere “l’idea di un confronto, e forse […] un tentativo di dare forma a una affinità […] inattesa e sorprendente”. Mentre Bibliografia I, II e III, sono libri che diventano “spazio”, assemblati in modo tale da divenire cubi, delle pareti mentali. Delle sculture accompagnate da Itifallica (2025), il grande pannello dove ordinatamente sono disposti i dilatatori uterini, che divengono una minimale serie di luccicanti piccole barre di acciaio.
E tutto si conclude (si conclude?) con Ginecologia (L’origine du monde), 2025, la proiezione in loop di ottanta diapositive, una sequenza intervallata da precisi titoli ad indicare puntuali associazioni che si vanno a creare tra elementi organici e quelli culturali e paesaggistici (oltre a L’origine du monde, Policromie, San Giorgio e il drago, Trasfigurazione, Organi senza Corpo, Simmetrie, Creature, Storia primigenia del panneggio, Annunciazione, Studio di paesaggio, Tavola delle proporzioni, Natività, Allegorica, e così via).
Un “interno”/“esterno” posto sempre in continuo confronto e relazione, e il modo di percepirli, di vederli, di metterli in relazione, nell’individuale quotidiano.
Informazioni: Cesare Pietroiusti Materia paterna
- Roma, The Gallery Apart
- fino al 31 maggio 2025
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.


















